Rosa Elettrica

“Rosa elettrica” di Giampaolo Simi, pubblicato da Sellerio Editore. 

Giampaolo Simi è uno scrittore toscano. Scrive “noir”, se proprio abbiamo bisogno di chiuderlo in una categoria letteraria. Ma gli si fa un torto. I libri dei questo autore sono intrisi della complessità del mondo contemporaneo. Certo, sono incentrati su vicende tipiche degli schemi noir ma hanno dentro una serie infinita di questioni sociali da cui fuoriescono i protagonisti e le comparse delle storie da lui raccontate. La scrittura di Simi è pulita, essenziale ma le storie sono un florilegio di situazioni, di quadri spalmati da tavolozze infinite di colori che avvinghiano il lettore dall’inizio alla fine senza mollare di un centimetro con una potenza di racconto unica nel suo genere.

Chi legge un libro di Simi, andrà subito a cercare gli altri. E non è uno scrittore seriale: ha scritto pochi libri ma tutti di grande qualità. “Rosa elettrica” è il suo primo libro, pubblicato nel 2007. Dopo molte insistenze ha deciso di riprenderlo, ammodernarlo e ripubblicarlo con la sua ormai storica casa editrice. Una casa che, come è noto, non insegue lo stile modaiolo nella struttura fisica dei suoi libri. Sono sempre gli stessi, con il solito formato piccolo e maneggevole, con il consueto colore blu scuro e con un quadro nella copertina. E’ un invito al contenuto, alla essenzialità, allo scarnificare le storie e i loro autori.

E’ questo risalta anche in questo libro, la cui protagonista è una giovane poliziotta al suo primo incarico di responsabilità. La sua sarà una responsabilità pesante: dovrà custodire e tutelare un giovane diciottenne capo-piazza dello spaccio di droga, a sua volta dipendente dalla cocaina, Cocìss. Il ragazzo ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia e questo lo ha messo in pericolo di vita. Rosa dovrà difenderlo, in una prima fase in una colorata comunità di tossicodipendenti. Ma il pericolo è dietro le colline e arriverà molto presto a mostrare la sua ferocia. Rosa dovrà presto fare i conti con se stessa, con un mondo complicato e pieno di insidie mortali, costruendo con il ragazzo un rapporto controverso e molto difficile. La storia si dipana con una serie infinita di sconvolgenti sorprese che metteranno la giovane donna in una situazione molto difficile in cui potrà contare solo su sè stessa, sulle sue capacità di donna e di poliziotta.

In tutti i libri di Giampaolo Simi la fine è sorprendente, mai banale e invita il lettore a riflettere sulle molte facce della violenza, sulle molte ragioni che la causano e invitano sempre a non giudicare nessuno per categorie o per preconcetti.

La scrittura di Simi è limpida, trasparente, ed è talmente carica di una umanità mai dolente o supina che ricorda le storie di Simenon. Sì, questo scrittore toscano può essere paragonato al grandissimo autore franco-belga, il padre della letteratura noir.

Buona lettura.

Galileo Casone

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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È accaduto e può accadere ancora.

(AP Photo)

Birmania, strage di manifestanti per la libertà.

Myanmar, ex-Birmania, 1° febbraio 2021. Blindati dell’esercito presidiano le strade della capitale. Sono passate poche ore dal colpo di stato in Myanmar con cui i militari hanno preso il potere arrestando il capo del governo di fatto Aung San Suu Kyi ed altri esponenti del suo partito, vincitori delle elezioni di novembre. Il paese è nel caos: banche chiuse, collegamenti telefonici interrotti, internet e tv private oscurate. Le forze armate hanno confermato il golpe e hanno istituito lo stato di emergenza per un anno dopo i presunti brogli delle ultime elezioni presidenziali vinte appunto dalla premio Nobel per la pace San Suu Kyi. Brogli in realtà smentiti dall’apposita commissione elettorale. Dal carcere della capitale dove è detenuta, la leader destituita ha esortato la popolazione a rispondere e a protestare con tutto il cuore contro il colpo di stato.

Aung San Suu Kyi ha passato buona parte della vita agli arresti domiciliari, reclusa per le sue idee democratiche; da decenni lotta per garantire maggiori diritti al popolo birmano oppresso dal regime militare. Fondatrice della Lega Nazionale per la Democrazia nel 1988, sarebbe dovuta diventare primo ministro nel 1990 ma l’esercito la costrinse al confino. Da allora è diventata un simbolo di resistenza. Non poteva lasciare il paese né ricevere visite di parenti. È stata liberata solo nel 2010. Ha ottenuto prima un seggio parlamentare, poi un ministero, fino al titolo di consigliere di stato. Vincitrice del premio Nobel per la pace e di numerosi altri riconoscimenti, negli ultimi anni la sua figura è stata messa in discussione dopo il genocidio dei Rohingya, la minoranza musulmana in Myanmar, contro il quale non si è schierata.

A pochi giorni dal golpe, nonostante i militari abbiano bloccato Internet, apprendiamo che in migliaia sono scesi in piazza per protestare e che la giunta militare ha scelto di rispondere con la repressione armata. È un’escalation di violenza: i militari sparano contro la folla proiettili veri, non solo di gomma; ci sono i primi morti; aumenta la rabbia e la protesta si amplifica coinvolgendo ogni angolo del paese. I manifestanti chiedono non più solo la liberazione di Aung San Suu Kyi ma la riforma della costituzione del 2008 che ha cementato il dominio dei militari in nome della cosiddetta democrazia disciplinata.

Dopo un mese, immagini per lo più intrasmissibili raccontano una carneficina premeditata: tra le vittime ci sono anche donne e bambini. “La brutalità dell’esercito birmano contro i manifestanti è immorale ed indifendibile”, dichiara il dipartimento di stato americano. Il segretario ONU Guterres ha espresso sgomento per le uccisioni, gli arresti arbitrari, le torture in carcere e chiede ai militari di consentire la visita di un inviato speciale delle Nazioni Unite come primo fondamentale passo per calmare la situazione. Ma la situazione, invece, degenera: alcuni manifestanti, pare, concentrano la propria rabbia su fabbriche cinesi e Pechino chiede di prendere le misure necessarie per garantire la sicurezza del personale cinese. La giunta ne approfitta per introdurre la legge marziale in alcuni distretti: i trasgressori, processati dai tribunali militari, vanno incontro ad ergastolo o pena di morte. I capi dell’opposizione reagiscono lanciando appelli a continuare ogni tipo di protesta mentre Aung San Suu Kyi, accusata di corruzione, continua ad essere detenuta in un luogo sconosciuto senza poter comunicare con il suo legale.

Decine di militari hanno passato il confine con l’India pur non sparare sui propri connazionali ma altri cercano le persone casa per casa, sparano nelle strade, colpiscono tutti i passanti. La popolazione resiste ormai da più di due mesi. I dimostranti intonano preghiere e slogan ma i soldati hanno l’ordine di sparare ad altezza d’uomo, terrorizzare chi ancora osa contrapporsi in nome della Libertà. Eppure, il regime ha recentemente raccolto anche l’appoggio della Russia; appoggio che più che presa di posizione sulla questione birmana sembra essere una contrapposizione all’asse Europa – Gran Bretagna – Stati Uniti.

Dal 1° febbraio più di 250 sarebbero stati i morti e 2600 gli arresti. È ragionevole pensare che in realtà le vittime siano molte di più. La giunta militare ha preso e vuol mantenere con la forza un potere ben più ampio di quello che avrebbe ottenuto vincendo il confronto elettorale. È il caso limite di ciò che troppo spesso accade in molti campi: la concentrazione del potere in una sola persona o in una casta; adducendo i pretesti più svariati, il fine ultimo è quello di accumulare ricchezza.

La libertà è uno di quei diritti che diamo per scontati invece è un bene fragile e ben ragione ha il popolo birmano di rivendicare il diritto ad agire liberamente e di condannare gli arresti e gli omicidi arbitrari.

È bene ricordare che i lavoratori e gli studenti non hanno reagito al golpe utilizzando la violenza. Hanno usato come “armi” gli scioperi e le manifestazioni e hanno subito, per tutta risposta, una sanguinosa reazione.

Lungi dal ritenere che la violenza si elimini con altra violenza, riteniamo che occorra un atteggiamento meno timido ed una condanna unanime da parte degli altri Stati. Dovremmo scioperare tutti, manifestare tutti contro ogni forma di dittatura.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Due di Due

Continuiamo a pubblicare una recensione settimanale di un libro di cui consigliamo la lettura.

“Due di Due” di Andrea De Carlo non è un romanzo recente, infatti è stato pubblicato per la prima volta nel 1989, ma la storia che viene raccontata fotografa una condizione umana svincolata dal tempo e quindi destinata ad essere sempre attuale.

Protagonisti sono Mario e Guido, due adolescenti con caratteri completamente differenti che si incontrano sui banchi del liceo alla fine degli anni ’60. Tra i due nasce un’amicizia sincera ma anche complicata che proseguirà per oltre un ventennio e che, attraverso molti cambiamenti e tumulti interiori, li porterà dall’adolescenza all’età adulta.

Mario, voce narrante del romanzo, appare timido, introverso, a volte insicuro. Guido invece, è sempre brillante, carismatico, con un fascino capace di mettere in ombra chiunque gli stia accanto.

Le loro vite si intrecciano e si dividono in un’altalena di eventi scanditi dalla voglia di libertà e di indipendenza che, in modo differente e attraverso esperienze spesso non condivise, li condurrà alla formazione di personalità fortemente contrapposte ma, nello stesso tempo, complementari e quasi simbiotiche.

Il tutto è ambientato nella Milano degli anni Settanta, anni caratterizzati da un impetuoso sviluppo che aumenta la ricchezza ma evidenzia sempre più la differenza tra ricchi e poveri. Anni in cui il benessere insinua una sottile alienazione che produce disagio ed inquietudine e che accresce nei giovani, un’esigenza di ribellione e di dire basta ad un modo di essere ipocrita, formalista ed egoista.

Sono questi i sentimenti che animano i protagonisti del romanzo che, attraverso percorsi di vita differenti, cercano di opporsi con tutte le loro forze ad una società soffocante, conformista, schiava del potere e senza scrupoli nella distruzione dell’ambiente.

Il romanzo è di facile lettura e molto coinvolgente: trasmette emozioni e sensazioni contrastanti anche se, alla fine, quello che predomina su tutto è il valore dell’amicizia come sentimento semplice, duraturo e profondo.

Anna Pennetta

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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BASTA CON I CONDONI

Il Governo Draghi ha licenziato un condono fiscale che abbuona un debito massimo verso l’Agenzia delle Entrate di 5.000 euro con un reddito inferiore ai 30.000 annui per cartelle emesse fino all’anno 2010. La scelta di proseguire sulla strada del condono ha destato molte perplessità. Il Presidente Draghi ha ammesso che tale scelta fosse un condono, mentre i rappresentanti politici del centrodestra, Salvini e la Lega in testa, continuano a filosofeggiare di “pace fiscale”.

In noi, invece, monta la rabbia. E’ una rabbia pacifica, ma sempre rabbia è.

In questo lungo anno in cui la società e l’economia sono stati stritolati da una crisi devastante, per la pandemia da Covid 19, sono però emerse chiaramente le falle causate dalle politiche governative profondamente miopi attuate in Italia negli ultimi 25 anni. Fondamentalmente si è scelto, come più volte da noi già evidenziato, di tagliare le risorse destinate al Welfare e all’Istruzione, cioè a tutti quei settori fondamentali per ridurre le differenze sociali, culturali ed economiche tra i cittadini come d’altronde previsto dall’articolo 3 della Costituzione Italiana.

Il Welfare, ossia la Sanità Pubblica, la Previdenza sociale e gli Ammortizzatori sociali, così come la Scuola Pubblica, sono finanziati dal sistema fiscale applicato nel paese. In questi anni si è attuata una lotta selvaggia al lavoro pubblico identificato come lassista e sprecone, e alla scuola pubblica depauperata di risorse, strutture e professionalità a vantaggio di quella privata, come è accaduto anche per la Sanità, il “modello” lombardo ne è un triste esempio. Anche la previdenza è stata duramente colpita con la riforma Maroni, prima, e la Fornero dopo mandando in pensione le persone in età molto più avanzata e con assegni fortemente tagliati.

A monte la scelta del neoliberismo ha provocato riforme fiscali folli e fallimentari che hanno azzerato uno dei pilastri costituzionali: la progressività del regime di tassazione. Un principio in base al quale chi ha di più deve dare di più a vantaggio di chi, invece, è indietro nella società. Un altro principio conseguente è garantire a tutti i cittadini uguali possibilità di mobilità sociale e lavorativa consentendo a chiunque di potersi elevare economicamente e socialmente. In sintesi una cultura e una politica di equità.

Invece le politiche fiscali attuate hanno risposto al solo principio di aumentare la disparità sociale ed economica e per la quale chi ha di più accumula sempre più ricchezza a danno di chi è indietro e che si impoverisce sempre di più. Questo è esattamente ciò che è accaduto e che continua ad accadere e gli studi di settore dell’ultimo decennio lo attestano in modo inequivocabile.

La pandemia ha dimostrato che serve un sistema sanitario nazionale diffuso sui territori, innovativo, fondato sulla ricerca e con adeguato personale medico e paramedico; il sistema previdenziale va aggiornato per garantire un giusto ricambio generazionale e i versamenti contributivi per i giovani che consentano a loro di potersi costruire una pensione dignitosa, ripristinando il principio della solidarietà generazionale; un sistema di ammortizzatori sociali che serva a costruire un percorso efficace di ricerca per un nuovo lavoro perché il Lavoro garantisce la dignità della persona; la scuola pubblica va rifondata da zero investendo nell’edilizia scolastica, nell’informatizzazione delle aule, nell’assunzione di insegnanti e personale ausiliario,

Per realizzare tutto questo servono soldi. Serve quindi un sistema fiscale adeguato. Le tasse non vanno aumentate, vanno pagate e va applicato di nuovo il principio della progressività impositiva. Serve quindi una riforma all’altezza dei tempi e serve una feroce politica di lotta all’evasione fiscale che nel nostro paese ha dei livelli altissimi, pari a intere manovre finanziarie. Quei soldi vanno recuperati non con lo spirito della caccia all’untore. Le persone vanno convinte che pagare le tasse è giusto e quindi serve ottenere dei risultati tangibili che dimostrino che pagare le tasse significa avere servizi pubblici migliori.

Per questo noi chiediamo al potere politico: basta con i condoni! Vanno fatte le scelte giuste, adesso. Va creato nuovo lavoro in tutti i settori del Pubblico al fine di rendere credibile un piano di ricostruzione di questo povero paese così malridotto. Serve, quindi una politica all’altezza dei tempi che affronti le questioni in modo serio pensando al bene pubblico e non soltanto a quello del proprio elettorato. Ma bisogna farlo ora.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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PAROLE SOSPESE

Giovane scrittrice di successo, Laura Imai Messina ci conduce per mano nel lontano Giappone, dove vive, per farci conoscere un posto incantato realmente esistente: Bel Gardia, un ampio giardino sul lato scosceso di una montagna, su cui insiste una speciale cabina telefonica, una cornetta senza filo che trasporta nel vento le voci o anche i silenzi di migliaia di persone che hanno perduto qualcuno.

Un evento improvviso e traumatico, lo tsunami del 2011, sconvolge la vita di milioni di persone.

Migliaia di vite spazzate via in un istante.

Parole sospese, progetti spezzati, sogni infranti.

La necessità per chi rimane di comunicare ancora una volta con chi non c’è più.

Con prosa leggera, lineare, e frequenti figure metaforiche, Imai ci coinvolge sapientemente nelle vite di Yui, Takeshi ed Hana, di Shio, di…

Vite parallele, apparentemente distanti, diventano ad un tratto rette incidenti, destini incrociati.

I protagonisti, inseparabili compagni di viaggio verso quel luogo misterioso, incrociano la loro vita con numerosi sconosciuti, poi divenuti amici, che, come loro, si recano ogni anno a Bel Gardia per trovare conforto nella connessione virtuale con chi hanno perduto.

L’ amicizia, come spesso accade, si trasforma lentamente in amore. Yui entra stabilmente nella vita di Takeshi ed Hana. La loro vita si arricchisce della nascita di un bimbo che, compiuto un anno, pronuncerà “ mamma” per la prima volta… e sarà contagioso perché anche Hana chiamerà così Yui per la prima volta.

“Ecco come nasceva la gioia. Era in una parola restituita che sempre le avrebbe ricordato il prima, e avrebbe cementificato il dopo…..”.

La rinascita, la speranza, il futuro, serbando in sé, nel profondo del cuore, il passato che passato non è e non potrà mai essere. Una miscela unica ed imprescindibile dell’ immanenza di un nuovo presente e la speranza di un nuovo futuro, che sarà gioia ancorata ad una perenne tristezza.

“Yui comprese che l’ infelicità aveva sopra le ditate della gioia. Che dentro di noi teniamo premute le impronte delle persone che ci hanno insegnato ad amare, a essere ugualmente felici e infelici”

Alessia Friggione Dipartimento Comunicazione Fisac/Cgil Brindisi

A

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Questo è il ruolo sociale delle banche?

Il mondo è alle prese con una pandemia terribile. Un minuscolo virus ha provocato milioni di morti e decine di milioni di contagi. In Italia gli ospedali sono vicino al punto di collasso. L’economia e la società stanno vivendo una delle crisi più micidiali della storia, la soglia di povertà si sta alzando ogni giorno che passa, le foto delle lunghe file che si creano davanti ai centri di solidarietà che offrono un pasto caldo lo dimostrano in un modo che afferra la gola per lo stupore e per la paura di un futuro oscuro. In tutto il pianeta i lockdown si succedono e rinchiudono nelle loro case intere popolazioni che vedono smantellate, bloccate, forse anche distrutte relazioni umane ed economie. Le scuole, come strutture di socializzazione ed educazione, salvo casi eccezionali sono ormai chiuse da più di un anno. Le promesse di investire nell’edilizia scolastica, nella tecnologia, nelle infrastrutture al fine di garantire l’accesso e il diritto allo studio in presenza sono state inevase. Bambini, ragazzi, giovani uomini, sono rinchiusi nella pareti domestiche e continuano il loro cammino scolastico dietro il monitor di un device elettronico, grazie, come sempre, allo sforzo umano delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola e delle famiglie che compiono sforzi immani per salvaguardare i loro figli in questo scenario apocalittico.

In fondo a questo tunnel si intravede la luce delle campagne di vaccinazione. La scienza ha portato a compimento un miracolo con la realizzazione di un vaccino in meno di un anno. Ora il vaccino è in produzione in una operazione gigantesca che coinvolge gli Stati del pianeta e una sforzo logistico senza precedenti. Ancora una volta, però, la cupidigia capitalistica di Big Pharma e la mediocrità organizzativa di molti stati, sta rallentando la campagna di vaccinazione di massa causando migliaia di morti ogni giorno che, probabilmente, potevano essere evitati. Intere comunità si stanno perdendo nel cammino della lotta contro il virus.

In un simile momento il settore creditizio, lo abbiamo scritto più volte, in un mondo fondato sul mercato poteva svolgere un ruolo sociale fondamentale. Le banche, con le loro professionalità e la loro potenza organizzativa, potevano aiutare il sistema economico e sociale a individuare ed investire nei progetti più lungimiranti che potevano rappresentare una via d’uscita dalla crisi stringente. Gli aiuti statali in Italia hanno determinato campagne di sospensione delle rate di mutui e prestiti, l’anticipo di assegni di ristoro alle categorie in difficoltà. La politica ha cercato, e cerca, di aiutare imprese e famiglie in un momento difficile. E la politica ha chiesto aiuto al sistema bancario e finanziario.

Dopo un periodo in cui l’organizzazione della banche si è adeguata per offrire il miglior servizio possibile, in cui le lavoratrici e i lavoratori del settore hanno impegnato le proprie risorse fisiche e mentali, pagando anche un prezzo molto alto in termini di contagi propri e delle proprie famiglie, le banche hanno deciso in modo diffuso ed uniforme di cambiare passo e tornare all’antico.

Sono riesplose in quasi tutte le banche e nelle filiali le pressioni commerciali, persino nelle zone rosse. Nelle aziende, in cui il management lavora prudenzialmente da casa per garantire le linee di comando e di organizzazione, è partita una campagna diffusa in cui si richiamano le lavoratrici e i lavoratori al raggiungimento degli obiettivi di budget. Le colleghe e i colleghi che mettono ogni giorno la faccia e il corpo nelle filiali, sono tempestate di mail, di telefonate, di riunioni on line per incrementare i numeri dei prodotti venduti. In una fase in cui è fondamentale tutelare la salute pubblica, si invita la clientela a recarsi nelle filiali per sottoscrivere prodotti finanziari, soprattutto assicurativi, speculando sulla situazione pandemica e i rischi connessi.

La cosa che più colpisce sono i toni di queste spinte aziendali sulle campagne commerciali: bruschi, duri, minacciosi e che sistematicamente si fondano su classifiche che mettono a contrasto i “buoni” dai “cattivi”.

Noi ci chiediamo se sia questo il “ruolo sociale” delle banche. E’ in questo modo che si aiuta un popolo in difficoltà e al limite della fame, quella vera, quella fisica? Lo si fa pensando al proprio tornaconto anche in questo periodo, pur essendo consapevoli che questa scelta significhi contribuire a mettere in difficoltà le persone e le aziende poiché aumenta il loro indebitamento nei confronti del sistema ancora di più?

Queste sono scelte e politiche miopi, ancora una volta fondate su obiettivi di breve periodo e che in prospettiva produrranno ulteriori crediti deteriorati, possibili e probabili contenziosi. E chi pagherà ancora una volta le conseguenze di queste scelte evidentemente sbagliate, oltre alla clientela colpita direttamente? Saranno i dipendenti, non certo il management che continuerà, indifferente, a cambiare azienda raccattando buonuscite milionarie e passando alla storia per aver ridotto sul lastrico economie, famiglie e le stesse banche per cui hanno lavorato.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Ora dimmi di te

Da questa settimana introduciamo una breve rubrica di recensione libri, film o serie TV. Partiamo questa settimana con una recensione scritta da Danilo Gianniello.

Ora dimmi di te. Lettera a Matilda

Andrea Camilleri ha avuto una vita intensa. Alcuni aneddoti ce li ha raccontati nelle interviste, altri li ha trasposti nei suoi romanzi. Un giorno, già avanti con l’età, vedendo la sua pro-nipotina giocare, realizza che non avrebbe fatto in tempo a raccontarle la sua vita, che Matilda avrebbe potuto farsene un’idea solo grazie ai racconti degli altri; ma sarebbe stata la verità? Da qui nasce una lettera appassionata in cui le racconta alcuni episodi che hanno segnato la sua vita: uno spettacolo teatrale alla presenza di un gerarca fascista, una strage di mafia a Porto Empedocle, la scuola di regia, l’incontro con la moglie Rosetta e quello con l’editorialista Elvira Sellerio e molto ancora. Un racconto lineare e schietto, ogni tanto umoristico, mai paternalistico.

Lettera a Matilda ci dà la possibilità, in troppo poche pagine, di “ascoltare ancora una volta la sua voce” e di conoscere il Camilleri lavoratore. Persona acuta che si è fatto strada grazie allo studio e il lavoro: regista teatrale, autore, sceneggiatore e regista di programmi culturali per la radio e la televisione, insegnante e, ovviamente, scrittore. Un’ispirazione ed un barlume di speranza.

Danilo Gianniello

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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8 MARZO 2021

“L’8 marzo non è la Festa della Donna, ma la Giornata Internazionale dedicata alle Donne, che quest’anno, alla luce delle conseguenze della pandemia, acquista un significato più profondo: ovunque nel mondo sono proprio le donne a pagare il prezzo più caro sul piano economico ed anche emotivo. Nel nostro Paese, in particolare, secondo gli ultimi dati Istat, il tasso di occupazione femminile nella fascia tra i 15 e i 64 anni è di ben diciannove punti percentuali inferiore di quello degli uomini. Secondo una serie di dati pubblicati da Il Sole 24ore, nelle società quotate nel listino Ftse Mib solo 14 amministratori delegati su cento sono donne. Queste ultime oggi rappresentano il 18,3% del totale nella dirigenza privata, secondo gli ultimi dati Inps, una netta minoranza.
A dicembre si sono persi 101 mila posti di lavoro: 99 mila di questi erano occupati da donne. Come si può pretendere di combattere la violenza di genere se non si permette alle donne di essere indipendenti economicamente?”
(Marianna Lentini, newsletter “Luci nella Notte”)

Il dato sulle uccisioni delle donne ha trovato conferma pochi giorni fa nel rapporto del Servizio analisi criminale della Polizia. Dallo studio è emerso un leggero aumento delle vittime di sesso femminile, passate da 111 del 2019 a 112 del 2020, e un incremento delle donne uccise in ambito familiare, salite da 94 del 2019 a 98 dell’anno scorso. Più nello specifico dallo studio della Polizia è emerso poi che a febbraio, maggio e ottobre 2020 il 100% delle donne vittime di omicidio han perso la vita in un ambito familiare-affettivo. (dato ANSA).

Questa è la realtà in Italia e questi sono i primi effetti della pandemia da coronavirus che ha colpito tutto il mondo. In questa situazione è indispensabile guardare al futuro scommettendo sul superamento rapido di culture e approcci retrogradi, investendo sulla crescita delle competenze, sull’innovazione tecnologica, sulla difesa del pianeta eliminando le produzioni inquinanti che probabilmente sono la causa scatenante delle pandemie. Bisogna investire sui giovani, sulla parità uomo-donna, sulla diffusione di una cultura che abbia come fondamento il rispetto delle differenze di genere e quindi un percorso educativo in tal senso. Invece accade esattamente il contrario.

Nel 2021 l’ 8 Marzo ha molti volti: Ha il volto delle adolescenti afghane uccise a Jalalabad, perché giornaliste e doppiatrici televisive in un mondo in cui le donne non hanno e non devono avere voce. Ha il volto di Alessia Bonari, che ha prestato il suo viso martoriato dalle mascherine e dal duro impegno sul campo, per dimostrare la forza delle donne che ogni giorno sostengono sulle loro spalle il lavoro invisibile di chi aiuta gli altri. Ha il volto di Kamala Harris, di origini indiane e giamaicane, simbolo delle donne che “ce l’ hanno fatta”, in un mondo maschilista, razzista, prevaricatore e che è stata eletta Vice Presidente degli Stati Uniti d’America.

Ha il volto delle tante donne italiane uccise da uomini in questi primi mesi dell’anno, con numeri terribili che ci raccontano di più di un omicidio alla settimana.

Ha il volto di una politica italiana che continua ad essere retrograda, in cui il nuovo Presidente del Consiglio, accolto come il Salvatore della Patria, relega le donne ad un numero ridotto di otto ministre, la gran parte senza autonomia di spesa, su un totale di 24 ministeri e in cui il principale partito italiano, per giunta di centrosinistra, non ne indica nemmeno una.

E’ moltissimo il cammino da compiere e le campagne di rivendicazione sindacale da incardinare a partire dai posti di lavoro, in cui la CGIL ha un ruolo fondamentale per la difesa dei diritti delle donne, per la difesa delle democrazia e per l’attuazione della nostra Costituzione.

Il nostro obiettivo, come Fisac/CGIL, è avviare al più presto piattaforme rivendicative per la parità di salario, per abbattere il tetto di cristallo che blocca le carriere apicali alle donne, alla realizzazione di politiche di welfare, soprattutto in questo momento, che consentano alle famiglie, con pari responsabilità tra uomini e donne, di avere accesso a permessi retribuiti e all’accesso al lavoro agile per contemperare il tempo di lavoro con il tempo di vita.

Dobbiamo ricostruire il futuro al più presto mettendo al centro la tutela delle donne in tutti i campi, lavorativi e sociali. Questo è l’obiettivo primario di una moderna Fisac/CGIL.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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I vaccini sono un diritto, non un privilegio

In Italia la campagna di vaccinazione contro il Covid 19 sta andando molto lentamente. All’origine c’è la nota questione delle poche dosi consegnate dalla case produttrici. Eppure, nonostante questa premessa, le dosi somministrate sono addirittura inferiori a quelle consegnate. Le Regioni procedono in ordine sparso, alcune più celermente e con organizzazione, altre sono al palo e senza alcuna logica strategica. Eppure all’interno di questo percorso spezzettato e difficile ci allarma un silenzio pericoloso: quale logica si applica nell’individuazione delle fasce a cui distribuire i vaccini?

In questo strano paese che alcune volte sa essere generoso e rapido nelle scelte, altre invece il criterio delle spinte corporative ha la meglio. Alcuni segnali li rileviamo anche in questa campagna vaccinale. Leggiamo sulle agenzie di stampa che alcune categorie, che non ci risultano disagiate e particolarmente esposte, hanno fatto sentire forte la loro “voce” e che siano state accontentate dai governi regionali nell’anticipare la campagna di vaccinazione, scavalcando chi aveva più diritto rispetto a loro.

A questo punto riteniamo necessario esprimerci sull’argomento poiché come organizzazioni sindacali è utile dire chiaramente quello che pensiamo e da che parte stiamo.

Nei lockdown che si sono susseguiti in quest’ultimo anno ci sono state molte categorie di persone che sono state esposte al rischio di contrarre il Covid perchè hanno continuato a lavorare per garantire al paese servizi essenziali e che potesse andare avanti nonostante la pandemia in corso: medici, infermieri, lavoratori del settore farmaceutico, lavoratrici e lavoratori del settore agroalimentare, della logistica, le imprese di trasporti, molte fabbriche, i supermercati, commesse e commessi di negozi di prima necessità, lavoratrici e lavoratori del settore del credito, assicurazioni ed esattorie.

Bene, noi crediamo che si debbano rispettare e tutelare queste persone che hanno assicurato la prosecuzione di quelle attività. Siamo anche consapevoli che la precedenza assoluta in questo momento va assicurata alle persone deboli, fragili, emarginate, a tutte le persone che lavorano nelle scuole e alle ragazze e ai ragazzi maggiorenni. Perché la difesa dei più deboli e della scuola è la difesa di un principio costituzionale e la salvaguardia del futuro di questo paese, strano ma bellissimo.

Dopodiché va garantita la vaccinazione di tutte quelle persone che hanno messo a disposizione del paese il loro lavoro e messo a rischio la propria salute. E’ un diritto inalienabile ed è soprattutto giusto. Nessun tipo di favoritismo o di corporativismo può scavalcare un bisogno di giustizia e di equità.

Quindi ci attendiamo che le organizzazioni sindacali confederali facciano sentire forte la loro voce e che intervengano presso il Governo e le Regioni affinché questo criterio minimo sia applicato e che la campagna di vaccinazione di massa prosegua con un criterio logico su base nazionale.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Un penny per i tuoi pensieri

Internet e’ la più alta espressione di democrazia oggi esistente. E’ il tempio indiscusso della libertà di espressione, stargate che catapulta con un repentino balzo spazio-temporale in qualsiasi punto del globo, moderna Agorà che consente di chattare con chiunque in qualsiasi momento, 

In rete siamo finalmente tutti uguali, parificati da una sorta di livella giustiziatrice che eguaglia tutti, senza distinzione di sesso, razza, nazionalità, opinioni politiche, garantendo ad ognuno la libera partecipazione a forum, discussioni, webinar. 

Le uniche limitazioni ad oggi esistenti sono le norme contrattuali sottoscritte a monte in fase di adesione a ciascun social (sfido chiunque ad affermare di aver letto i codici e codicilli che ciascuno di noi sottoscrive).

La preziosissima moneta di scambio, il prezzo da pagare per la partecipazione apparentemente gratuita a questa kermesse è il rilascio dei dati personali che consente la profilazione di ciascuno di noi, la individuazione e catalogazione di gusti tendenze e orientamenti politici, sessuali, culturali, e così via.

Mentre un tempo si decideva se fosse preminente il potere politico, economico o quello finanziario, oggi è indubitabile che è questo il vero tesoro che muove il mondo e ne determina le scelte.

Le principali piattaforme mondiali sono le fortunate detentrici di questo enorme patrimonio ed hanno lo smisurato potere di fruirne a proprio piacimento. 

Quella che è, ad oggi, la più alta espressione democratica, rischia, però, di rimanere ostaggio di sé stessa e di divenire il mezzo più limitativo della democrazia stessa, di implodere sotto il peso dell’uso deleterio e “machista” della libertà di espressione.

Il problema dello strapotere esercitato da questi colossi è emerso in tutta la sua potenza in occasione dell’assalto alla Casa Bianca, fomentato dai tweets e dal comizio di Trump in seguito alla sua mancata elezione.

A tutela della democrazia mondiale, le piattaforme principali hanno silenziato Trump, esercitando così un pericolosissimo potere di limitazione della libertà di parola ed usurpando, in questo modo, un diritto che dovrebbe essere esclusivamente esercitato dalla giustizia ordinaria. 

Qualora Trump abbia violato la legge, è esclusivo compito dei giudici individuare quali norme abbia violato e definire, di conseguenza, le sanzioni applicabili.

Appare, allora, evidente che urge regolamentare quanto prima il selvaggio mondo del web, necessita una coordinata azione mondiale per disciplinare e delimitare lo strapotere delle piattaforme.

A questo scopo sono finalizzate le proposte di legge della Commissione europea ed attualmente al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio Europeo: il Digital service act e il Digital MARKET ACTS.

Normare l’utilizzo del web non può e non deve intendersi come una LIMITAZIONE DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE, ma piuttosto come GARANZIA DI MASSIMA TUTELA degli interessi contrapposti degli attori che agiscono in rete.

La libertà si declina in una varietà di forme infinita (delle piattaforme; delle testate giornalistiche, dei personaggi pubblici; dei poveri comuni mortali; dei minorenni; degli hacker e degli autori/ fautori del malware; di chi esercita il commercio o altra attività redditizia (tipo le banche); di chi diffonde idee politiche che possono fomentare odio; di chi diffonde idee violente o esercita violenza verbale in rete).

È pertanto limitativo parlare in maniera generica di libertà in rete, di limitazione alla stessa o di regolamentazione della stessa. Bisognerebbe di volta in volta analizzare a quale libertà ci si riferisce.

Inoltre il riconoscimento totale della libertà a ciascuno corrisponde quasi sempre alla limitazione della libertà di altri oppure al danneggiamento di altri. Perciò il diritto alla libertà, benché sacrosanto, va sempre contemperato con il rispetto dei diritti altrui.

È limitativo, inoltre, delimitare le responsabilità delle piattaforme all’esclusivo pagamento di tasse o di un prezzo per l’utilizzo dei dati. Il problema è ben più profondo perché i miei dati personali, il mio pensiero, i miei gusti NON HANNO PREZZO e non possono essere soggetti a mercimonio.

La eccessiva parcellizzazione e differenziazione delle tipologie di intervento richieste, rende quanto mai arduo il compito di disciplinare la materia. Tuttavia, come sindacato ci auguriamo che questa legislazione venga quanto prima approvata, affinché aumentino le tutele dei “contraenti più deboli”, che siamo in definitiva tutti noi nel momento in cui usufruiamo in qualsiasi modo della rete.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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