La verità sul Covid 19 è possibile?

Che cosa dicono i numeri sul Covid-19

A sette mesi dal paziente 1 di Codogno i media continuano a snocciolare quotidianamente numeri su contagi, tamponi, decessi, ricoveri, terapie intensive e decessi, alimentando – come un sadico yo-yo – una schizofrenica alternanza di ottimismo o pessimismo sull’evoluzione della pandemia. Sui social da mesi si rincorrono narrative e immagini che spaziano dalla fila di camion dell’esercito a Bergamo alla folle estate dei giovani assembrati in discoteca senza mascherine, fino alle manifestazioni negazioniste. Gli infuocati dibattiti degli esperti configurano un perfetto bipolarismo condizionato più dalla propria attività specialistica e dal proprio contesto locale che da una visione globale della pandemia e dal principio di precauzione che dovrebbe accompagnare le incertezze della scienza. Il grande pubblico viene ulteriormente disorientato da terminologie che appartengono al mondo della ricerca (carica virale) o da ambigui tormentoni quali “virus clinicamente morto” o “tamponi debolmente positivi”. La comunicazione istituzionale si è progressivamente ridotta all’osso: dal tragico bollettino di guerra quotidiano della protezione civile andato in soffitta a fine aprile all’eccellente report epidemiologico settimanale dell’Istituto superiore di sanità che resta tuttavia una pubblicazione per addetti ai lavori. In questo contesto gli spettatori passivi si sono trasformati in protagonisti attivi nella produzione e sintesi di informazioni, esacerbando l’infodemia, ostacolando la consapevolezza di un fenomeno epocale e soprattutto la capacità di convivere serenamente con il virus senza rinunciare alle libertà individuali. Libertà che, tuttavia, richiedono alcune rinunce e un diverso stile di vita per garantire il pieno rispetto della tutela della salute altrui. Ecco perché oggi è sempre più indispensabile riallineare la percezione pubblica su numeri e dinamiche di una pandemia che si prolungherà nel tempo, condizionando tutti gli aspetti della nostra vita, oltre che la tutela della salute pubblica e la ripresa economica del paese. Come dobbiamo interpretare i numeri attuali dell’epidemia? 

A partire dalla fine di luglio, mese che aveva visto i nuovi casi settimanali stabilizzarsi intorno ai 1.400, i contagi sono progressivamente aumentati, in maniera molto netta a partire dalla seconda metà di agosto, quando il numero dei nuovi casi settimanali è salito a quota 10.000, espandendo il bacino delle persone “attualmente positive” da poco più di 12mila a oltre 44mila. Vero è che la maggior parte dei nuovi casi erano giovani e asintomatici, ma la loro permanenza in ambito familiare ha favorito il contagio di adulti e anziani, specialmente se fragili. Infatti, mentre da fine luglio i pazienti ricoverati con sintomi sono aumentati da 732 a 2.365 e quelli in terapia intensiva da 40 a 222, è aumentata parallelamente l’età mediana dei contagiati: si era ridotta dagli oltre 60 anni dei primi due mesi dell’epidemia sino a meno di 30 nelle settimane centrali di agosto, ma nelle ultime settimane è risalita a circa 45 anni. È vero che troviamo più casi solo perché facciamo più tamponi? Solo in parte, perché questa è solo una delle determinanti, visto che il rapporto positivi/casi testati è aumentato dallo 0,8 per cento di fine luglio al 2,7 per cento nell’ultima settimana. In altre parole, se è vero che cerchiamo di più il virus, lui circola comunque molto di più. Ecco perché il potenziamento della capacità di eseguire tamponi è una strategia irrinunciabile per contenere la risalita della curva epidemica. 

La paura della seconda ondata

È vero che il virus si è rabbonito, considerato che i casi di oggi sono molto meno gravi di quelli di marzo-aprile? Assolutamente no: semplicemente oggi esploriamo la parte sommersa dell’iceberg, mentre in primavera, in assenza di attività di screening per scovare gli asintomatici, potevamo intravederne solo la punta, ovvero i soggetti più gravi e ospedalizzati. Il virus è sempre lo stesso, stiamo solo vivendo una fase diversa dell’epidemia perché dal 3 giugno, con la ripresa della mobilità interregionale e la riapertura dei confini, siamo di fatto “ripartiti dal via”, un po’ come nel gioco dell’oca. Ecco perché ogni confronto dei numeri attuali con quelli della fase 1 è inappropriato, spesso strumentale e non tiene conto delle dinamiche dell’epidemia. Siamo davanti a una seconda ondata? Per chi teme di rivedere le scene drammatiche di marzo-aprile, la risposta è sicuramente no; se invece intendiamo un progressivo incremento dei contagi che si riflette gradualmente sui ricoveri e sulle terapie intensive, la seconda ondata di fatto è già in atto. Tuttavia non potrà esserci alcun effetto sorpresa per la sanità e per la società civile, totalmente impreparate di fronte al violento tsunami della fase 1, di cui non abbiamo mai conosciuto la fase preliminare. Oggi la sorveglianza epidemiologica monitora continuamente la risalita della curva, i posti letto ospedalieri e di terapia intensiva sono stati potenziati, tutte le strutture sanitarie dispongono di percorsi Covid-19 e abbiamo ampia disponibilità di mascherine e dispositivi di protezione individuale. In questa fase di circolazione endemica del virus, ovvero di convivenza sociale con un ospite indesiderato, oltre al potenziamento dell’attività di testing, tracing, treating , sono i nostri comportamenti individuali che contribuiscono a evitare ogni forma di sovraccarico ospedaliero o territoriale. Ovvero solo la combinazione tra un sistema sanitario adeguatamente potenziato e una popolazione diligente potrà tenere bassa l’altezza della seconda ondata, prolungandola nel tempo ed evitando così il sovraccarico dei servizi ospedalieri che, quando eccessivo, aumenta la letalità. Sì, perché bisogna accettare, oltre ogni ragionevole dubbio, che un consistente numero dei decessi da Covid-19 nei mesi di marzo e aprile è stato causato dall’enorme sovraccarico ospedaliero: narrative differenti sono frutto di ignoranza o di malafede.

Nino Cartabellotta medico. Presidente della Fondazione Gimpe

Articolo pubblicato sul nuovo quotidiano Domani

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MPS e le pressioni per la Bad Bank

da Affari e Finanza di Repubblica

Mps e le pressioni per la bad bank ma il Tesoro vuole la privatizzazione

21 SETTEMBRE 2020. Una parte dei M5s chiede di trasformare l’istituto di Siena in un veicolo capace di smaltire i crediti deteriorati del sistema bancario italiano, ma la vigilanza resta fredda e il ministro Gualtieri porta avanti il progetto di cessione

DI ANDREA GRECO

Teoria degli insiemi. Ci sono tre elementi in due insiemi: “nuovi crediti deteriorati” e “dossier Mps” stanno in quello “Problemi”, mentre “bad bank” rientra in dell’insieme “Soluzioni”. L’intersezione tra i due insiemi è tutta da costruire, e difficilmente comprenderà ciascuno dei tre elementi. Malgrado un generico favore coltivato dai vertici della Banca d’Italia e della vigilanza europea attorno a schemi di società “specializzate nel gestire crediti deteriorati”, i tempi stretti, le costrizioni tecnico-finanziarie, la ritrosia del Tesoro – e della vigilanza stessa, in caso di bad bank finalizzate ad altri scopi come l’idea fa temere tra i banchieri centrali – si frappongono all’idea lanciata a inizio settembre da Carla Ruocco.
La presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche aveva proposto sui media, e ora sta approfondendo con partiti e istituzioni, di sbrogliare la matassa senese usando la licenza bancaria e le strutture di Mps per farne una lavatrice nazionale dei crediti inevasi, che per oltre 100 miliardi pioveranno sull’Italia da febbraio, alla scadenza delle moratorie bancarie. La montagna di contenziosi in formazione è scontata. Secondo uno studio di Oliver Wyman, le banche europee supervisionate dall’Eba nei prossimi tre anni perderanno oltre 400 miliardi di euro sui loro crediti, 2,5 volte l’ultimo, mite triennio (e la somma può raddoppiare con un lockdown bis). La quota di contenzioso dell’Italia sarà più che proporzionale: si stimano tra 100 e 150 miliardi di euro di nuovi non performing exposure s (Npe), a partire dal rimborso imperfetto dei 300 miliardi di prestiti congelati fino al 31 gennaio 2021.
Gli analisti di Bank of America hanno di recente stimato tassi di default tra il 10 e il 20% della somma: l’ad di Banca Ifis Luciano Colombini ne prevede “tra il 5 e il 10%” delle moratorie. Per il manager che guida l’istituto leader nei crediti deteriorati “al consumo” delle famiglie, tale nicchia sarà “tra le più riparate, perché quasi metà dei debitori ha una pensione o redditi da lavoro dipendente, mentre sarà più pesante l’impatto sul credito alle imprese piccole e medie, e sulle sofferenze che hanno come sottostante immobili commerciali o industriali, i più colpiti dalla crisi”.La realpolitik dell’antitrustAnche Francesco Guarneri, che dal 1991 guida Guber Banca nel recupero dei crediti, stima un impatto ritardato, e maggiore per le aziende entrate nel lockdown in condizioni già fragili. “Il Covid promette di fare in economia quel che ha fatto in campo medico: colpire i soggetti deboli, le imprese con problemi pregressi. Più che le sofferenze, saranno le esposizioni in bonis e le inadempienze probabili la maggiore sfida per le banche: anche perché sono quelle che richiedono più attenzione, risorse e risposte pronte”.
Le società nazionali per gestire crediti ammalorati hanno funzionato piuttosto bene dal crac di Lehman (2008) in poi: hanno accorciato i tempi di smaltimento dei crediti bancari, usciti dai bilanci degli istituti che così hanno potuto dedicarsi al credito ordinario; e hanno dato più potere contrattuale ai venditori, in un mercato dove comandano i pochi fondi globali compratori (gli “avvoltoi della vulgata politica). Ma gli innegabili vantaggi, come noto apprezzati anche dal governatore Ignazio Visco e dal capo della vigilanza europea Andrea Enria si uniscono a un rischio molto avvertito nei Paesi più “nordici”. Il rischio, già espresso dal vicepresidente dell’Ue Valdis Dombrovskis e dalla presidente del fondo di risoluzione unico, Elke König, che una bad bank unica europea, comprando crediti a prezzi standard, crei distorsioni legate al fatto che i contenziosi nei vari Paesi sono ancora molto diversi per tempi di recupero, norme civili, condotte. Per questo è poco probabile che, malgrado la discontinuità posta dalla pandemia, maturi il consenso politico sufficiente a una bad bank europea: e neanche per fare il “regolamento armonizzato delle bad bank nazionali” chiesto dall’Abi. Più facile, invece, che i confronti tra le istituzioni sul tema si risolvano in un approccio “comprensivo” dell’Antitrust Ue, quando si trova a valutare i casi specifici e singoli prezzi di apporto dei crediti (film visti di recente).Le condizioni di UnicreditQuanto sopra pare letteratura sofistica in raffronto al sesto grado da scalare entro due mesi per la “riprivatizzazione Mps”. L’impegno del Tesoro con l’Ue nel 2017 era rivendere la banca entro la primavera 2022; ma il socio pubblico pare determinato a rompere gli indugi ora. L’innesco è la scissione di 8,1 miliardi di euro di crediti deteriorati a favore di Amco, al voto dell’assemblea Mps il 4 ottobre. L’operazione renderà il bilancio senese tra i più “lindi”, ma costa un miliardo di patrimonio: per questo la Bce ha chiesto un piano di ricapitalizzazione per approvarla. Sono noti i tre impegni a cui l’ok Bce è subordinato: ma il Tesoro sta lavorando per superarli tramite un’aggregazione che metta definitivamente in sicurezza non solo il patrimonio Mps, ma soprattutto la sua redditività (la banca stima conti in rosso fino al 2022). La gara aperta per nominare un secondo advisor, oltre a Mediobanca da mesi attiva, è un altro segnale. Intanto la moral suasion di via XX settembre è all’opera: a partire da Unicredit, che però avrebbe chiesto pesanti condizioni – paragonate dietro le quinte a quelle spuntate da Intesa Sanpaolo per prendersi le due ex popolari venete – e che paiono fuori discussione.
L’altro nome nell’agenda del Tesoro è Banco Bpm. Un’integrazione “funzionale”, con qualunque istituto disposto, potrebbe coglierebbe alcune indicazioni care a Ruocco e a una parte di M5s e Leu: vendere gli sportelli Mps nel Sud al nascente polo Mcc-Bari, o fondere in Amco la “scatola vuota” senese con licenza bancaria e marchio per farne una bad bank capace di emettere bond e cartolarizzare titoli. “Tre dossier importanti si intrecciano: Borsa spa, Mps e Popolare Bari – dice Ruocco – servono visione e regia comune: non si può pretendere che lo Stato ripiani con soldi pubblici i fallimenti delle gestioni, e forse dell’attività di vigilanza, senza al contempo pretendere che tali interventi abbiano una valenza nazionale”.
Intanto il tempo passa, Giuseppe Conte non firma il Dpcm sulla vendita di Mps (slittato a dopo le elezioni) e aumenta il rischio di incartamento, che spianerebbe la via a una ricapitalizzazione solo statale per i 700 milioni circa chiesti al Monte dalla Bce. Allontanando il tempo della “riprivatizzazione” e segnando due vantaggi per la politica. Primo, non far emergere i circa 7 miliardi di minusvalenze in caso di vendita ora. Secondo, continuare a gestire poli bancari in regioni chiave come Toscana e Puglia, al di là degli esiti delle urne.

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I Doni di Rossana

di Ida Dominijanni

Tratta da Internazionale.it

https://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2020/09/21/rossana-rossanda-morte

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VADE RETRO RUOCCO

Carla Ruocco, presidente della Commissione Bilaterale sul Credito, qualche giorno fa ha dichiarato che le filiali meridionali del Monte dei Paschi di Siena potrebbero essere accorpate dalla Banca Popolare di Bari per costituire una sorta di Banca del Sud. In realtà lei avrebbe parlato di una Bad Bank per limitare la perdita finanziaria per il Ministero dell’Economia dopo la sottoscrizione del 68% del Capitale sociale della banca senese e l’andamento negativo del valore dell’azione del Monte che ne ha parzialmente intaccato l’investimento.

Come Fisac/CGIL del comprensorio di Brindisi non siamo particolarmente interessati alle dinamiche del “fantacredito” ma siamo attenti osservatori di quel che accade nel territorio.

Lo scenario delineato dalla parlamentare pentastellata ci allarma molto almeno per un paio di ragioni.

La prima è di principio: saremmo stanchi di scelte politiche che riservano alle regioni meridionali un approccio “caritatevole” in cui si pensa ad una “Bad Bank” costituita sulle ceneri di due banche che hanno, purtroppo, evidenti difficoltà patrimoniali e che da anni, con enormi sacrifici delle lavoratrici e dei lavoratori, cercano di riorganizzarsi per costruire un futuro migliore e all’altezza della loro storia. Un simile matrimonio fondato su uno spezzatino del terzo gruppo bancario italiano insieme ad una importante banca locale che è stata costretta, per pressioni di vario tipo, a partecipare a salvataggi di altre banche che ne hanno rosicchiato la solidità patrimoniale, non ci sembra una scelta strategicamente valida. Anzi, ci appare come una scelta priva di senso.

Tra l’altro riteniamo che il Sud meriti ben altra attenzione e quindi, eventualmente, una Good Bank in grado di supportare adeguatamente le necessità di rilancio sociale ed economico di un territorio fortemente colpito prima dalla crisi finanziaria e ora dalla pandemia del Covid 19.

La seconda ragione è di natura prettamente sindacale: la fusione tra le due banche comporterebbe un costo elevatissimo tra le lavoratrici ed i lavoratori. Le consedenze sarebbero praticamente ovunque con un esubero di organici enorme e con una forte sovraesposizione finanziaria nei territori in cui non ci sono moltissime realtà economiche di particolare solidità e rilievo. A seguire ci sarebbe necessariamente una razionalizzazione degli impieghi a favore dell’economia e della società che si vedrebbero pertanto penalizzate anziché essere aiutate.

Infine, usando un po’ di buon senso, è facile ipotizzare come per lo stesso Ministero dell’Economia una simile operazione non ridurrebbe l’impegno finanziario ma semmai lo amplificherebbe con costi ancora più rilevanti.

Ci aspettavamo un’azione politica più “felpata” da parte della Commissione che è chiamata ad un arduo lavoro di indagine sulla crisi del credito e quindi più che altro sulle scelte passate di alcuni gruppi bancari. Non crediamo che alla Commissione tocchi elaborare una strategia sul futuro delle stesse aziende, cosa che invece tocca al Governo e alle associazioni di categoria e alle organizzazioni sindacali in un confronto costruttivo e mirato, lo ripetiamo, sul futuro.

Invece è arrivata sulla stampa la notizia della nomina ad Amministratore Delegato della Banca Popolare di Bari di Giampiero Bergami, fino a qualche settimana fa Direttore Generale della Banca Monte dei Paschi di Siena. Una nomina che ha scatenato le illazioni sulla veridicità delle dichiarazioni della Presidente Carla Ruocco. E nello stesso tempo ha allarmato la clientela delle due banche, preoccupate che simili dichiarazioni e scelte fossero propedeutiche ad uno stato di crisi delle due aziende.

Ancora una volta la politica italiana ha lanciato messaggi contraddittori e preoccupanti anziché comunicare con trasparenza scelte chiare. Ancora una volta i sacrifici delle lavoratrici e dei lavoratori delle due banche, moltissimi dei quali sono stati dichiarati esuberi e accompagnati alla porta, e meno male che c’è il Fondo di solidarietà che non li ha lasciati in mezzo ad una strada, corrono il rischio di essere vanificati per la mancanza di capacità di programmazione e di prospettiva.

La Fisac/CGIL di Brindisi esprime la sua netta contrarietà a qualsiasi ipotesi di “spezzatino” e richiede la conferma di un impegno politico e imprenditoriale che mantenga l’integrità dei due istituti e la piena realizzazione di un percorso di risanamento al fine di consegnare alla società e all’economia del Mezzogiorno due grandi istituti di credito in grado di sostenere le esigenze e le potenzialità dei territori. Per il Monte dei Paschi riteniamo sia necessaria la conferma della proprietà pubblica, sia a tutela delle risorse investite e sia perché è necessaria una proprietà pubblica che rilanci il Monte sul territorio nazionale in un momento così delicato per l’economia e la società, dando un profilo e un ruolo sociale che la Banca nella sua lunga storia ha sempre avuto attraverso un rapporto fecondo con i territori in cui il Monte è presente.

Per la Banca Popolare di Bari ci auguriamo che si completi al più presto il percorso di risanamento e rafforzamento patrimoniale mantenendone l’integrità perché è un istituto fondamentale per il sostegno della ripresa economica e sociale del Mezzogiorno.

Entrambe le banche hanno un ruolo che va preservato e sviluppato per il bene dei territori e delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno, a loro volta, svolto un ruolo determinante per la sopravvivenza dei due istituti nei momenti di crisi e di difficoltà.

La Redazione Fisacbrindisi.it

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Willy Monteiro Duarte

E’ lì, di fronte a noi. Ogni giorno. L’eterno dualismo tra il bene e il male, la giustizia e il sopruso, l’ intelligenza e l’imbecillità si manifesta ancora una volta nella maniera più cruenta possibile. Con un omicidio.

A pagarne il prezzo come sempre più spesso accade, è una persona tanto fragile e indifesa quanto coraggiosa, onesta e solare: WILLY MONTEIRO DUARTE.

Il nome e’ divenuto d’ improvviso noto: è stato ucciso a pugni e calci da quattro energumeni per il suo eroico gesto di INTERVENIRE in difesa di un amico durante una rissa; per questa scelta è stato ferocemente punito da quattro balordi già noti in zona per risse, pestaggi e violenze di vario tipo.

INTERVENIRE : questo e’ stato l’errore di Willy; non si e’ voltato dall’altra parte, non ha fatto finta di niente. Se a questo aggiungiamo il colore della pelle, il quadro può dirsi completo.

Guardiamo la foto di quel ragazzo dai grandi occhi e con un bel sorriso aperto. Poi guardiamo la foto dei suoi assassini: espressione dura, occhi socchiusi, fisico costruito, pose con pugni chiusi e diretti contro chi osserva. Un ragazzo aperto al futuro contro quattro ragazzi chiusi dalla rabbia, dalla ricerca della violenza come imposizione di sé. Tutti e cinque sono figli di una società complicata che non ha saputo reagire ad una crisi sociale ed economica. Sono figli di un mondo degradato, troppo spesso senza speranza e che ha costretto all’emarginazione intere generazioni di giovani.

Noi non siamo esenti da responsabilità per lo stato di degrado culturale e morale in cui è rovinato il nostro paese.

Quante volte assistiamo ad ingiustizie e facciamo finta di niente, quante volte decidiamo di evitare problemi, quante volte subiamo noi stessi violenze, piccole o grandi, fisiche o psicologiche senza muovere un dito, lasciando correre per evitare un conflitto. Deve esserci chiaro che tutte le volte in cui il nostro comportamento è dominato dall’apatia, dalla PAURA, anche noi legittimiamo l’operato di chi ritiene sia tutto concesso.

L’assuefazione alla sopraffazione e all’ingiustizia è la più grande insidia dei terribili tempi che stiamo vivendo. La frequenza degli episodi di violenza e razzismo si moltiplicano ovunque a dismisura, fomentati da una sempre più capillare e strisciante diffusione di ideologie neo-naziste; queste fanno facile breccia nei tessuti sociali colpiti dalla crisi, nei mondi dove purtroppo si diffonde, loro malgrado, la rabbia. Una reazione che si autoalimenta e provoca la caduta dei valori della tolleranza, del rispetto e la capacità di discernimento.

E’ facile, pertanto, concludere che la RESPONSABILITA’ MORALE DI QUANTO ACCADUTO E’ DA IMPUTARE A CHI GIORNALMENTE ISTIGA, FOMENTA, SOBILLA L’ODIO E LA VIOLENZA. La responsabilità è di chi divide le persone in categorie, che ancora urla di superiorità in base al colore della pelle o dell’identità sessuale; la responsabilità è di chi vuole far tornare il mondo ad un medioevo oscurantista e privo di speranze per il futuro rinchiudendoci in fortini anacronistici.

Poichè al pari di Willy Duarte, ciascuno di noi, dei nostri figli, di ogni innocente può divenire tristemente noto agli onori della cronaca, abbiamo il DOVERE MORALE, CULTURALE E POLITICO di reagire con ogni mezzo a nostra disposizione.

Al fine di non essere complici degli scempi che si compiono quotidianamente, abbiamo l’obbligo di denunciare episodi di violenza, di intervenire attivamente in difesa dei più deboli e, non ultimo, di votare in maniera coerente.

In sintesi: abbiamo il dovere morale di scegliere da che parte stare e lottare contro le tenebre che stanno avvolgendo la nostra società e i nostri posti di lavoro.

La Redazione

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Il Referendum del 20 e 21 settembre 2020

La posizione della Fisac/CGIL di Brindisi

La DEMOCRAZIA è il valore fondante della nostra Repubblica, è stata conquistata negli anni con dure lotte e una drammatica guerra mondiale e, per tale ragione, deve essere difesa strenuamente.

Questo è il punto di partenza fondamentale da tenere presente nel prendere una decisione consapevole ogni qualvolta che, proprio in virtù di questo principio, siamo chiamati ad esprimere il nostro volere nelle consultazioni elettorali.

La Democrazia è un bene supremo, costituzionalmente garantito, e trova la sua espressione nei 139 articoli della nostra Carta Costituzionale, straordinaria sintesi dei Diritti e Doveri fondamentali dei cittadini (Parte prima) e fonte essenziale dei delicati equilibri tra i poteri statali (Parte seconda- Ordinamento della Repubblica) (Potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario).

Gli artt. 56 e 57, relativi ai principi base da seguire per la costituzione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, sono stati più volte oggetto di revisione con Leggi Costituzionale del 1963 e del 2001 e sono, ad oggi, oggetto di un tentativo di revisione con REFERENDUM confermativo del 20 e 21 Settembre del 2020 di una Legge votata dalla maggioranza del Parlamento e il cui obiettivo è la riduzione del numero dei parlamentari.

La Fisac/CGIL del Comprensorio di Brindisi ritiene che questa manovra, la quale produrrebbe un risibile risparmio economico per i cittadini, vada, di fatto, a distorcere il delicato equilibrio succitato, che alteri la Rappresentatività delle minoranze e dei territori e comprometta, quindi, la scelta, sicuramente oculata, fatta dai padri costituenti.

E’ invece essenziale un profondo RINNOVAMENTO QUALITATIVO della attuale classe

politica. E’ indispensabile, indifferibile ed urgente una profonda revisione della LEGGE ELETTORALE in senso proporzionale; è auspicabile una reintroduzione delle preferenze, al fine di rendere percorribile l’art. 67 della Costituzione, secondo cui “ OGNI MEMBRO DEL PARLAMENTO RAPPRESENTA LA NAZIONE ED ESERCITA LE SUE FUNZIONI SENZA VINCOLO DI MANDATO”).

Pertanto la Fisac/CGIL ritiene essenziale che ogni cittadino si rechi alle urne ed esprima la preferenza secondo la propria coscienza, tenendo presente che, trattandosi di referendum confermativo, non occorre raggiungere un quorum minimo, quindi ogni voto risulta necessario.

Il Referendum, per quanto espresso, è un elemento di distrazione dall’obiettivo di rendere più efficace e usufruibile la democrazia nel nostro paese.

Il popolo deve scegliere chi votare togliendo la discrezionalità nella composizione delle liste dei candidati ai vincoli di chi detiene il potere ed è ancor più urgente un innalzamento qualitativo della classe politica in un paese che ormai da troppo tempo vive una profonda crisi sociale, economica e culturale.

Il solo taglio del numero dei parlamentari, senza le riforme correttive, ridurrà ulteriormente gli spazi per l’esercizio della Democrazia.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Un’Italia o tante Italie?

E’ stato pubblicato il primo Rapporto Censis sullo stato della trasformazione digitale in Italia. Ed è emerso un quadro differente da quello che ci si aspettava. Una volta tanto non è certificata la consueta differenza tra Nord e Sud, ma emerge invece un quadro a macchia di leopardo che è molto interessante da leggere e da approfondire. E’ un quadro di quella che è l’Italia oggi rispetto ai ritardi di una evoluzione tecnologica ormai indispensabile per aprirsi al futuro. Pubblichiamo un articolo del giornalista di Repubblica, Riccardo Luna, esperto dell’argomento.

Buona lettura.

La Redazione

ROMA — Si fa presto a dire che l’Italia digitale è indietro. Che ci sono tante parti del paese dove la rete veloce ancora non arriva. Che gran parte delle scuole non sono connesse. Si fa presto a dire che siamo ultimi in Europa per le competenze digitali dei cittadini (lo certifica l’ultima pagella dell’Unione Europea, giugno 2020). In realtà quando parliamo del divario digitale italiano non c’è l’Italia, ci sono tante “Italie”: il nostro ritardo complessivo è fatto da situazioni diverse in cui incidono diversi fattori: l’età, il genere, il titolo di studio. Ma più in generale quando parliamo dell’Italia digitale esiste, come per il resto del paese, un Nord e un Sud: esistono regioni non lontane dalla media europea ed altre che invece sembrano vivere in un film in bianco e nero; e inoltre esistono province che, pur inserite in contesti arretrati, sono riuscite a mettersi in marcia ottenendo risultati clamorosi e brillanti. Non accade per caso: la digitalizzazione è in parte un processo tecnologico; l’altra componente è fatta dalle competenze delle persone. Si tratta di una differenza fondamentale con altre innovazioni rivoluzionarie come per esempio l’elettrificazione di un secolo fa che non richiedeva particolari competenze per goderne: bastava accendere un interruttore o al massimo inserire una spina nella presa elettrica. Internet è diverso, non basta portare la banda ultralarga perché qualcuno la usi: Internet devi imparare ad usarlo e devi anche sapere quali rischi e quali opportunità ci sono nel navigare. Si può vivere senza? È una domanda mal posta: non si tratta di voler essere moderni a tutti i costi o, al contrario, dire che “si stava meglio prima” e ostentare uno snobismo analogico: gli indicatori sulla diffusione e l’uso di Internet sono fortemente correlati alla crescita economica. Dove Internet è più utilizzato il Pil è più alto; e quindi dove il Pil è più alto, Internet è più utilizzato. Non è questa la sede per stabilire quale sia la causa e quale l’effetto, ma la correlazione esiste, chiara e forte; e non esiste per esempio, sull’uso del social, dove invece si verifica un fenomeno contrario, nel senso che il maggior utilizzo dei social si riscontra in aree depresse dal punto di vista socio-economico. Queste e altre considerazioni sono contenute nel primo rapporto Censis sullo stato della trasformazione digitale in Italia. È stato realizzato poco prima del lockdown, che pure è stato un potente acceleratore, non solo delle competenze di molti, ma della consapevolezza di tutti. Tutti adesso hanno capito che una società digitale evoluta è la condizione necessaria per la resilienza. Un paese dove Internet sia diffuso ed utilizzato, resiste più agevolmente anche ad una pandemia: le scuole non chiudono, molti lavori non si fermano, il commercio continua e i rapporti umani si mantengono. Il Rapporto Censis è stato commissionato dall’Operazione Risorgimento Digitale, una iniziativa comune di una trentina di aziende tecnologiche e associazioni per affrontare assieme il divario digitale italiano e se non proprio chiuderlo (la distanza oggi è davvero troppo ampia), almeno ridurlo significativamente. Del resto non c’è scelta: la crescita dell’Italia, la possibilità che il recovery plan europeo abbia successo passa anche da qui, da un “upgrade” del capitale umano complessivo del paese. Per questo il Rapporto Censis sullo stato della trasformazione digitale va letto con attenzione. Perché ci dice da dove partiamo in questa rincorsa. Quello che pubblichiamo oggi in anteprima su Repubblica non è un ordine di arrivo, una classifica finale: piuttosto una “pole position”, una griglia di partenza. La metafora della gara di Formula 1 non è stravagante: con il decreto semplificazioni, in questi giorni in conversione al Senato, il governo si è dato un obiettivo ambiziosissimo: rendere digitali tutti i servizi della pubblica amministrazione entro il 28 febbraio 2021. Vuol dire che i cittadini di qualunque comune dal 1 marzo devono, se lo vogliono, poter fare tutto online. Dal punto di vista dei numeri si tratta di fare una trasformazione rapida come un time-lapse: dopo 15 anni di rinvii e false partenze, in 200 giorni dobbiamo provare a recuperare il tempo perduto. Non accadrà con una bacchetta magica: serve uno scatto in avanti, di tutti. Ne saremo capaci? Intanto vediamo da dove partiamo. Il Censis ha costruito due ranking: il primo misura il progresso socio-economico delle 281 regioni europee. Fra le italiane in testa le province di Trento e Bolzano, Emilia- Romagna, Lombardia e Friuli Venezia Giulia: ma la prima italiana è al 164esimo posto, e occupiamo l’ultimo posto assoluto, con la Sicilia. Se guardiamo solo agli indicatori digitali, non cambiano le prime posizioni italiane ma partiamo dal 213esimo posto; e in fondo troviamo la Calabria. Il Censis ha poi realizzato un altro ranking, provinciale, prendendo in considerazione dati di utilizzo di Internet ancora più puntuali: come la diffusione di SpiD (l’identità digitale pubblica); la possibilità di pagare online i servizi pubblici (Pago-PA); il numero di imprese che hanno ottenuto un voucher per digitalizzarsi o per assumere un “innovation manager”; i domini web registrati e i siti che offrono ecommerce. La pagella digitale recita: prima Milano, poi Roma, Bologna e Firenze; nella top ten, con Cagliari, Torino e Pisa, a sorpresa anche Modena e Ascoli Piceno al quinto e sesto posto: All’ultimo posto, Rieti, ma le altre nove posizioni di coda sono tutte occupate da province di Sicilia, Calabria e Campania. Alcuni dettagli: nella classifica che tiene conto solo dei servizi della pubblica amministrazione al primo posto c’è Ravenna. Trieste, che complessivamente galleggia a metà classifica, è al terzo se consideriamo solo l’utilizzo di Internet da parte dei cittadini (segno che PA e imprese non sfruttano appieno il capitale umano territoriale). Il secondo posto per la trasformazione digitale delle imprese, dietro Milano, va a Pescara per motivi che andrebbero indagati ma che confermano che la trasformazione digitale non si riceve per investitura divina, non si cala dall’alto con una legge, ma dipende dalla buona volontà delle donne e degli uomini di un comunità. ©RIPRODUZIONE RISERVATA Riccardo Luna su Repubblica del giorno 11 agosto 2020.

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Teleworking

In questi giorni ovunque si possono leggere opinioni, approfondimenti, studi sullo Smart Working. Li si può leggere su un qualsiasi quotidiano, o rivista, o giornale on line. E’ in atto una lunga discussione sul fatto che in questi mesi le lavoratrici e i lavoratori stiano effettivamente svolgendo le loro attività in smart working oppure in semplice telelavoro. In particolare sulla stampa mainstream, come i quotidiani la Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa, il Sole 24 Ore o MilanoFinanza, si ragiona sull’efficacia dello smart working nella ripresa delle produttività aziendali.

Insomma, ovunque la si guardi questa questione, a noi pare che la discussione sia sempre incentrata esclusivamente dal punto di vista delle imprese, e quasi mai da quello delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma in una fase ancora emergenziale, perché si continua a convivere con il Covid 19 e con la sua pericolosità, non è giusto ragionare su un tema così delicato mettendo al centro solo le necessità di ripresa degli affari delle imprese.

La discussione andrebbe tarata anche sulle necessità dei lavoratori, sul dover coniugare le esigenze di vita delle persone alle esigenze della produzione. Le persone, il Lavoro, continuano a doversi misurare ogni giorno con i bisogni familiari che hanno tante sfaccettature: vanno dal dover seguire i figli, agli anziani, alla tutela dal rischio del contagio, alle difficoltà di spostamento per raggiungere i posti di lavoro.

La risposta a queste necessità dovrebbe arrivare dall’uso della Tecnologia e dalla Contrattazione tra imprese e sindacati. Cioè sarebbe indispensabile che ogni lavoratore fosse dotato di strumenti e infrastrutture che gli consentano, adesso, e non in un futuro lontano, di poter svolgere le proprie attività in qualsiasi luogo e con un uso flessibile dell’orario in modo da consentirgli comunque di soddisfare sia le esigenze personali che quelle aziendali.

La Contrattazione, invece, è indispensabile per individuare, e scrivere, le norme che tutelino la privacy delle persone e individuino dei limiti ben precisi nella separazione tra orario di lavoro e orario di vita, e blocchino qualsiasi tentativo delle imprese di controllare le attività dei lavoratori in qualsiasi momento. Il cosiddetto”diritto alla disconnessione” deve essere chiaro nelle modalità di accesso e di utilizzo. Senza alcuna confusione retorica.

Ma in queste settimane cosa accade nelle banche italiane? Nella grande varietà di organizzazione nelle diverse aziende di credito spicca comunque una tendenza netta: la drastica riduzione percentuale di utilizzo della modalità di lavoro in smart working. Ossia, proprio in quel settore in cui i management hanno dichiarato in ogni luogo che ormai la tecnologia pone la questione di una drastica riduzione degli organici, si sta verificando l’opposto. Le banche senza la presenza fisica nelle filiale degli organici al completo vanno in affanno, non riescono a reggere i ritmi di lavoro. E questo avviene perché le infrastrutture tecnologiche rallentano, per inadeguatezza e carenza di investimenti adeguati, la produttività di chi lavora in smart working, o telelavoro che sia. C’è anche un altro preoccupante elemento: le banche vanno in crisi nel momento in cui devono sostituire una organizzazione del lavoro fondata sul controllo e sul clima di pressione con una organizzazione fondata invece sulla condivisione degli obiettivi, sul rapporto di fiducia e sulla collaborazione a distanza. Questo accade perché le banche hanno ripreso a vessare i dipendenti con campagne psicologiche di forti pressioni commerciali. Il ruolo sociale delle aziende di credito è sostituito rapidamente con la ripresa della vendita indiscriminata di prodotti proprio a quelle famiglie, imprese, persone che sono uscite devastate di mesi di lockdown e faticano a riprendere un minimo di attività “normale”.

E’ un momento di svolta epocale in cui il ruolo del movimento dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali deve saper rimettere al centro l’attenzione per le esigenze dei dipendenti, individuando tempestivamente i punti di crisi. Le lavoratrici e i lavoratori devono essere tutelati ed è necessario mantenere alta l’attenzione su una diffusione e un equilibrato uso del lavoro in smart working, ribadendo l’assoluta centralità del lavoro umano, la neutralità degli strumenti tecnologici la cui funzione è quella di alleggerire la attività ripetitive, far risparmiare tempo e spreco di risorse, rendere semplici le routine dell’attività bancaria.

Solo dopo si potrà ragionare sul corretto utilizzo dello smart working, rendendolo volontario ed evitando che sia uno strumento di isolamento ed emarginazione ulteriore delle donne. I carichi familiari vanno equamente distribuiti e ciò deve essere un compito a carico dell’intera società con scelte politiche lungimiranti e coraggiose.

Intanto, però, prepariamo piattaforme rivendicative che mettano nero su bianco alcuni spunti che abbiamo lanciato in questo breve documento.

La Redazione

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Siamo tutti frattali

Parafrasando la presentazione de “I FRATTALI”, esposta nel primo numero dei nostri podcast, l’essere umano è, allo stato embrionale, una forma indefinita e, con il progressivo sviluppo, si declina in forme diverse, variegate, ma pur sempre simili alla forma madre.

Da questa prima riflessione ne consegue l’uguaglianza di ogni essere umano, ciascuno con le proprie peculiarità, con il proprio colore della pelle, con la propria identità sessuale, con il proprio credo religioso.

Siamo, quindi, tutti DIVERSI ma, in definitiva, tutti UGUALI.

La diversità è, e sempre deve essere, un valore aggiunto e non un pretesto per presumere la superiorità

di un individuo sull’altro o per giustificare alcuna forma di prevaricazione.

Le differenze, invece, nelle diverse epoche, sono state usate come fondamenta di assurde teorie razziste e

pretestuose giustificazioni di crudeli nefandezze nei confronti dei più deboli, degli indifesi, dei diversi.

Pertanto, la storia dell’uomo e’ costellata dal continuo contrapporsi di ideologie discriminatorie e razziste

e di movimenti di pensiero che riaffermano con fermezza l’assoluta uguaglianza nei diritti e nei doveri di ciascun individuo.

In questo ambito, il cammino lungo e difficile, intrapreso dalle donne con i movimento femministi nati nel tardo Illuminismo e durante la Rivoluzione Francese e sviluppatisi con forza durante il novecento, ha sinora conseguito notevoli risultati ma è ben lungi dall’essere concluso.

Novelle protagoniste dell’epoca moderna, noi tutte siamo le fortunate beneficiarie delle aspre lotte condotte con così tanta fatica.

Abbiamo ottenuto il diritto di voto in Italia (30.01.1945), il diritto al divorzio (1970), il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza (1978), siamo entrate nel mondo del lavoro e, nella storia più recente, abbiamo finalmente delle rappresentanti negli organismi comunitari e nelle Istituzioni europee più importanti (Merkel, Von Der Leyen, Lagarde, solo per citarne alcune). Siamo, tuttavia, ben lontane dal superare la “segregazione orizzontale” e il cosiddetto soffitto di cristallo, che , come in una gabbia dai muri trasparenti e infrangibili, attornia tutte noi e non per difenderci o tutelarci, ma per cristallizzarci in un immobilismo retrogrado e fortemente maschilista.

A parte esempi eclatanti di donne particolarmente fortunate, il cui numero è tristemente esiguo, la maggior parte di noi si barcamena giornalmente, con abile forza funambolica, in mille faccende domestiche e lavorative, cercando di essere, al contempo, madri, mogli/compagne, figlie e, infine, ma non certo ultimo, lavoratrici.

Si è mosse, più o meno inconsapevolmente, da intenti rivendicativi, volti a dimostrare a noi stesse e a tutti gli altri, di valere quanto, e anche più, di un uomo, di avere pari intelligenza, di poter eseguire con eguale competenza e capacità qualsiasi mansione ci venga affidata. E’ messa quotidianamente a dura prova la resistenza fisica e mentale, con risultati, nella maggior parte dei casi, non adeguatamente rapportati agli sforzi profusi.

Laddove le possibilità di carriera non siano scandite da criteri obiettivi, i ruoli apicali sono, nella maggior parte dei casi, ricoperti dal sesso privilegiato, ossia da uomini. Raramente sono ricoperti da donne e ancor più raramente sono riconosciute le competenze e le capacità di organizzazione e di gestione. Talvolta, invece e fa male dirlo, si trovano a ricoprire ruoli di rilievo gestendoli come se fossero uomini, rinunciando alle proprie identità e perseguendo il puro potere. Ciò induce, nel lungo termine, a conseguenze negative per l’intero sistema, per tutti gli attori coinvolti, ma soprattutto per il futuro delle stesse donne.

Concludiamo, pertanto, che sino a quando non vengano stabiliti, in banca o in qualsiasi altro posto di lavoro, dei criteri di avanzamento oggettivi, sino a quando gli stipendi non siano rapportati a parametri qualitativamente apprezzabili e, dunque, non semplicemente rimesse alla discutibile valutazione di un funzionario( capetto) di turno, la strada da percorrere e’ ancora molto lunga.” DIO ha messo la felicita’ dappertutto, è ovunque, in tutto ciò di cui possiamo fare esperienza. Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di vedere le cose.”( INTO THE WILD -JON KRAKAUER).

Alessia Friggione

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Mansplaining

Ed ecco la seconda puntata dei Frattali, il podcast-pillola della Fisac/CGIL di Brindisi. In questa puntata parliamo dell’educazione al linguaggio non discriminatorio, con una notizia sorprendente, del mansplaining e degli effetti drammatici del Covid sull’occupazione femminile in Italia che, comunque, è sempre il fanalino di coda in Europa.

Buon ascolto!

La Redazione

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