L’EFFETTO DUNNING KRUGER

Si chiama effetto DUNNING Kruger, dal nome dei due ricercatori della Cornell University che l’hanno descritto nel 1999; insidioso cortocircuito mentale che condanna chi è incompetente a non accorgersi della propria incompetenza.
Dopo diversi piani industriali, ripetuti sacrifici richiesti ai lavoratori a fronte di un nulla di fatto, ci viene il dubbio che l’effetto DUNNING KRUGER sia pervasivo anche nel settore del credito soprattutto per quanto riguarda progetti e decisioni del quadro dirigenziale
La Redazione
https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2019/01/14/incompetenti-inconsapevoli

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ANCORA PRESSIONI COMMERCIALI

Pur in presenza di un accordo tra le OO.SS. e l’azienda purtroppo le pressioni commerciali in Monte Paschi di Siena continuano e a pagarne il conto sono sempre i dipendenti e i clienti.
Di seguito il comunicato sindacale sottoscritto da Fabi e Fisac Cgil

La Redazione

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Concluso il IX Congresso Fisac/CGIL Brindisi

Pubblichiamo il Documento Politico del IX Congresso Provinciale della Fisac/CGIL di Brindisi.
Buona lettura

La Redazione

Documento politico IX Congresso Fisac CGIL Brindisi

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LA FISAC E’ CON MIMMO LUCANO


LA CGIL A SOSTEGNO DEL MODELLO RIACE E DEL SINDACO MIMMO LUCANO
Nella primavera 2016, la prestigiosa rivista americana “ Fortune” pubblica la lista dei 50 World Greatest Leaders, gli uomini e le donne più influenti al mondo. Da papa Bergoglio a Angela Merkel a Obama.
Al quarantesimo posto c’è Mimmo Lucano, sindaco di Riace che è un piccolissimo comune calabrese ed è stato l’unico italiano ad avere questo riconoscimento. La sua utopia sociale inizia nel 1998 con il primo sbarco di curdi a Riace. Da quando è sindaco ha ospitato più di 6000,00 migranti che hanno ripopolato la sua piccola cittadina rivitalizzando l’economia del luogo. Il modello Riace è stato riconosciuto valido per accoglienza, umanità e integrazione, esportato in altri piccoli comuni della Locride e con tutte le difficoltà di una regione che ha un alto tasso di criminalità organizzata. La raccolta differenziata è fatta con due asine, intanto si cerca di ripristinare una valle abbandonata con allevamenti. Sono nati laboratori artigianali. Ci si prende cura della spiaggia di Riace Marina.
E’ incredibile verificare che tutte le persone a Riace camminano tranquille e a testa alta, del resto in una società che cerca integrazione e che esige il rispetto e la dignità dell’essere umano non potrebbe essere altrimenti. Non esiste il degrado umano di chi discrimina e distribuisce odio. Non c’è la paura dell’essere discriminati, quella paura che fa camminare a testa bassa anche nei paesi più “civilizzati”, non sono solo le leggi razziali a mettere paura nella società, ma anche i muri alzati, i centri di accoglienza simili a prigioni, la mancata attivazione di politiche culturali e sociali di integrazione. Riace non è un paese ricco, anzi è povero ma inverosimilmente fiabesco. Mimmo Lucano è un uomo schivo che non ama le luci della ribalta, pero’, ora, suo malgrado, è su tutti i giornali perché’ non si è adeguato al sistema della mercificazione dell’essere umano, bisogna colpirne uno per educare tutti gli altri ed è stato messo agli arresti domiciliari. Riace presenta invece una soluzione concreta alle migrazioni internazionali e allo spopolamento dei piccoli comuni. Mimmo Lucano è andato forse oltre ai limiti consentiti dalla legge senza alcun profitto, ma alla legge ha anteposto il rispetto della Costituzione. Per questo motivo ieri 6 ottobre ci è stato un corteo fantastico e numeroso proveniente da tutta l’Italia a sostegno del sindaco e del suo modello d’integrazione. L’ indignazione è stata generale anche a livello internazionale. Per questo motivo anche la Cgil è scesa in campo e la Cgil di Brindisi in particolare è andata a Riace un paio di settimane fa e ha toccato con mano il lavoro incredibile che è stato fatto, e ancora, il 6 ottobre era a Brindisi a ribadire che un sindacato che si rispetti non difende la razza ma tutti i lavoratori e prima di tutto gli sfruttati ovunque siano nati. Qui vi proponiamo la lettera di Mimmo Lucano che alla fine della manifestazione Chiara Sasso (scrittrice) ha letto sul palco per conto del Sindaco di Riace.

Il MESSAGGIO DI DOMENICO LUCANO AI 10.000 PRESENTI A RIACE:
“Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie fasciste.
Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione.
Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del Sud italiano, terra di
sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia.
La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere. Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio.
Sulla mia situazione personale e sulle mie vicende giudiziarie non ho tanto da aggiungere rispetto a ciò che è stato ampiamente raccontato.
Non ho rancori né rivendicazioni contro nessuno.
Vorrei però a dire a tutto il mondo che non ho niente di cui vergognarmi, niente da nascondere.
Rifarei sempre le stesse cose, che hanno dato un senso alla mia vita. Non dimenticherò questo travolgente fiume di solidarietà. Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale.
Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali. Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la
nostra coscienza. Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie. Di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne. Di continuare a camminare nonostante le cadute, i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, anche dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo un arrivederci.
Ci dobbiamo augurare di mantenere viva la certezza che è possibile essere contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e di bellezza, ovunque siamo e ovunque viviamo, perché le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere.
Hasta siempre.”

La Redazione

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No alla violenza fascista

Il 21 settembre a Bari, nel quartiere Libertà poco dopo le 23, alcuni militanti di Casapound hanno aggredito con cinghie e tirapugni borchiati alcune persone che tornavano da una manifestazione antirazzista “Mai con Salvini”. L’attacco sarebbe partito perché al centro del piccolo gruppo di persone c’erano due giovani donne di colore eritree con un bambino in un passeggino. Nell’attacco, acui era presente l’europarlamentare di Rifondazione Comunista Eleonora Forenza, sono stati feriti Claudio Ricco e Antonio Perillo, assistente dell’eurodeputata. Trenta attivisti di Casapound sono stati rintracciati dalla Polizia e convocati in Questura.
L’attacco è stato violento, inaudito ed estremamente pericoloso. E’ un sintomo grave di un clima di odio alimentato dalla politica al governo del paese. Un clima che sta sdoganando simpatie fasciste che sono illegali nel nostro paese, la cui Costituzione Repubblicana si fonda sull’antifascismo.
A questo clima e a questo ennesimo episodio violento il popolo democratico e progressista ha risposto con una splendida manifestazione che si è tenuta ieri sera a Bari.
Alla iniziativa “Bari è antifascista”, la cui macchina organizzativa è stata avviata dalla CGIL Puglia e dalla CGIL metropolitana di Bari, hanno aderito decine di sigle, tra partiti di sinistra, associazioni cittadine e studentesche e sindacati, da Libera Puglia, al Pd, a Rifondazione Comunista e Potere al Popolo, al Partito Comunista, Arci, Anpi, Arcigay e altre.
In piazza anche rappresentanti del Comune di Bari e della Regione Puglia, tra cui il presidente, Michele Emiliano.
La manifestazione si è tenuta a Piazza Prefettura ed ha avuto una partecipazione molto numerosa. L’intera piazza è stata gremita a testimonianza dello spirito democratico e antifascista del popolo pugliese.

La Redazione

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Questa è l’Italia che vogliamo?

L’oro rosso. Così sono chiamati i pomodori, quei succosi ortaggi rossi che sono il prodotto vegetale più importante della dieta mediterranea. Li sminuzziamo sulle nostre frise “sponzate”, li “scattarisciamo”, li pressiamo con le forchette per farne un sugo polposo e saporito. Li tagliamo a fette nelle insalate fresche e salutari in questa estate torrida. I nostri nonni li cuocevano e li bollivano per preparare la salsa per l’inverno e che insaporivano i piatti di pasta durante gli inverni rigidi.
Quell’oro rosso arriva, da sempre, nelle nostre case acquistato nei mercati a prezzi bassi, troppo bassi. Ma quei pomodori devono essere coltivati, annaffiati, coccolati, raccolti, infilati nelle cassette, trasportati nei mercati e poi venduti.
Come si fa, con tutto questo lavoro, a venderli a prezzi così bassi?
Perché il lavoro nei campi, quello duro, faticoso, sotto il sole cocente delle campagne pugliesi, campane e calabresi, è basato sullo sfruttamento, sul lavoro nero, sui caporali, sul sottopagamento dei contadini. E chi viene sfruttato, oggi? I deboli, coloro che non sono in condizione di trattare, di farsi rappresentare dai sindacati, da coloro che viaggiano al limite della legalità. Sono coloro che vivono in quella nebulosa che è al limite tra legale e illegale, tra identità e nullità.
Da anni quel lavoro, che non è invisibile perché lo incontriamo ogni giorno quando andiamo a fare la spesa e passiamo con le nostre macchine attraverso le campagne oppure quando andiamo a lavorare infilati nelle code ma rinfrescati dall’aria condizionata, è fondato sullo sfruttamento di nuovi schiavi. E oggi sono ragazzi di colore che vengono dall’Africa. Ragazzoni alti e muscolosi che hanno viaggiato per mesi, che hanno pagato, usando tutti i loro risparmi, per sfuggire alla guerra, alla miseria, alle violenze. E che sono finiti in un altro girone dantesco ugualmente infernale. Un mondo in cui non hanno una identità, non sono riconosciuti come persone ma sono ridotti a pura merce di scambio, a macchine umane che devono solo lavorare per ore e ore sotto un sole violento a pochi euro per ogni ora di lavoro. E dopo una durissima giornata di lavoro sono stipati, strizzati, in un furgone senza aria condizionata, senza finestrini aperti, senza vie d’uscita. E in quei furgoni si schiantano in mezzo ad una strada contro altri furgoni e finiscono la loro vita in pochi minuti, dilaniate dalle lamiere, il loro sangue mescolato al rosso dei pomodori. Le loro speranze finiscono così, vite spezzate per arricchire i nuovi sfruttatori che hanno speculato la loro ricchezza sulla loro pelle.
Nuovi sfruttatori, nuovi schiavi. Perché nulla cambi. Per loro, per noi, per il futuro dell’Italia basata su una Costituzione che ogni giorno è stracciata nella pratica quotidiana.
Così si vanifica, mescolando il sangue di questi giovani africani a quello dei nostri padri, il sacrificio di intere generazioni.
E’ arrivato il momento di dire basta, è arrivato il momento di manifestare al fianco dei nostri fratelli e delle nostre sorelle africane. E’ arrivato il momento di rendere concreti i principi fondamentali della nostra Costituzione Repubblicana. E per farlo ognuno di noi deve svolgere fino in fondo il proprio compito democratico.
E’ ora di combattere qualsiasi forma di schiavitù.

La Redazione

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Il cambiamento odora di vecchio

Pubblichiamo un interessante articolo del scrittore Christian Raimo, pubblicato sulla rivista Internazionale, sugli inquietanti segnali che si registrano in questi primi giorni del neo governo M5S- Lega.
Una riflessione che condividiamo e che sottoponiamo alla vostra attenzione.

La Redazione

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Le donne nella Liberazione

Buon 25 Aprile. Una data storica che rappresenta le fondamenta della nostra Repubblica Antifascista.

http://lacgilnelnovecento.blogspot.it/2018/04/le-donne-nella-resistenza.html?m=1

La Redazione

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Il Lavoro E’

Questa sera alle ore 17,00 si è tenuta l’Assemblea Generale della Fisac/CGIL del Comprensorio di Brindisi nei locali della CGIL in via Palestro a Brindisi con all’ordine del giorno la discussione della Traccia di Documento Congressuale della CGIL “Il Lavoro E’”. All’Assemblea erano presenti la Segretaria Generale della Fisac/CGIL Puglia, Lia Lopez e la Segretaria di Organizzazione della Camera del Lavoro di Brindisi, Filomena Schena.

L’obiettivo dell’Assemblea era discutere e esprimere nuove indicazioni sulla Traccia per avviare dalla base un approfondimento ragionato sulle linee politiche espresse nel documento. Il Segretario Generale del Comprensorio Giuseppe Giannotti nella sua relazione introduttiva ha presentato dettagliatamente il documento, soffermandosi sugli aspetti più innovativi e significativi.

E’ seguito un approfondito dibattito in cui sono intervenuti diverse compagne e compagni componenti dell’assemblea. Le conclusioni sono state di Lia Lopez e di Filomena Schena.

Lia ha sottolineato l’importanza, durante la fase congressuale di base, di approfondire le tematiche confederali evitando un arroccamento sui problemi categoriali che possono rappresentare un limite nello sviluppo di un dibattito sul futuro del paese.

Filomena ha concluso sottolineando la costante attività di contrasto, in materia di pensioni, sanità e lavoro alle politiche governative negli ultimi quattro anni e alla capacità della CGIL di fare proposte e chiudere importanti accordi che rappresentano passi in avanti che hanno migliorato le condizioni delle persone nonché si è soffermata sulla forte spinta propulsiva del Piano del Lavoro e della innovativa Carta dei Diritti.
Alle 19.30 si sono conclusi i lavori.

La Redazione
Fisacbrindisi.it

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La paralisi bianca e l’uomo nero

Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt. Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative. E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce. Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché? Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato degli spazi pubblici e delle certezze sindacali, come mai questa Italia derubata del futuro, che va in crisi per una nevicata, che si lascia togliere persino la libertà democratica delle preferenze elettorali, che vede i suoi figli sedati fin da piccoli dalle playstation e poi costretti, da grandi, a emigrare per sfamarsi, magari facendo i camerieri con una laurea in tasca, come mai un Paese simile, anziché fare la rivoluzione, diventa razzista?

La risposta è di un’ovvietà elementare. Esiste un legame strettissimo tra la nullità di una classe dirigente e il rialzarsi della tensione etnica. Quando i reggitori non sanno dare risposte alla gente, le offrono nemici. Funziona sempre, perché l’uomo nero da detestare abita in ciascuno di noi. I media lo sanno, e ci campano. I social figurarsi. Accusare il “forestiero” impedisce di pensare ai nemici interni e assolve la comunità “autoctona” dall’obbligo morale di interrogarsi sui propri errori. È così da secoli. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli.

Che c’entra la Jugoslavia? C’entra eccome. È stata il primo segno di una malattia che oggi sta contagiando l’Unione europea e si chiama balcanizzazione. Che significa: trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani. Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Theresa May che ora non sa come gestire il risultato – Brexit – di un voto da cui non pensava di uscire vittoriosa. Lo fanno i Catalani chiedendo di separarsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Per non parlare dei belgi di lingua olandese e francese che si guardano a muso duro sotto le vetrate del palazzo dell’Ue a Bruxelles. Impotenza, mascherata di patriottismo.

Viviamo un momento drammaticamente complesso segnato dal tema immigrazione. Ne siamo sommersi e non sappiamo come gestirla. Non lo sanno nemmeno quelli che l’hanno messa in moto per avere lavoratori a basso costo. Volevano manodopera, e invece gli hanno mandato degli uomini. Non era previsto. Uomini che fanno figli e cercano la felicità. E allora ecco la pensata: trasformare l’immigrato in parafulmine, per farla franca. Farne un tema elettorale, semplificare la complessità, depistare la tensione su altri obiettivi, speculare sul naturale spaesamento e le nostalgie identitarie dei più deboli in una società globale che emargina ed esclude. Chi fomenta odio razziale, con o senza il rosario, non si limita a evocare tragici fantasmi di ieri, ma è anche complice dei ladri che costringono i nostri figli a emigrare. Li copre. Con la pressione etnica aiuta i caporali ad abbassare il costo del lavoro e l’economia illegale a campare di schiavi nei campi di pomodori. È così ovvio, benedetto Iddio. Ma allora perché i cosiddetti democratici, salvo poche eccezioni, non ne parlano? Per paura dei sondaggi? Per non andare contro il senso comune di una minoranza urlante?

Un giorno, presto o tardi, vi sarà imputato di avere taciuto. Perché anche dalla vostra pusillanimità discende l’osceno silenzio che nei treni e sugli autobus avvolge e lascia impunito chi, in questa vigilia elettorale, tuona contro l’uomo nero. È questo silenzio che ferisce e offende, più ancora del razzismo. Eppure sarebbe così facile svelare il trucco; dire che, un secolo fa, dicevano di noi italiani in America le stesse cose che oggi noi diciamo dei forestieri in Italia. E cioè che fanno troppi figli, rubano il lavoro alla gente, portano criminalità e malattie. Per mio nonno è stato così, a otto anni ha attraversato l’oceano da solo, per fame. Minore non accompagnato. Varrebbe la pena ricordarlo. Anche perché sono le stesse cose che, forse, altri Paesi diranno, domani, dei nostri figli.

Repubblica, 26 febbraio 2018, “La paralisi bianca e l’uomo nero”, di Paolo Rumiz

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