LA CGIL E IL VOTO


Tra qualche giorno si vota per il Parlamento della Repubblica Italiana. E’ un voto molto importante per il futuro del paese. L’ultimo Parlamento, che pure aveva espresso una maggioranza definita, si è frantumato con numerosi cambi di casacca, esprimendo due governi con maggioranze differenti e l’ultimo, il governo Draghi, con una adesione pressoché plebiscitaria che ha reso più complicato l’esercizio di un sano confronto democratico. Questo Parlamento non è stato in grado di elaborare una legge elettorale all’altezza delle sfide politiche e si andrà al voto con un sistema incomprensibile che, di fatto, elide qualsiasi possibilità di scelta per l’elettore trasformando il Parlamento in un luogo in cui gli eletti sono scelti a monte dai partiti politici. Tale scelta strappa qualsiasi rapporto tra eletti e territori e quindi anche la funzione di controllo democratico da parte dei cittadini italiani.

La CGIL è la più grande organizzazione sindacale in Italia, ha nel suo Statuto il compito di attuare la Costituzione Italiana sui luoghi di lavoro e la delicata funzione di rappresentare le istanze del mondo del Lavoro, il quale negli ultimi 25 anni ha subito un attacco violento da parte del mondo delle imprese e delle forze politiche che hanno governato il paese, di qualunque matrice esse fossero. Basti ricordare che i colpi più duri, oltre che dai governi Berlusconi e di centro-destra, sono arrivati dal governo Renzi, allora anche segretario del PD, che ha duramente colpito la legislazione del Lavoro che era un esempio a livello internazionale e che garantiva pari dignità tra datore di lavoro e lavoratrici e lavoratori.

La CGIL è progressista ed è da sempre vicina ai partiti che tutelavano in Parlamento il mondo del Lavoro. Oggi quei partiti non esistono più e le rappresentanze politiche che lo fanno hanno una presenza molto marginale sia dentro che fuori il Parlamento. In questa campagna elettorale, una delle peggiori della storia democratica italiana, c’è una contrapposizione molto netta tra destra e centrosinistra. Ma nei contenuti l’attenzione al mondo del Lavoro, agli effetti devastanti che su di esso hanno prodotto la crisi economico-finanziaria prima, poi la pandemia e adesso la follia della guerra in Ucraina invasa dalla Russia e con un mondo occidentale che non lavora per costruire un serio percorso di pace, è molto ridotta. Solo alcuni partiti dell’alveo progressista hanno messo al centro della loro campagna i bisogni e le priorità del mondo dei lavoratori, dei giovani, degli emarginati. In contemporanea è molto forte l’attacco da parte della destra ai diritti civili che pure in questo paese hanno un livello di tutela molto basso. Basti pensare ai continui attacchi da parte della signora Meloni alla L.194 (la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza) così come all’intero mondo LGBT e al ruolo delle donne nella nostra società. Si corre anche il rischio che interi pezzi della nostra civiltà vengano smantellati, in caso di vittoria della destra, e riscritti sulla base di valori medievali e lontani dalle politiche di sviluppo dell’Unione Europea.

Questo è il momento di fare una scelta di campo e di difendere, con ogni singolo voto democratico disponibile, i contenuti della Costituzione della Repubblica Italiana a partire dall’articolo 1: La Repubblica è fondata sul Lavoro. 

Questo è il momento di scegliere la costruzione di una politica che metta al centro la ricostruzione del mondo del Lavoro fondato su un salario adeguato, sulla ridefinizione di un sistema di norme che dia pari dignità tra lavoratrici, lavoratori e imprese.

Questo è il momento di scegliere chi è contro la Flat Tax che arricchisce chi è già ricco e smantella il sistema del Welfare, cioè Sanità, Scuola e Previdenza Pubblica, ossia quel sistema che protegge le persone più fragili, più povere e più emarginate.

Questo è il momento di scegliere chi vuole realmente tutelare l’ambiente e la salute del pianeta combattendo le politiche energetiche basate ancora sul carbonfossile per attuare con determinazione una politica energetica fondata sulle fonti rinnovabili.

Questo è il momento di scegliere chi vuole diffondere una rete giuridica, politica, culturale di sviluppo dei diritti civili per contrastare ogni forma di emarginazione sessuale, di razza e di religione. 

Questo è il momento di non riconsegnare l’Italia ad un’epoca oscura e retrograda.

Andate a votare e votate la Politica che guarda al futuro, non quella che guarda al passato.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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L’emergenza climatica scotta


Il cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile, temi scottanti.
Prima del Covid, del dramma della guerra, del governo Draghi e della nuova campagna elettorale, si parlava ogni tanto dei problemi legati all’inquinamento. Temi riportati all’attenzione del pubblico anche, ma non solo, grazie ad una tenace giovane donna di nome Greta Thunberg.
Problema particolarmente grave è quello del cambiamento climatico. L’innalzamento delle temperature è in grado, lo sta già facendo, di devastare la nostra vita.
Si pensi ad esempio alle frane, alle alluvioni, alle colture rovinate da grandine e siccità.
Nel 2015 la lotta contro il cambiamento climatico è stata inserita dalle Nazioni Unite tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. L’Agenda, consultabile sul sito https://unric.org/it/agenda-2030/, si compone di 17 obiettivi interconnessi tra loro.
Tra essi spiccano, rispetto al tema qui trattato, quelli dell’Energia pulita e accessibile e del Consumo e produzione responsabili.
La lettura dell’Agenda ONUN 2030, lo scriviamo senza sarcasmo, è molto interessante. Sebbene non offra soluzioni, rappresenta una seria e concreta presa di coscienza. 
Si tratta ora di correre ai ripari investendo risorse in ottica di sostenibilità. Pensiamo al surriscaldamento globale. è fondamentale arginarlo e, soprattutto, provare ad invertire la tendenza. Arduo solo il pensarlo in un momento di carenza energetica che rimette in discussione, ad esempio, l’abbandono dei combustibili fossili. Si è tornati a parlare poi di rigassificatori, inceneritori e centrali nucleari. 
Verrebbe da pensare che sia già troppo tardi, che gli effetti dell’inquinamento siano irreversibili. Non è così. Si tratta intanto di voler fare il primo passo. Sarà poi fondamentale lasciarsi alle spalle i troppi anni di politiche nazionalistiche e capitalistiche ovvero la causa di tutto.

Dipartimento Comunicazione Fisac/Cgil Brindisi
 
 
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Tacciano le armi, subito!

Insieme, per la pace. Fisac CGIL Brindisi ci sarà!

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MPS: SI PARTE

Venerdì 8 luglio si è tenuto a Siena il primo incontro tra la Banca MPS spa e le Organizzazioni Sindacali per la procedura di avvio all’utilizzo del Fondo di Solidarietà di categoria. Il giorno 23 giugno il nuovo AD Lovaglio ha presentato il Piano Industriale 2022-2025.
All’interno del Piano è prevista una dichiarazione di 4.200 esuberi per la vigenza dello stesso, con una fuoriuscita massiccia di 3.500 colleghe e colleghi entro la fine di novembre 2022 al fine di utilizzare gli incentivi governativi per un Fondo a 7 anni, come previsto all’interno del Decreto Milleproroghe.
Nel documento è prevista anche la chiusura di 150 sportelli, pur tenendo presente che l’ AD ha comunque dichiarato che la chiusura avverrà con tempi lunghi e solo dopo aver verificato l’effettiva impossibilità di un conto economico positivo per le filiali eventualmente interessate.
La preoccupazione per le OOSS in questa fase è la verifica della capacità della banca di poter continuare ad operare con un taglio degli organici così massiccio. Si tratta, infatti, di mandare via dalla produzione ben 3.500 persone su un organico complessivo di circa 18.000 lavoratrici e lavoratori. Pertanto nella trattativa si dovrà ottenere risposte anche organizzative adeguate e, soprattutto, provare ad inserire un capitolo relativo a nuove assunzioni per rispetto delle regole inserite all’interno del CCNL Abi.
L’incontro di venerdì scorso è stato, ovviamente, interlocutorio e sono state presentate le linee guida della trattativa da entrambe la parti interessate. Ora ci sarà una pausa di studio del Piano e delle sue ricadute per procedere ad una nuova convocazione per l’avvio della trattativa vera e propria.
E’ utile ricordare che la stessa si deve concludere entro cinquanta giorni, come previsto dalle norme contrattuali.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Una nuova stagione

In questi mesi siamo alle soglie di una rinnovata e importante stagione sindacale.

Ormai è evidente  l’emergenza sociale che mette a rischio la tenuta del paese per un impressionante catena consecutiva di eventi negativi che da anni ormai porta ad un progressivo peggioramento della situazione socio- economica delle persone.

I dati statistici fotografano una situazione aspramente critica: Il 39% dei giovani tra i 15 e i 34 anni hanno un lavoro precario o comunque a tempo determinato ( il 28% sono donne); rispetto a luglio 2020, diminuisce sia il numero di persone in cerca di lavoro (-6,9%, pari a -173mila unità) sia quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-3,5%, pari a -484mila), che era aumentato in misura eccezionale all’inizio dell’emergenza sanitaria (Dati Istat).

Dallo scoppio della guerra insieme al combinato disposto della crisi energetica e alimentare sono seguiti rincari generalizzati delle materie prime e la difficoltà nel reperimento delle stesse; questo ha costretto numerose industrie medio-piccole a chiudere i battenti, con gravi ripercussioni sul tessuto economico- sociale da esse dipendente.

Le altre imprese sopravvivono con sempre maggiore difficoltà, provando a ridurre i costi con le solite ricette vetero-capitaliste ( taglio del personale per esempio o della sicurezza, provocando una strage drammatica e silente di morti sul lavoro, sempre più spesso in giovanissima età).

La guerra non sembra volgere al termine anzi ormai appare completamente sfuggita di mano con enormi rischi per l’intera umanità, il Covid da anni continua a sfiancarci, la crescita esponenziale degli investimenti in armamenti che raggiungono il solo scopo di distruggere vite innocenti, stanno depauperando i salari reali provocando una impennata dell’inflazione ed un indebitamento insostenibile che lasciamo in eredità alle generazioni future.

Il tutto si innesta in un quadro di sempre maggiore assenza di voci politiche autorevoli, capaci di avere una visione di alto profilo, lungimiranza e un peso nelle decisioni che il governo prende con crescente autonomia, senza tenere conto delle esigenze reali del paese e senza interpellare le parti sociali. Esempio ne è l’impossibilità di conoscere i contenuti e le procedure di applicazione dei progetti inseriti nel PNRR.

Meritevole l’intervento di Maurizio Landini all’ultima manifestazione organizzata dalla CGIL a Roma che, sottolineando l’ elevata rappresentatività della CGIL, ha espresso con forza il malcontento per la totale assenza di rappresentatività del lavoro in Parlamento, per la totale mancanza di interlocuzione tra le parti sociali. La CGIL ha avviato il suo percorso congressuale e il Direttivo Nazionale ha licenziato i due documenti Congressuali, i quali esaminano in dettaglio il futuro della organizzazione sindacale che, nel caso in cui si rimanga inascoltati, darà vita ad una mobilitazione nel paese.

Una nuova stagione sindacale è alle porte e noi ne vogliamo essere protagonisti.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Freaks out

Freaks out
Il nazifascismo, i rastrellamenti, la resistenza a costo della vita sono eventi che è importante non dimenticare, con tutti i mezzi disponibili. 
In questo recente film del 2021 il regista Gabriele Mainetti riesce con originalità e garbo a raccontarci una storia drammatica, inserendovi degli spunti fantastici. 
La storia è ambientata a Roma, nel 1943. Gli attori Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Giancarlo Martini, Pietro Castellitto e Giorgio Tirabassi nella vicenda sono gli artisti del Circo Mezza Piotta. 
Conducono una vita ai margini della società ma onesta ma sono travolti dalla guerra e perseguitati da un eccentrico nemico Dovranno lottare per la vita e la libertà. 
Se mi chiedeste cos’è un sogno non saprei spiegarvelo bene con le parole. Vi direi di guardare Freaks out.
Avventuroso!

Danilo Gianniello
Dipartimento Comunicazione
FISAC CGIL Brindisi


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CGIL Brindisi per la pace.

In piazza per la #pace. Manifestazioni in contemporanea in tutta la Puglia con la rete regionale dei Comitati per la Pace. A Brindisi sit in giovedì 2 giugno, ore 18,30. Con Emergency, Cgil, Anpi, Libera, Sinistra Italiana, Rifondazione e altre associazioni.

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Sogniamo o siam desti?

“Il venditore top fa come con le donne, prova con tutte”. Questo l’esempio sulle strategie di vendita che il Direttore Commerciale di Banca Monte dei Paschi di Siena, Pasquale Marchese, ha portato ai dipendenti durante un corso di formazione.
Un articolo di Repubblica del 3 Maggio spiega molto bene come in un attimo siano state calpestate dignità, etica e professionalità dei dipendenti MPS cui va tutto il nostro sostegno.
Preme specificare che gli impiegati del credito vogliono lavorare avendo come linea guida solo le esigenze dei clienti cui rispondere con prodotti adeguati e consulenza qualificata.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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La Frontiera fragile tra noi e l’orrore

DI PAOLO RUMIZ – tratta da La Repubblica del 12 marzo 2022

Come soffia il vento sulla mia frontiera. Vento gelido di Nordest. Passa sulle trincee della Grande guerra, fischia nei rottami delle garitte jugoslave sull’ex cortina di ferro, si infila nelle fessure, toglie il sonno. Viene da lontano. Sa di steppe e di neve. Porta profughi a migliaia, ci frusta il viso. Ci avverte che ogni diaframma è saltato tra noi e gli spazi sterminati che hanno inghiottito le armate di Hitler e Napoleone. C’è un’invasione, l’Europa è in allarme. Ma è dal ’14 che l’Ucraina è in guerra. Dov’era la politica in questi otto anni? Pensava ad altro: ai rifugiati, al Covid. E noi per anni abbiamo vissuto di emergenze in una sequenza monotematica che ignorava il resto del mondo. Ora c’è l’Ucraina, e anche l’Ucraina cancella tutto il resto fino a quando un nuovo allarme mondiale la sostituirà. La pandemia continua, ma non è più un tema. Avanti così, in una rete di amnesie che ci espone a bruschi risvegli. 
Oggi dal silenzio dell’indifferenza siamo precipitati nel frastuono delle “Breaking news” che alzano il livello dell’ansia ma non aiutanoa capire. Per otto anni abbiamo dormito, come i governanti che nel 1914 hanno dato il via al massacro mondiale in uno stato di ebete sonnambulismo. Ciechi e muti, come a Srebrenica, dove eravamo complici. Oggi c’era dalla nostra un leader finalmente presentabile come Zelensky, ma non abbiamo colto l’occasione, e ora ne subiamo le conseguenze Ci muoviamo ancora in ordine sparso, uniti solo da un’isteria maccartista da analfabeti contro un grande popolo vittima di un autocrate. Questo, mentre le badanti russe e ucraine in Italia pregano per la pace nelle stesse chiese, leggono insieme Dostoevskij e insieme cantano nella cripta di San Nicola a Bari. Sanno che i loro due popoli, un po’ come Miroslav Krleža disse con autoironia di Serbi e Croati, sono «lo stesso letame diviso in due dal carro della storia». 
Ora parlano i kalashnikov. Un giovane musicista ucraino posta su whatsapp la foto di un lanciagranate puntato sulla strada da una finestra e scrive: «Avevo comprato una tromba per far musica, ma Dio ha deciso diversamente e mi ha regalato questo meraviglioso strumento che mi dice: “Forza, suonami!”. E io lo sto suonando». Maksim, chiamiamolo così, ha lavorato nell’orchestra sinfonica europea alla quale ho prestato la voce narrante. Gli abbiamo scritto: «lascia stare Dio, che non c’entra. È da irresponsabili mettere in mano a un civile uno strumento simile. La guerra falla fare ai soldati. La tua battaglia è in musica, per il tuo Paese e per l’Europa». Risposta: «La guerra non è stata una mia scelta. Io volevo suonare, ero pronto a partire per dei festival. Ora non posso fare altro che combattere per la patria o morire. Pregate per la mia terra». 
Anche nel più mite degli ucraini si agita un cosacco, e Maksim ci ricorda che è tardi per la politica e la diplomazia; che non è più il tempo dei distinguo, perché la guerra disattiva la dialettica e il pensiero complesso. Non serve dirgli che nei tank che assediano la sua città vi sono giovani di vent’anni che soffrono a eseguire gli ordini, perché Russi e Ucraini sono, a milioni, imparentati fra loro. Inefficace farlo ragionare sul fatto che la sua scelta renderà più pesanti le perdite fra i civili. Inutile farlo riflettere che questa è una strana invasione, se lascia aperti dei confini, non tocca le reti telefoniche e consente a dei treni di andare. O che tra le forze ucraine vi sono formazioni come il Battaglione Azov, noto per le torture ai civili russi nel Donbass. Miserabili sfumature, di fronte all’enormità di un’aggressione. 
Dalla mia casa di campagna vedo passare gli ucraini in fuga che accogliamo a braccia aperte e, a poca distanza, nei boschi, i poveri cristi da Siria e Afghanistan che nessuno vuole. Nella corrente alternata della solidarietà, i secondi non sono più di moda. Peggio: aiutarli è ancora un crimine, secondo la legge Salvini che il nuovo governo non ha mai abrogato. I loro paesi li abbiamo bombardati anche noi, ma puniamo egualmente questi migranti con un’avversità razziale che non ci rende così diversi da Polacchi e Ungheresi. Li lasciamo morire di gelo sulla frontiera bielorussa o marcire nei gulag turchi, greci, bulgari. Cinque milioni di profughi che non vogliamo vedere perché non sono biondi e non hanno gli occhi chiari. 
La mia frontiera è un sismografo che registra ogni scossa anche a migliaia di chilometri. Da quando sono nato, non ho fatto che veder genti in fuga da guerre, pulizie etniche o carestie. Istriani, Dalmati, dissidenti Jugoslavi, Curdi, Bosniaci, Iracheni, Afghani, Siriani e ogni genere di popoli africani. Una processione dolente, interminabile, che continua ad arrivare da Est o da Sudest per confluire nello stesso punto. Una sola cosa non avevo mai visto: che su questa linea ci fosse chi ha diritto alla vita e chi può anche crepare. Tu sì, tu no. Due file, come ad Auschwitz. Difficile dormirci sopra. 
Vado a far legna nel bosco per… non finanziare la Gazprom. Un modo vigliacco per nascondermi, non pensare al tramonto dell’Europa e sfuggire alla vergogna. O per sparire da questo mondo ipercontrollato dove la libertà è morta e la pietà pure. Fa freddo e la stufa inghiotte intere cataste. Intanto, la macchina delle armi va avanti lo stesso. Da decenni finanziamo il riarmo di Putin comprando il suo gas e, pur di avere il culo al caldo, abdichiamo dai principi fondativi della nostra democrazia. Cecenia? Anna Politkovskaja? Tutto dimenticato. Meglio sorseggiare aperitivi, guardare Netflix e intanto delegare alla sola America la nostra difesa, senza integrare il pensiero atlantico con una visione mediterranea. Eppure mai come ora è tempo di esportare la democrazia in un altro modo, senza erodere gli spazi cuscinetto fra noi e la Russia e senza far danni irrimediabili come a Kabul, dove siamo stati cacciati a pedate da un’orda di guerrieri scalzi. 
Ero a Leopoli nell’inverno del 2014, durante la rivolta di piazza Maidan a Kiev. Fu subito chiaro che il popolo non si era sollevato contro i Russi, ma contro i corrotti. Una rivolta civica, nata dalla nausea per gli eccessi di un governo di ladri. In piazza Maidan la fertile Ucraina, granaio d’Europa, si chiedeva le ragioni della sua povertà e le trovava nella corruzione della cleptocrazia post-comunista. Ma appena il governo fantoccio del Cremlino è caduto a furor di popolo, la nomenclatura, con la tipica, collaudata giravolta che s’era già vista in Jugoslavia o con la caduta di Ceausescu in Romania, ha ordinato ai servizi segreti di trasformare la rabbia politica in uno scontro etnico, per non pagare il conto del suo fallimento. Ammazzatevi fra voi, idioti, invece di discutere il potere. 
L’Ucraina è lontana da Washington. L’Europa occidentale no, non può permettersi di ignorarlo. L’Ucraina è Europa. Per certi aspetti ne è il baricentro. «Ucraina vuol dire frontiera, terra di mezzo», mi ricordò già nel 2008 in una stazione fra Leopoli e Odessa uno studente di medicina. Detestava Putin, ma aggiunse: «Se il mio Paese smette di essere ciò che è stato per secoli, cioè uno stato cuscinetto, per entrare in un’alleanza occidentale, succede il putiferio e Mosca interviene». Ripenso spesso a quell’incontro di quattordici anni fa, fatto in un viaggio per Repubblica. Chiunque ha un briciolo di memoria sa che la fascia di territorio fra i Balcani e il Baltico è anche una linea di faglia altamente infiammabile, una Blood Land,come l’ha definita Timothy Snyder, dove Est e Ovest non hanno ancora risolto le loro pretese imperiali e dove il fango ha inghiottito sessanta milioni di vite in una successione di tragedie lunga un secolo. Non possiamo consentire che si incendi ancora. 
Oggi per la prima volta dal ’45 la guerra non è più una cosa che riguarda gli altri. Stavolta, più che con la guerra jugoslava, ci sfiora l’idea che potremmo diventare profughi anche noi. 
Sarebbe un peccato scoprire solo quando è tardi il sapore dolce della pace

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La pace, vogliamo solo la pace!

In guerra non ci sono né vincitori né vinti così come la verità è la prima vittima. Non possiamo schierarci facendo solo affidamento sulle notizie che i media ci forniscono; comprendere e mediare dovrebbero essere i verbi. Quanto siamo ipocriti quando l’articolo 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e invece siamo pronti a votare quasi all’unanimità in Parlamento per l’invio di armi e munizioni in Ucraina. Quegli stessi politici hanno il coraggio di scendere in piazza a manifestare contro la guerra. Questa è contraddizione. Non solo… l’Europa, culla del colonialismo, permette ancora oggi in una guerra non dichiarata che migliaia di immigrati anneghino… Il nostro mare è ormai un cimitero. La Libia continua ad essere pagata per bloccare chi fugge da guerre, povertà e violenze costringendo donne, uomini e bambini a vivere nei campi lager.

E ancora… Quanto siamo ipocriti quando nelle trasmissioni televisive parliamo preoccupati della guerra in Ucraina ma dietro le quinte definiamo cameriere, badanti e amanti le migliaia di donne ucraine che vengono in Europa per lavorare.

La storia ci insegna che nel 1991 a Bonn, Usa, Germania, Francia e Gran Bretagna firmano un accordo di non espansione della Nato nei paesi dell’Est Europa ma già nel 1999 Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia entrano nella Nato; nello stesso anno i paesi del Patto Atlantico (Nato) attaccano la Jugoslavia ridisegnandone i confini. Attacco, è bene ricordarlo, non approvato dall’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite che ha l’obiettivo di mantenere la pace e la sicurezza nel mondo. 

Da allora ad oggi altri Stati come Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Croazia, Albania, ecc., sono stati annessi alla NATO con la conseguenza di concederle di installare basi missilistiche nucleari tutte puntate su Mosca.

Da quando è iniziato il conflitto Russia – Ucraina abbiamo assistito a discussioni da bar pro e contro l’una o l’altra nazione perdendo di vista l’obiettivo finale che è quello della pace, del cessate il fuoco. Siamo a favore dei corridoi umanitari ma siamo contrari all’invio di armi e militari che non fanno altro che fomentare l’odio, la guerra e la morte di tanti innocenti di entrambi i fronti.

In Italia le spese militari sono aumentate notevolmente e siamo al decimo posto tra i paesi esportatori di armi. I 26 miliardi di euro stanziati si sarebbero potuti investire in modo costruttivo per scuola, sanità e ambiente. 

Siamo così presi da questa nuova guerra che non pensiamo ai tantissimi conflitti in atto nel mondo: cosa rende così speciale l’attacco russo all’Ucraina rispetto agli attacchi della Turchia al popolo curdo? Perché non parliamo degli attacchi di Israele alla Palestina? Perché non abbiamo mai pensato a creare dei corridoi umanitari per i popoli dell’Africa, Birmania, Afghanistan, Cecenia, Iraq, Siria, Yemen… 

Al di là delle sanzioni economiche, che acuiscono il divario sociale, chiediamo che tutte le diplomazie lavorino per l’immediato cessate il fuoco, per una pace duratura e per la ricostruzione immediata delle zone colpite. 

Occorre un segnale forte di responsabilità da parte di Putin e Zelensky e che la Nato faccia un passo indietro. Non è proprio tempo di provocazioni!

La Segreteria Provinciale Fisac/CGIL Brindisi

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