Davos e il futuro per pochi

Ogni anno a metà gennaio a Davos, un paesino arroccato sulle Alpi svizzere, si svolge il World Economic Forum, un evento di cinque giorni cui partecipano presidenti e primi ministri, banchieri centrali e boss di grandi aziende, industriali, miliardari, influenti accademici, sportivi, attori, rockstar, innovatori…
Il primo meeting fu istituito nel 1971 dal professor Klaus Schwab per promuovere l’idea secondo cui le imprese dovrebbero servire tutte le parti portatrici di interessi: clienti, dipendenti, comunità e, ma non solo, gli azionisti. Ciò è stato poi riaffermato nel 1973 nel “Manifesto di Davos”, documento che da allora ha plasmato il lavoro del Forum.
Quest’anno l’incontro (21-24 gennaio 2020) riunirà 3.000 partecipanti da tutto il mondo e mirerà a dare un significato concreto al “capitalismo degli Stakeholder”, assistere i governi e le istituzioni internazionali nel tracciare i progressi verso l’accordo di Parigi e gli obiettivi di sviluppo sostenibile e facilitare le discussioni su tecnologia e governance commerciale.
Nel meeting verranno trattati, con priorità, i seguenti argomenti:
– Come salvare il pianeta;
– Società e futuro del lavoro;
– Tech for Good;
– Economie più giuste;
– Affari migliori;
– Futuri sani;
– Oltre la geopolitica;
Informazioni dettagliate sul WEF possono essere reperite sul sito https://www.weforum.org/events/world-economic-forum-annual-meeting-2020/about oltre che sulla stampa nazionale e internazionale. Si segnala ad esempio, il seguente articolo de Il Sole 24 Ore https://www.ilsole24ore.com/art/davos-2020-cos-e-e-perche-e-nata-riunione-dell-elite-mondiale-ACkjD5CB?fromSearch .

Ciò che ci preme sottolineare è come da 50 anni i potenti della Terra si riuniscano per decidere le sorti di tutti gli altri. Mentre oltre la metà della popolazione mondiale vive in povertà, condizione che spinge a sperare ma non certo a costruirsi un futuro migliore, i capitalisti di oggi decidono come sarà l’Economia di domani: un capitalismo, dicono, etico.
Disillusi da troppo tempo ormai, non crediamo ad un atto di generosità o di ravvedimento. Il pensiero va invece a quei sovrani illuministi che nel XVIII secolo, a fronte di poche concessioni, consolidarono il proprio potere assoluto.
Riteniamo che questi moderni Paperoni abbiano trovato, nel capitalismo degli Stakeholder, un nuovo filone d’oro.
A noi tocca organizzare la costruzione di un’idea diversa del futuro che metta al centro la lotta alla povertà diffusa e la ricostruzione dell’ambiente, devastato negli ultimi decenni dalle “ricette” economiche spinte proprio da quei Paperoni che in questi giorni si riuniscono a Davos.

La Redazione

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Cambiare la politica, cambiare le emozioni

Perché un paese impoverito, in cui un gruppo di poche persone detiene la ricchezza del 60% del paese, accetta come elementi liberatori il razzismo, la caccia al diverso, riferimenti culturali vecchi e già sconfitti?
Pubblichiamo un articolo sulla comunicazione che riteniamo interessante e che è disponibile sul sito della rivista Internazionale.
Buona lettura

La Redazione

Internazionale.it

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Oxfam: l’1% detiene il 70% della ricchezza italiana

Nel 1700 un tizio inglese (un antenato di Boris Johnson?) ha deciso di recintare un pezzo di terra e ha detto: “Questa terra è mia”.
Un altro tizio è andato vicino al primo e anziché dire “ma che stai facendo?”, ha recintato un altro pezzo di terra e ha detto: “E questo è mio”.
Un terzo è andato dai due e ha detto: “E io ora che faccio?”.
Tutti e due hanno detto “Tu lavori per me e ti pago, poco ma ti pago”.
Così è iniziato il Capitalismo.
Dopo circa trecento anni ci troviamo di fronte a questa situazione:
Indagine Oxfam

La Redazione

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Gender Pay Gap: dov’è l’Italia?

Presentiamo una interessante indagine condotta dall’Associazione In Genere, e pubblicata oggi sul quotidiano La Repubblica, relativa alla differenza salariale tra donne e uomini in Italia.

La Redazione

Indagine In Genere

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ESUBERI UNICREDIT E NON SOLO

Di seguito una attenta analisi relativa ai 10.000 esuberi dichiarati ultimamente dal vertice di UNICREDIT, ma anche Banca INTESA, BNL, MONTE PASCHI DI SIENA, UBI, POPOLARE DI BARI, ecc.
La Redazione

Gira voce che a breve il nuovo piano industriale del gruppo Unicredit dichiarerà 10.000 esuberi, la gran parte tra i lavoratori del Gruppo in Italia. 10.000 persone perderanno il posto di lavoro. Le uscite, grazie agli accordi sindacali, saranno coperte dal Fondo di Solidarietà di settore che accompagna alla pensione le persone a cui mancano massimo 60 mesi per la maturazione del diritto alla erogazione della pensione, sia essa pensione anticipata o di vecchiaia. Il piano industriale di Unicredit non è il primo che assume una simile decisione. Già nel passato lo stesso Gruppo aveva esodato, o tagliato, migliaia di posti di lavoro in Italia e all’estero. Anche Banca Intesa ha realizzato un piano di riorganizzazione con oltre 8.000 esuberi dopo l’operazione di acquisizione delle banche venete, a causa delle note vicende, al prezzo di 1 euro. In quel caso è stata applicata una circolare INPS che ha consentito l’estensione del Fondo da 5 a 7 anni. Il Monte dei Paschi sta realizzando un piano industriale, concordato con l’UE e la BCE, in cui sono previsti circa 8.000 esuberi. Anche la BNL-Paribas, il gruppo UBI, la Banca Popolare di Bari e altre aziende hanno utilizzato il Fondo di Solidarietà dichiarando esuberi di varie dimensioni. Il settore del credito sta vivendo una fase molto dolorosa di riorganizzazione che prevede tagli, esuberi di personale, chiusure di centinaia e centinaia di sportelli, una revisione radicale del concetto di servizio pubblico del settore bancario. Ormai in tutte le città è visibile l’abbandono da parte delle banche di tutti i quartieri periferici e semi-periferici perché la popolazione della media e bassa borghesia, il proletariato, i pensionati, il mondo dei precari, non sono più considerati interessanti come clientela e quindi sono abbandonati al mercato delle finanziarie e delle piccole compagnie di assicurazione. Al mondo delle banche interessano solo le imprese e le famiglie con una buona, ottima, base di risparmio. In sintesi alle banche interessano solo gli affari che comportano provvigioni e utili a breve termine. Di quello che accade al futuro delle famiglie e delle piccole imprese non interessa granché. Questa non è una congettura ma un semplice dato di fatto. In Italia ormai gli sportelli bancari, ma anche quelli ATM (i bancomat), sono presenti solo nel centro delle città. Intere comunità di piccoli e medi paesi sono totalmente abbandonati, spesso anche dalle Poste Italiane. Il servizio bancario non è più ritenuta una attività di pubblica attività. Come Fisac/CGIL ci preme, però, riflettere su alcuni elementi. Il primo: il CEO dell’Unicredit ha dichiarato che gli esuberi sono una conseguenza dello sviluppo tecnologico delle banche, la diffusione dei conti on line e l’automazione delle classiche attività bancarie. Molti CEO dichiarano che anche la chiusura degli sportelli è conseguenza dell’innovazione tecnologica. Bene, prendiamo atto. Ma siamo sicuri che sia effettivamente così? Da lavoratori del settore, e anche da clienti, si sperimenta ogni giorno la totale inadeguatezza tecnologica delle banche italiane e di come questo argomento sia solo una scusa per nascondere il vero obiettivo: un taglio selvaggio dei costi operativi per ottenere a brevissimo termine utili molto alti da distribuire agli azionisti. Ed è quello che sta succedendo nei grandi e medi gruppi italiani. Mentre altre aziende, per errori manageriali che perseguivano però lo stesso obiettivo, stanno subendo una grave crisi di redditività che mette a rischio il loro futuro. La tecnologia, l’innovazione, l’intelligenza artificiale, l’automazione non hanno un ruolo così determinante nella programmazione del futuro della banche italiane. Negli sportelli bancari italiani ogni giorno ci si misura con sistemi operativi raffazzonati, lenti, con codice aggiunto su altro codice per tamponare le molte falle nei programmi e nelle interfacce utenti. Gli ATM, cosiddetti evoluti, sono macchine fragili con moltissimi errori software e vulnerabilità hardware. Sono macchine che si bloccano spesso e le loro chiusure contabili e il caricamento di banconote, indispensabili per farli funzionare, richiedono un gran dispendio di tempo e di risorse umane, cioé di colleghi che devono quotidianamente impiegare molto tempo per effettuare le loro macchinose chiusure. I call center, che si vocifera inizieranno ad essere sostituiti da robot, non riescono quasi mai ad offrire un servizio di adeguata qualità per il semplice motivo che ci lavorano poche persone rispetto alla richiesta di assistenza da parte dell’utenza. In realtà, come invece accade in molti paesi esteri all’avanguardia, l’innovazione tecnologica dovrebbe prevedere una radicale modifica del modello organizzativo, perché questo è conseguenza
dei tempi, delle modifiche intervenute nell’economia e nella società. Ma analizzando con attenzione la realtà queste modifiche dovrebbero prevedere, sostanzialmente, una modifica dell’offerta di lavoro. Servono meno sportelli, meno dipendenti addetti alla consulenza ma servono investimenti forti nella diffusione degli ATM sul territorio, nuove figure professionali di consulenti in mobilità e altamente professionalizzati, servono ingegneri e programmatori, tecnici che assistano quotidianamente la tecnologia utilizzata. Servono figure professionali che studino prodotti finanziari adeguati alle richieste dei vari territori e che vengano incontro alle nuova attività economiche che ormai sorgono ogni giorno. Serve, in sintesi, una nuova generazione di impiegati bancari, servono nuovi profili professionali che sostituiscano la vecchia figura dell’impiegato bancario seduto sempre dietro la stessa scrivania per quarant’anni. Oggi servirebbe davvero una innovazione tecnologica, una spinta verso un servizio più veloce ma più professionalizzato. Servono investimenti nella formazione, nell’ammodernamento dell’hardware, nell’utilizzo delle nuove tecnologie che liberino i lavoratori dalle attività ripetitive e manuali che occupano troppo tempo di una giornata lavorativa. Perché la modernità non è fatta dalle centinaia di mail ripetitive da parte del management bancario che servono solo a creare stress, non è riempire le bacheche di decine di circolari e normative scritte male, non è una serie infinita di procedure macchinose che producono centinaia di pagine per ogni tipologia di contratto da far fisicamente firmare a qualsiasi cliente. Anche il sindacato su questo aspetto deve riflettere perché la risposta a Jean Pierre Mustier, il CEO di Unicredit, non può essere “faremo a cazzotti” ma deve essere una strategia che metta al centro una reale e profonda alternativa che identifichi le nuove figure professionali, le competenze, gli inquadramenti, la formazione necessaria. Perché il rinnovamento è una scommessa che va progettata, identificata e poi normata. Il taglio semplice e puro del costo del lavoro sino ad ora ha solo prodotto disastri. E’ ORA DI FINIRLA

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Siamo quello che diciamo! Basta sessismo nel linguaggio! Ricomponetevi e riflettete!

Apprendiamo da un post di denuncia della Segretaria Generale Claudia Nigro della Filcams Cgil di Brindisi che il Segretario dei Cobas in questi giorni si è trovato al centro di una rissa in una riunione sindacale presso l’ufficio di presidenza della Provincia. Nella concitata discussione il sindacato Cobas non ha ritenuto prioritarie le istanze dei lavoratori iscritti alla Filcams Cgil, definiti più volte in altre occasioni “zavorre”. La Segretaria ha giustamente posto il problema dello stato di necessità di questi lavoratori ma è stata aggredita verbalmente anche con battute sessiste dal Segretario dei Cobas Bobo Aprile. In poco tempo, i toni si sono accesi e sono volate volgarità e spintoni tra gli altri sindacalisti presenti, nessun pugno come dichiarato da altri. Il segretario dei Cobas, fatto passare per eroe dalla stampa, non è certo un eroe visti gli atteggiamenti machisti e di becero paternalismo che avevano il subdolo tentativo di delegittimare il ruolo sindacale della Segretaria.

Abbiamo ben presente che il sessismo è un problema trasversale radicato in tutte le organizzazioni sindacali, nei movimenti e nei partiti e ne conosciamo le odiose dinamiche.
Molti di questi “compagni” partecipano anche alle manifestazioni contro la violenza di genere.
Ovviamente non entriamo nel merito della diatriba sindacale, non è questo il punto. Come Fisac Cgil da diversi anni seguiamo le tematiche di genere su disuguaglianze, discriminazioni e violenze. Riteniamo pertanto inaccettabili comportamenti sessisti e aggressivi a scopo intimidatorio e non solo. Affermiamo che non è più sopportabile l’ignoranza totale sul sessismo linguistico di tanti compagni e compagne. Istruitevi, diceva Gramsci, perché’ avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza e perché’ davanti al “Soggetto Imprevisto” (Carla Lonzi) diventate scomposti e aggressivi con comportamenti inqualificabili Ha fatto bene la compagna a denunciare quanto è accaduto ed ha tutto il nostro sostegno. Ci auguriamo che non si arrivi alla classica campagna denigratoria e di calunnia sull’aggredita, stile processo per stupro.
SORELLA, io ti credo: denuncia!
Questo lo slogan dei grandi movimenti femministi NI UNA MENOS nell’America Latina.
E noi ti crediamo!

FISAC CGIL Comprensorio di Brindisi

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Dedicato alla professoressa Rosa Maria Dell’Aria

Pensiero libero

Lo scorso 11 maggio alla prof.ssa Rosa Maria Dell’Aria, insegnante di Italiano da quarant’anni, è stata comminata la sospensione di due settimane, durante le quali percepirà la metà dello stipendio, per non aver «vigilato» sul lavoro di alcuni suoi studenti di 14 anni dell’Istituto Industriale Vittorio Emanuele III di Palermo che, in occasione della Giornata della memoria, hanno realizzato una presentazione multimediale nella quale accostavano la promulgazione delle leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza del ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Il 27 gennaio, Giornata internazionale della memoria, è dedicato al ricordo delle vittime dell’Olocausto, ad interrogarsi sui motivi e affinché non ci si dimentichi mai delle conseguenze cui possono portare la discriminazione e l’odio.
Il 28 gennaio Claudio Perconte di Monza, curioso sarebbe sapere come abbia ottenuto le informazioni sul video della scuola di Palermo, in un tweet inviato al ministro dell’Istruzione scrive: «Salvini-Conte-Di Maio? Come il reich di Hitler, peggio dei nazisti. Una professoressa ha obbligato dei quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler perché stermina migranti. Al Miur hanno qualcosa da dire?».
Il giorno dopo, la sottosegretaria leghista ai Beni culturali Lucia Borgonzoni posta su Facebook: «Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere». All’ufficio scolastico provinciale di Palermo è poi partita un’ispezione, con conseguenti interrogatori alla professoressa e ai ragazzi, ed è stato emesso un provvedimento di sospensione contro l’insegnante per “non aver vigilato”.
È importante puntualizzare che la normativa vigente sulla vigilanza degli insegnanti non riguarda l’attività didattica, ma controllare che non vi siano condizioni che mettono a rischio l’incolumità fisica degli studenti
Del resto, da ciò che sta emergendo, le cose sarebbero andate così: in estate gli studenti hanno affrontato alcune letture, oggetto poi di discussione e confronto in classe sin da primi giorni di scuola, sulle violazioni dei diritti umani; i ragazzi della II E dell’istituto aveva deciso di produrre, come lavoro conclusivo, un elaborato multimediale composto anche da due slides con l’immagine di Salvini: in una venivano presentate affiancate una copia della prima pagina del Corriere della Sera dell’epoca sulla promulgazione delle leggi razziali ed una foto di Salvini all’approvazione del “decreto sicurezza”; la seconda slide mostrava, sempre affiancate, una foto scattata alla conferenza di Évian del 1938 (in cui si tentò di stabilire delle quote di accoglienza dei rifugiati ebrei provenienti dalla Germania nazista) e una foto del vertice informale di Innsbruck del luglio 2018 tra i ministri della Giustizia e dell’Interno dell’Unione europea per parlare della questione dei migranti.
Questo il commento di Matteo Salvini: «Non so chi sia stato a proporre, a controllare, a ordinare, a suggerire, però che qualcuno equipari il ministro dell’Interno, che può stare simpatico o antipatico, a Mussolini o addirittura a Hitler, mi sembra assolutamente demenziale». Lui non sa. Lui non sa però commenta.
Affascinante è sempre osservare come nei nostri ragazzi si formi il libero pensiero, come giorno per giorno imparino a pensare in maniera autonoma e diventino critici e attenti ai fatti di una realtà così tanto complessa. Ciò è possibile anche grazie a persone come la Prof.sa Rosa Maria Dell’Aria cui va tutto il nostro sostegno.
Appare quindi assurdo il comportamento del Ministero dell’Istruzione che prima proclama l’importanza del pensiero critico, poi punisce la Prof.sa Dell’Aria che nei suoi quarant’anni di insegnamento è stata attenta al suo sviluppo nei suoi studenti. Ha evidentemente ritenuto che la docente abbia voluto inculcare la propria ideologia. Per essere precisi, il ministro Bussetti ha dichiarato: “quel procedimento è stato aperto autonomamente dal provveditorato siciliano, non ho chiesto io né sanzioni né ispezione” ma, alla domanda se ritirerà la sospensione ha risposto: “Se fossi chiamato in causa potrei anche intervenire, ma il ministro non ha questa funzione, né questo compito. Ci sono degli uffici preposti. Il ministro non è stato interessato né nell’avvio né nella conclusione dell’iter del caso specifico. Perciò evitiamo accuse di censura perché non hanno fondamento”. Moderno Ponzio Pilato, Bussetti si nasconde e non si assume responsabilità. E’ innegabile, però, che il capo del MIUR abbia responsabilità politica e che il suo atteggiamento avalli, nei fatti, la punizione.
Inspiegabile è che nessun provvedimento sia stato preso nei confronti di Sebastiano Sartori, già segretario veneto di Forza Nuova, insegnante di sostegno l’Istituto Alberghiero Barbarigo di Mestre nonostante i suoi numerosi post e commenti contro gli stranieri e le manifestazioni di simpatie per i gerarchi nazisti. A titolo esemplificativo: “La Costituzione? È un libro di merda, buono per pulircisi il culo. La senatrice Liliana Segre? Starebbe bene in un simpatico termovalorizzatore. Erdogan? Avrà anche dei difetti ma rubargli qualche idea come le purghe a stampa, sindacati e polizia non sarebbe male”; “Campi di concentramento in Libia, sembra che la proposta sia già condivisa da tutti. A me piace”.
Ad onor del vero, Sebastiano Sartori nel 2012 era già finito sotto processo per le sue posizioni xenofobe ma fu assolto; nel 2013, è stato denunciato per aver esternato la sua simpatia al Ku Klux Klan, fatto questo di cui è stato però assolto dalla magistratura; nel 2015 era stato oggetto di una segnalazione all’ufficio scolastico veneziano da parte del Coordinamento studenti Medi per il suo inneggiare “alla violenza e all’odio razziale”. Ora, un gruppo di genitori ha deciso di denunciarlo con un esposto alla direzione scolastica e alla procura, chiedendo, tra l’altro, la rimozione dall’insegnamento poiché, spiegano i genitori, “anche in classe Sartori non risparmia esternazioni e comportamenti di chiara radice razzista”.
Sia chiaro che l’assurdità non sta nel fatto che Sartori lavori ancora a scuola. Rispettiamo le decisioni dei giudici e attendiamo gli esiti degli accertamenti.
Appare evidente che, all’epoca, per Sebastiano Sartori sia stato correttamente tenuto un comportamento garantista mentre, oggi, nei confronti della prof.sa Dell’Aria i funzionari del Miur siano stati particolarmente zelanti e risoluti. È evidente eppure va rimarcato, è evidente eppure non va sottovalutato!
La capacità di esprimere il proprio pensiero è un valore; un ragionamento non può essere strumentalizzato, apprezzato, esaltato, banalizzato o addirittura punito a seconda di chi lo esprime. Come ci insegna Hannah Arendt, la “banalità del male” nasce proprio dalla mancanza di ragionamento mentre è proprio il pensiero critico che può salvare un popolo, ad esempio, dalla dittatura.

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Intelligenza artificiale e banche

Si sente parlare sempre più spesso dell’introduzione di strumenti di apprendimento automatico e di intelligenza artificiale. Siamo ancora lontani da quanto si può leggere nei romanzi di Asimov ma i progressi realizzati grazie all’intelletto umano, questo bisognerebbe sempre ricordarlo, possono anche far piacere.
Per avere un’idea di cosa si tratti, è sufficiente navigare su YouTube per visualizzare i video di Pepper, il robottino capace di conversare, comprendere e reagire alle emozioni, muoversi autonomamente, riconoscere le voci e dialogare. Pepper si occupa ad esempio di accoglienza: in ospedale, sulle navi da crociera, negli aeroporti, nei negozi, negli alberghi, ecc.
Si tratta, in estrema sintesi, di evoluti software preinstallati, che consentono al robottino di svolgere differenti funzioni e di reagire ai vari stimoli esterni nella maniera, apparentemente spontanea, contemplata dal programmatore. Le risposte possono poi divenire via via più precise e personalizzate in base alle informazioni immagazzinate negli incontri precedenti.
Il 3 aprile 2019 “Finanza e Mercati” ha riportato le dichiarazioni dall’ AD di Bnl Andrea Munari circa l’introduzione dei robot e dell’I.A. in banca “sulla base del successo dell’applicazione» per le attività di back office”.
Fin qui tutto bene se non fosse che l’argomento viene ricompreso nel più ampio progetto di riorganizzazione aziendale in cui viene quantificato in 600 addetti il numero delle “eccedenze da far uscire attraverso un piano di esodi volontari, tutti utilizzando ‘quota 100’ o ‘opzione donna’.”
Il tutto è inquadrato in uno scenario di incertezze e prospettive di una temporanea recessione.
Qui finiscono i fatti ed iniziano le riflessioni che non riguardano solo Bnl che sarà certo presto imitata dagli altri istituti di credito.
Il binomio “pensioni a quota 100” e “robotica” appare forzato: le novità introdotte in campo pensionistico sono scaturite dall’esigenza di creare posti di lavoro in rapporto 1 : 1 rispetto ai lavoratori che vanno in quiescenza e non per tagliare, tanto per cambiare, i costi del personale.
Qualsiasi innovazione tecnologica, di cui i robot rappresentano solo la più appariscente delle espressioni, dovrebbe essere rivolta ad agevolare il lavoro degli impiegati e non a sostituirli. L’evoluzione tecnologica andrebbe accompagnata invece da una adeguata formazione del personale che sarà ben lieto di far avvicinare i clienti agli strumenti evoluti in ottemperanza alle direttive aziendali e diventare parte attiva dell’auspicata ripresa economica.
Niente in contrario dunque contro tali rappresentanti del progresso tecnologico. Si spera anzi, che la vita lavorativa di questi robot non sia caratterizzata da black-out, che non saltino come i server, che non si blocchino come le applicazioni che utilizziamo tutti i giorni per rispondere alle esigenze della clientela, che non perdano il collegamento come gli ATM e che non si inceppino come le TARM.
Di sicuro i robottini non risentiranno dello stress causato dalle pressioni commerciali, argomento quest’ultimo molto molto vasto che merita più ampia trattazione.
Ci si domanda, invece: dal momento che i robot hanno il doppio scopo di supportare bancari e clienti, non sarebbe giusto orientare nell’imminente futuro i contratti del settore bancario verso la riduzione dell’orario di lavoro e non verso gli esuberi? Ovviamente, a parità di salario.
E’ necessaria una grande mobilizzazione sociale e in tutto il mondo del lavoro dipendente.
La redazione

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STIPENDI, CROLLA IL POTERE D’ACQUISTO

Uno studio della Fondazione Di Vittorio della CGIL segnala il caso delle buste paga degli italiani rispetto a Francia e Germania

ROMA – I salari hanno perso mille euro di potere d’acquisto negli ultimi sette anni. L’allarme viene da un rapporto della Fondazione Di Vittorio, think tank della Cgil, che mette a confronto le retribuzioni medie dei lavoratori dipendenti italiani con quelle del passato e le paragona a quelle degli altri grandi Paesi europei.

Il risultato è sconfortante: in Italia gli stipendi si sono ristretti mentre all’estero, in particolare in Germania e Francia, sono saliti. Il rapporto della Fondazione Di Vittorio elenca i dati delle retribuzioni lorde (vanno tolte tasse e contributi), utilizzando le più recenti rilevazioni Ocse, dal 2001 al 2017. Risultato: in Italia nell’intero periodo c’è stata una sostanziale “stazionarietà” dei salari, mentre dal 2010 al 2017 si è verificata una perdita di 1.059 euro, circa il 3,5 per cento.

L’analisi è circostanziata e basata sui salari reali, cioè aumentando “virtualmente” le retribuzioni di allora come se i prezzi del 2010 fossero stati gli stessi di oggi, il confronto è cioè fatto a “prezzi costanti”: ebbene se nel 2010 la retribuzione media in Italia era di 30.272 euro nel 2017 è scesa a quota 29.214. Possiamo comprare 1.000 euro di beni e servizi in meno.

Diversamente è andata in Germania e in Francia. Il lavoratore dipendente tedesco nel 2010 godeva già in media di una retribuzione lorda più alta di quello italiano, collocandosi a quota 35.621 e nel 2017 è salito di ben 3.825 euro quota 39.446 euro. Anche il lavoratore francese nel 2010 guadagnava di più del nostro – era a quota 35.724 – e nel 2017 porta a casa il 5,3 per cento in più collocandosi a 37.622 euro.

Economie diverse, impatti diversi della crisi, politiche salariali diverse, ma sostanzialmente il gap c’è. Quali le ragioni? In parte i contratti di lavoro, in parte la presenza dei cosiddetti contratti “pirata” che tengono i salari sotto al minino, ma l’analisi della Fondazione Di Vittorio, realizzata da Lorenzo Birindelli, punta l’indice soprattutto sul part time e i lavori discontinui, che la metodologia Ocse include nella rilevazione sommandoli e riconducendoli “virtualmente” a prestazioni full time: ebbene le nostre retribuzioni per i lavoratori a tempo parziale sono più basse della media dell’Eurozona, da noi valgono il 70,1 cento del full time in Europa l’83,6 per cento.

Si aggiunge un’altra ragione che rimanda alla carenza di capitale umano nel nostro Paese: cala la quota di dirigenti e di professioni tecniche. In sostanza in Italia si è ridotta la presenza delle alte qualifiche (7 punti percentuali in meno in questo ultimo ventennio) mentre sono aumentate di 2 punti percentuali le basse qualifiche.

Le contromosse? «Il tema dei redditi può e deve essere affrontato in più modi: intervento su qualità e quantità dell’occupazione; una nuova fase di contrattazione a tutti i livelli; una vera e propria riforma fiscale in senso progressivo che recuperi risorse verso le retribuzioni», commenta Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio.

La radiografia complessiva realizzata dal rapporto della Fondazione non conforta: su 15 milioni di lavoratori dipendenti, relativi al solo settore privato, ben 12 milioni hanno una retribuzione lorda sotto i 30 mila euro, di questi circa 4,3 milioni sono sotto i 10 mila euro annui lordi. Del resto altri recenti dati Eurostat confermano la caduta della quota dei salari sul Pil: nel 2019 siamo al 59,9 per cento, uno dei rapporti più bassi in Europa, in discesa dal 2012. Per ora il neo segretario della Cgil Landini, fin dalle sue prime uscite, ha posto il problema: «La stagione dei rinnovi contrattuali del 2109 deve affrontare, prima di tutto, la questione salariale. In Italia si continuano a pagare salari troppo bassi ai lavoratori».

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8 MARZO TUTTI I GIORNI! LA LIBERTA’ E’ UNA LOTTA COSTANTE!

La Fisac CGIL di Brindisi partecipa alle iniziative che si terranno sul territorio in occasione della Giornata Internazionale della Donna
La CGIL Nazionale ha dato libera facoltà di aderire allo sciopero femminista globale indetto dal movimento Non Una di Meno dell’8 marzo, come Fisac, ne condividiamo ampiamente le ragioni e il forte valore simbolico che riporta l’8 marzo alla sua originaria autenticità.
I dati Istat su lavoro, violenza, molestie, discriminazioni e disuguaglianze relative al genere femminile restano allarmanti. Perché’? Non c’è solo l’onnipresente cultura patriarcale e il sessismo, c’è anche una pericolosa recrudescenza di pensiero, purtroppo anche nell’area del così detto “pensiero di sinistra” e questo ci spaventa ancor di più. I temi di genere e non solo quelli, sono trattati sempre di più in maniera moralista e vittimistica con approcci pedagogici e paternalisti.
In questa logica l’obiettivo non può essere che quello di normare i comportamenti delle donne secondo i dettami del sistema. È in atto, infatti, una vera e propria offensiva contro la libertà delle donne, c’è la richiesta di controllare i loro corpi e le loro vite e lo vediamo con il costante attacco alla legge 194 sull’aborto attraverso l’obiezione di coscienza che non garantisce più la possibilità di esercitare un diritto, colpendo soprattutto le donne meno abbienti. E ancora, c’è il disegno di legge Pillon su separazione e affido che utilizza il bambino e il concetto di uguaglianza in modo strumentale dimenticando che il potere economico resta sempre sbilanciato verso un genere e che i lavori di cura restano sempre nella maggior parte delle situazioni a carico delle donne; le donne devono ancora scegliere se fare carriera o dedicarsi alla famiglia, se non addirittura accettare una retribuzione inferiore rispetto all’uomo.
È notizia di questi giorni che in un processo d’appello la gelosia può essere una attenuante per dimezzare una condanna per femminicidio; questo fa pensare che ritorneremo ad una specie di delitto d’onore abrogato soltanto nel 1981, un tempo non lontanissimo. Il corpo delle donne, poi, continua ad essere terra di conquista e lo constatiamo quando la parte più razzista e fascista del paese trasforma la violenza contro le donne in un conflitto etnico religioso razziale per colpire e togliere diritti anche ai migranti.
Se nelle altre parti del mondo ci sono “le spose bambine” o le mutilazioni dei genitali, in Italia esiste la prostituzione e lo sfruttamento minorile, le mercificazioni dei corpi dei bambini e lo stereotipo della donna oggetto ancora ben pubblicizzata. Ovunque c’è bisogno di femminismo e di contrastare pratiche e culture patriarcali e maschiliste, per questo è necessario uno sciopero femminista globale.

La libertà è una lotta costante, scrive Angela Davis, c’è sempre qualcuno pronto a toglierla o a condizionarla.

Ribadiamo l’importanza del sindacato a stare nelle piazze nella giornata dell’8 marzo, perché’ ora più che mai c’è bisogno di aprire la più importante delle vertenze umane: quella contro disparità e discriminazione di genere e per l’autodeterminazione di tutt*

Buon 8 marzo!
Fisac/CGIL
Redazione Dipartimento Brindisi

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