Tutto qui? Lo Smart Working dal punto di vista delle aziende

Pubblichiamo il link ad un articolo apparso il 21 di aprile sul quotidiano La Repubblica. Parla dell’applicazione dello Smart Working nella BNL a Roma. Riteniamo che questa modalità contrattuale, insieme al nuovo “ibrido” contrattuale applicato nel Gruppo Intesa, sia una scelta aziendale con cui il sindacato bancari deve rapidamente attrezzarsi e scegliere nuove modalità normative. Ma in difesa dei diritti dei lavoratori. Non delle aziende.
Con questo articolo apriamo uno spazio di riflessione sull’argomento. Un eccellente lavoro è stato realizzato dalla Fisac/CGIL Lazio e Roma. Nei prossimi giorni pubblicheremo un link al video di una giornata seminariale realizzata a Roma dai compagni del Lazio.

La Redazione

“Mamma, ho perso la scrivania e la moda dell’ufficio itinerante”

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Eco della Fisac/CGIL di Brindisi

La stampa locale inizia a tener conto dei nostri comunicati.
Un sentito grazie a chi pubblica le nostre riflessioni:

Dopo l’otto marzo, c’è il primo maggio: le riflessioni della FISAC/CGIL di Brindisi

La Redazione

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DOPO L’OTTO MARZO VIENE IL PRIMO MAGGIO

Dopo l’otto marzo c’è il primo maggio, le nostre riflessioni.

Come già scritto nel nostro precedente comunicato, lo sciopero globale dell’8 marzo è stato indetto dai sindacati di base e dalla FLC/Cgil in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Noi della Fisac/CGIL di Brindisi lo abbiamo appoggiato in tutte le sue manifestazioni anche se tecnicamente per il nostro settore non è stato possibile aderire di fatto alla giornata di sciopero.
E’ stata una giornata inedita con una forte carica emotiva e necessita di qualche riflessione:
Finalmente dopo un bel po’ di anni, l’8 marzo, grazie alle manifestazioni e alle assemblee promosse dal movimento mondiale “non una di meno” si è rivelata una giornata piena di contenuti autentici pur essendo stata boicottata dall’informazione generalista. Grazie alla rete, abbiamo avuto la chiara percezione di una giornata non “sobria” , non” noiosamente istituzionale”, una giornata che è riuscita a rompere in qualche misura l’ideologia benpensante e mielosa, borghese e paternalista di cui ormai è intrisa la società occidentale e che ha negli ultimi anni depotenziato il movimento delle donne, riducendo di fatto spazi di libertà e di autodeterminazione femminile, vedi il costante attacco alla legge 194 tramite l’obiezione di coscienza.
Cosa è successo? Lo stereotipo della donna vittima da salvare e tutelare che affida sogni e desideri magari al “santone/politico” di turno piuttosto che a loro stesse e che tanto piace alla cultura patriarcale è stato ribaltato da manifestazioni libere caratterizzate da un femminismo dirompente. Non c’è stata solo la presenza delle associazioni contro la violenza sulle donne, in piazza sono scesi gruppi, singoli, donne, uomini e sorprendentemente giovani, associazioni culturali e centri sociali che denunciavano l’intreccio perverso e pericoloso tra capitalismo patriarcato e violenza, che discutevano di libertà femminile e di libertà per tutt@, che puntavano il dito contro l’onnipresente cultura patriarcale che ha determinato il linguaggio sessista e discriminatorio etmp_9820-FB_IMG_1489776528467-134607041 che ha rimosso le donne dalla storia e dalla cultura, dalle strade e dalle scuole . Se lo sciopero è stato concreto o non concreto non ha davvero alcuna importanza, in questo caso il valore simbolico è stato potente, non si doveva chiudere nessun contratto, si doveva aprire invece la più importante delle vertenze: Ribaltare la questione di genere nel suo pensiero più ambiguo, quello dell’emancipazione delle donne che ha legittimato la non autorevolezza del genere femminile. E’ tutta la società che deve invece emanciparsi, soprattutto quel genere maschile che si dichiara contro la violenza ma ancora sorride paternalisticamente alle manifestazioni e che non comprende che la questione riguarda tutti i generi, tutte le razze, insomma l’umanità intera.
Quest’anno 8 marzo femminista dunque, proviamo a costruire un primo maggio altrettanto “rivoluzionario”.

La redazione

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#lottomarzo

In allegato pubblichiamo il comunicato stampa della Fisac/CGIL del Comprensorio di Brindisi. La nostra organizzazione non può aderire formalmente alla manifestazione della comunità Nonunadimeno indetta per la giornata dell’8 Marzo per effetto della Legge sulla regolamentazione del diritto di sciopero nel nostro settore. Ma politicamente la nostra struttura sindacale aderirà alle iniziative locali con la partecipazione attiva di una delegazione alla manifestazione indetta a Brindisi a Piazza della Vittoria.

La Redazione

#lottomarzo

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Sciopero 8 marzo

La Fisac Cgil di Brindisi appoggia e solidarizza con lo sciopero dell’8 marzo 2017 proposto dalla Comunità NON UNA DI MENO, di cui viportismo il link
La Redazione

In evidenza

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Il Protocollo per lo sviluppo sostenibile, la Legge Dodd- Frank, Trump e dintorni

Uno dei primi atti formali compiuti dal neo Presidente USA Trump è stato la cancellazione della Legge Dodd- Frank, fortemente voluta nel 2010 dall’allora Presidente Obama.

Nel corso del 2007 negli USA si scatenò la più grave crisi finanziaria di tutti i tempi. Una crisi nata dalla folle scelta di Clinton, negli anni ‘90, di cancellare la legge che separava nettamente l’attività delle banche commerciali da quelle d’affari. L’eliminazione di quella legge spinse rapidamente il sistema creditizio e finanziario americano, e più diffusamente occidentale, su politiche smaccatamente neoliberiste, privilegiando gli utili a breve attraverso la pura speculazione finanziaria rispetto al classico ruolo creditizio di intermediazione. Un effetto tardivo di quella crisi è stata la depressione dell’economia europea e la radicale modifica dell’organizzazione del lavoro e della patrimonializzazione nelle banche europee e quindi anche in quelle italiane.

La legge voluta da Obama, che si rivelò comunque un pannicello caldo sul cancro della speculazione finanziaria, aveva il compito di ripristinare un minimo di regole chiare sul sistema finanziario e bancario americano.

L’obiettivo del Dodd Frank Act è sempre stato quello di promuovere una migliore regolamentazione della finanza e una maggiore tutela del consumatore e del sistema economico.
Uno degli obiettivi della Dodd Frank Act era quello di assoggettare le banche ad una serie di norme che potevano tuttavia essere disattese nel momento in cui queste erano considerate troppo grandi per fallire (too big to fail). Per perseguire tale obiettivo il Dodd Frank Act ha creato il Financial Stability Oversight Council (FSOC) con lo scopo di vigilare sui rischi che pesano sull’intero sistema. In virtù della riforma finanziaria le banche devono possedere delle procedure di emergenza per fronteggiare i pericoli di insolvenza. (fonte Forexinfo.it)

In realtà la Legge è stata sempre profondamente avversata dalla destra americana e ne sono stati fortemente ridimensionati gli effetti. Adesso è facile prevedere che la cancellazione di qualsiasi forma di controllo sul sistema finanziario e bancario americano provocherà delle ripercussioni anche sul sistema europeo. Un simile scenario crea un forte allarme in chi, come noi, ha sempre lottato per il ripristino di una netta separazione tra banche di affari e banche commerciali. Una separazione indispensabile affinché il credito torni a svolgere un ruolo sociale e di volano propulsivo per l’economia e la società del nostro paese. Anche se la base del nostro ragionamento si fonda sulla considerazione che Trump e Obama sono due facce della stessa medaglia, ossia il volto cattivo e quello più presentabile di un sistema economico neoliberista che ha schiavizzato il lavoro a favore di un mercato finanziario sempre più ingordo. E lo spostamento immenso della ricchezza dal popolo a favore di pochi eletti ne è la lampante dimostrazione.

In questo contesto così delicato in Italia ha provocato un notevole scalpore la doppia firma di due importanti accordi sindacali nell’Unicredit Group e in Banca Intesa. Due accordi profondamente diversi tra di loro perché mentre il primo si inserisce all’interno delle norme del CCNL di categoria, il secondo definisce delle nuove forme contrattuali, sia pure cosiddette “sperimentali”, che sconfinano dalle norme vigenti ed esulano anche dai “perimetri” che alcune organizzazioni Sindacali, come la Fisac/CGIL, avevano definito all’intero dei loro organismi dirigenti nazionali. Infatti nel “Protocollo per lo sviluppo sostenibile”, firmato il 1 febbraio 2017, si introduce una nuova tipologia contrattuale per le nuove assunzioni. I neoassunti sottoscriveranno un doppio contratto: un contratto a tempo indeterminato part-time per 15 o 22,50 ore settimanali e un contratto di lavoro autonomo con partita IVA. In sintesi saranno dei consulenti finanziari con un contratto base, riferito al CCNL di categoria, e un contratto autonomo a provvigione. Si inserisce in questo modo una figura concorrenziale rispetto ai consulenti finanziari dipendenti della Banca, Infatti i nuovi lavoratori, pur svolgendo la stessa attività dei loro colleghi, per ricevere un adeguato stipendio dovranno lavorare autonomamente e la quota rilevante di salario variabile anziché essere definite secondo le norme del CCNL e del CIA dipenderà esclusivamente dalle provvigioni, ossia dai prodotti venduti, probabilmente a quegli stessi clienti che incontreranno la mattina durante l’orario di lavoro in filiale applicando il contratto di lavoro subordinato.

Questa forma contrattuale è un ibrido che riteniamo pericoloso perché introduce e certifica un ulteriore grave precarizzazione del lavoro bancario. Inoltre è un ulteriore elemento di pericolo perché di fatto risolve qualsiasi scrupolo etico nella vendita dei prodotti superando le logiche di pressione commerciale. Il lavoratore autonomo ovviamente ha la necessità di vendere per ottenere le provvigioni e in prospettiva la conferma dell’incarico di agenzia.

Legare il salario variabile ad un contratto individuale, basato su una partita IVA, mette il singolo lavoratore direttamente in concorrenza con i suoi colleghi di filiale e con l’intera organizzazione del lavoro. Dall’altro lato il neoassunto si troverà in una gravissima situazione di dipendenza contrattuale, e quindi anche psicologica, dal suo datore di lavoro.

Una pseudo “innovazione” che smantellerà pezzo dopo pezzo quel poco di visione collettiva nell’organizzazione del lavoro nel sistema del credito e corre il rischio di avere effetti estremamente negativi nei confronti dell’utenza che ancor di più diventerà una “preda” da braccare eliminando qualsiasi forma di funzione sociale del credito e delle banche.

Questo accordo inserisce, infine, uno scenario di presunta “innovazione” nella prospettiva della vicina scadenza del CCNL di categoria. Ma sarà una innovazione schiacciata sulle logiche aziendali, ossia di un sistema creditizio che ha perpetrato scelte sbagliate negli ultimi quindici anni privilegiando obiettivi di profitto a breve termine, anziché investire nell’economia e nella società del paese. Questo è un sistema e un management che andrebbe semplicemente allontanato per ripristinare un corretto rapporto con i territori e ricostruire un filo di fiducia con la clientela e il mercato. Per fare questo serve il ripristino di adeguate professionalità nei lavoratori, una reale formazione, dei forti investimenti nella tecnologia che aiuti concretamente a ridurre i costi e non il personale.

Per queste ragioni siamo perplessi sui contenuti di quell’accordo e molto preoccupati per gli scenari futuri. Per queste ragioni è indispensabile che un simile accordo sia sottoposto al più presto al voto dei lavoratori.

La Redazione

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Crisi del credito: chi è responsabile?

Il sistema creditizio italiano vive una crisi profonda. A parte il caso Monte dei Paschi di Siena sono molti i gruppi bancari che devono fare i conti con una forte riduzione della redditività. Sulla stampa quasi ogni giorno si leggono le ricette per far tornare produttive le banche italiane e fondamentalmente si reggono su una previsione di riduzione dei costi operativi, in soldoni con la chiusura delle filiali e con l’allontanamento dalla produzione di migliaia di lavoratori. Questo di seguito è il quadro corrente:

– UNICREDIT: aumento del Capitale Sociale per 13 miliardi di Euro. Cessioni di Pioneer, Pekao (banca polacca che portava utili rilevanti al gruppo) e dismissioni rilevanti di NPL (Not Performing Loan) per rientrare nei parametri UE per il patrimonio di vigilanza: Presentato un Piano con 6.500 esuberi, di cui 3.900 in Italia pari al 21% della forza lavoro.
– INTESA SAN PAOLO: nonostante il Gruppo abbia ottenuto utili rilevanti, l’azienda propone alle organizzazioni sindacali un Protocollo di sviluppo sostenibile del gruppo in cui le nuove assunzioni, anziché perseguire l’obiettivo di buona occupazione stabile, siano effettuate con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato part-time e con un contratto autonomo di mandato o agenzia di consulente finanziario senza nessuna garanzia di certezza salariale.
– MPS: Esuberi per 2.950 lavoratori e cessioni di circa 10 miliardi di NPL. Fallito l’aumento di Capitale Sociale destinato al mercato per 5 miliardi di Euro. Costretti alla ricapitalizzazione pubblica.
– La fusione tra BANCA POPOLARE DI VICENZA e VENETO BANCA secondo il gruppo dirigente aziendale potrebbe portare a 1.500 esuberi strutturali e a importanti dismissioni.
– CARIFERRARA: 330 esuberi dopo settimane in cui l’azienda aveva minacciato di utilizzare la Legge 223 sui Licenziamenti Collettivi.
– BANCA POPOLARE DI BARI: La Banca Popolare di Bari è sotto inchiesta per “apparenti irregolarità nella gestione poste in essere negli ultimi anni”. L’istituto di credito, secondo l’accusa, non avrebbe comunicato correttamente e tempestivamente agli organi di vigilanza, Banca d’Italia e Consob, il suo reale patrimonio. L’azienda ovviamente ha smentito, ma è comunque finita nei principali titoli della stampa.
– BNL: esuberi per 783 dipendenti per ottenere un taglio del costo del lavoro.

Sono anni che qualsiasi processo di crisi produttiva in Italia si affronta con una logica di contrazione dei costi, della rete produttiva e con un forte taglio a qualsiasi reale innovazione tecnologica. La conseguenza di queste politiche è stata la distruzione di un sistema economico e sociale, e un costante e drammatico impoverimento del paese. Ormai tutte le principali aziende sono state acquistate da gruppi stranieri e quelle che sopravvivono sono comunque costrette a fondersi alla ricerca di una dimensione più grande perché pare che solo così si possa competere sul mercato internazionale. I dati percentuali della disoccupazione mostrano con chiarezza il disastro provocato da queste scelte e il dramma di intere generazioni, tra l’altro proprio quelle più preparate e innovative, costrette ad emigrare per lavorare oppure a impoverirsi se restano in Italia.
Il sistema del credito verso la fine del secolo scorso decise di seguire la strada del “grande è bello”. Il dimensionamento fondato sulla costruzione dei grandi gruppi portò alla riduzione del sistema creditizio a soli cinque grandi gruppi: Intesa San Paolo, Unicredit, MPS, Banche Popolari e Banche di Credito Cooperativo. I lunghi processi di incorporazione e fusione si svilupparono sino al 2010 con un contemporaneo incremento folle della rete di sportelli bancari, sorti praticamente in ogni quartiere delle grandi, medie e piccole città. Un simile dimensionamento portò ad un forte incremento dei costi operativi e ad una drastica rivisitazione dei modelli organizzativi. Il paradosso è che tutti i nuovi modelli organizzativi delle banche furono progettati da un unico fornitore: la Mc Kinsey. Le banche si trasformarono rapidamente da modelli di servizio fondati sulla raccolta e sul prestito di denaro, con una forte specializzazione delle strutture ma caratterizzate da una diffusa mobilità professionale interna, in strutture di vendita di prodotti finanziari e assicurativi. In sintesi le filiali bancarie furono modellate in “luoghi di spaccio di prodotti altrui”. Sì, proprio così perché i grandi gruppi cedettero praticamente tutte le “fabbriche prodotto”, quei luoghi in cui venivano progettati i prodotti finanziari per la clientela, per limitarsi ad acquistare prodotti progettati da altre aziende tutte straniere. Il risultato finale è quello che abbiamo sotto gli occhi. Una diffusa rete di filiali in cui attraverso un meccanismo perverso di pressione, sia fisica che psicologica, si spingono i lavoratori a vendere prodotti omogenei su tutto il territorio nazionale, a prescindere dalle esigenze del territorio, e quindi delle persone che in quei posti ci vivono e lavorano. Una filiale della “banca PincoPallo” vende lo stesso prodotto sia a Bolzano che a Trapani. E le spinte furiose a vendere quel prodotto sono uguali sia a Bolzano che a Trapani, senza considerare che il tessuto economico e sociale di Bolzano è molto diverso da quello di Trapani. All’interno di questo disgustoso processo le banche hanno deciso di vendere prodotti “tossici”, ossia prodotti “scatola” che contenevano al loro interno derivati potenzialmente molto pericolosi per chi acquistava: se andava bene si guadagnava molto poco, se andava male ci si poteva rimettere l’osso del collo. L’obiettivo era ottenere utili con i ricavi da commissioni sui prodotti venduti. La banca non rischiava niente di suo e conquistava invece un introito certo e definito nell’importo per un lungo periodo di tempo. Ma la crisi finanziaria del 2008 ha creato un maremoto che ha colpito prima le banche americane e quelle europee, senza toccare molto quelle italiane. Poi, qualche anno dopo, si è scoperto che i bilanci di diverse banche italiane erano un po’ truccati e che i dati pubblicati non corrispondevano esattamente alla realtà dei fatti. Ma nel frattempo i titoli “furbi” piazzati dalle banche italiane sono arrivati a scadenza e diversi clienti si sono resi conto di avere in mano carta straccia e di aver perso molto del capitale investito. La crisi è scoppiata e l’incendio è divampato.
Oggi la discussione di chi sia la reale responsabilità di questa situazione non decolla. Perché la gran parte della stampa di settore tende a ridimensionare l’incendio rabbonendo la pubblica opinione con la formula che “l’importante è tagliare i costi” e la redditività tornerà spontaneamente. La soluzione, secondo tale stampa specializzata, è investire in tecnologia che sostituisca gli impiegati. Per cui quando le banche investiranno nelle macchine e manderanno a casa gli impiegati il problema sarà risolto.
In realtà le ragioni della crisi del credito in Italia è nelle scelte sbagliate del top management negli ultimi venticinque anni; un management che non è mai stato all’altezza delle sfide del mercato. Una politica miope, ereditata dalle crisi degli altri settori produttivi, ha preferito puntare sugli utili a breve termine anziché costruire un sistema professionalizzato e avanzato che sapesse gestire con oculatezza una crisi economica e sociale senza precedenti. Nelle filiali in questi anni servivano analisti di bilancio, progettisti di prodotti finanziari flessibili che rispondessero alle diverse esigenze territoriali, serviva una reale spinta all’innovazione tecnologica con ATM evoluti, con una rete informatica che tagliasse realmente i costi operativi, che non sono quelli umani, e intervenisse sui tempi di attesa di un cliente in uno sportello bancario. I sistemi informatici sono vecchi, consumati e preistorici e il cliente non è più al centro dei modelli organizzativi.
Non è un caso che la stampa, e quindi l’opinione pubblica, in questi ultimi mesi narri solo la vicenda della Banca Monte dei Paschi di Siena. E’ opinione diffusa che l’intervento pubblico a sostegno della banca sia sbagliato perché toglie soldi alla collettività: è preferibile darli ai terremotati piuttosto che alla banca. In via di principio questa affermazione non fa una grinza, ma per confutarla sarebbe sufficiente rammentare che se banca dovesse fallire i debitori della stessa dovrebbero, con le buone o con le cattive, restituire i soldi che la stessa banca ha prestato. Le aziende affidate si vedrebbero revocati i fidi. I mutui concessi verrebbero escussi. I prestiti concessi alle famiglie revocati, così come i fidi di cassa. Una intera economia verrebbe colpita in modo molto duro perché una banca è costruita con una rete di rapporti e di relazioni. E la Banca Monte dei Paschi, piaccia a no, è il terzo gruppo bancario in Italia.
Piuttosto sarebbe interessante chiedersi come mai nessun organo di controllo ha realmente vigilato su quello che stava accadendo nei mercati. Chi è che ha manipolato l’andamento del titolo della banca negli ultimi due anni riducendolo ad un valore infinitesimale? Chi è che ha manovrato nel mercato delle obbligazioni subordinate nel momento in cui si avvicinava l’operazione di conversione delle stesse in azioni per partecipare all’aumento del capitale sociale privato poi fallito in un modo che richiederebbe maggiore attenzione? Perché l’aumento del Capitale è stato legato in un modo assolutamente strano all’esito del Referendum sulla Riforma Costituzionale elaborata dal Governo Renzi? Cosa c’entrava la Costituzione con la Banca MPS? Le stesse domande possono essere rivolte sull’andamento dei titoli dei principali gruppi bancari che si sono fortemente deprezzati negli ultimi mesi.
Sono tutte domande importanti che richiedono riflessioni e analisi. Sono tutte domande a cui l’opinione pubblica deve fare attenzione. Questa volta non si può tentare di declinare tutto semplicemente con la vecchia ricetta dei licenziamenti collettivi e della chiusura delle filiali. Il cambiamento parte dall’alto: la sostituzione di un management incapace e arraffone, la verifica da parte degli organi di controllo di quali siano i poteri finanziari a cui risponde il management e di quali interessi speculativi faccia il gioco, la modifica drastica dell’organizzazione del lavoro, il superamento delle politiche commerciali basate sui budget e sulle pressioni indebite nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori bancari. E se siete capaci, voi che guidate le banche, di parlare di innovazione, beh incominciate a dotare i dipendenti di strumenti tecnologici veri e moderni piuttosto che vecchi cassoni di oltre vent’anni fa.

La Redazione

FONTI:
1)http://www.repubblica.it/economia/2016/12/13/news/unicredit_aumento_di_capitale_da_13_miliardi_altri_6500_esuberi_entro_il_2019-154000143/
2) http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-12-13/unicredit-svela-piano-2019-aumento-13-miliardi-14mila-uscite-e-maxi-accantonamenti-npl-082342.shtml?uuid=ADf53tCC
3) http://www.fisac-cgil.it/58859/isp-protocollo-per-lo-sviluppo-sostenibile-del-gruppo-prosegue-il-confronto
4) http://www.fisac-cgil.it/59122/trattativa-intesa-sanpaolo-ecco-i-punti-della-fisac-cgil
5) http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-10-25/mps-nuovo-piano-industriale-utili-11-mld-e-2600-esuberi–071640.shtml?uuid=ADcuXmiB
6) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-10-26/banca-popolare-vicenza-mion-fino-1500-esuberi-strutturali-134106.shtml?uuid=ADXHInjB
7) http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2017-01-02/accordo-esuberi-carife-161403.shtml?uuid=AD1h3hOC
8)http://bari.repubblica.it/cronaca/2016/12/18/news/inchiesta_popolare_bari_cosi_gli_imprenditori_si_autofinanziavano-154358440/
9) http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2016-12-22/bnl-via-libera-sindacato-piano-ristrutturazione-escono-783-bancari-123107.shtml?uuid=ADhu9lIC

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ISP: Rottura delle trattative

La trattativa sul Protocollo per lo Sviluppo Sostenibile nel Gruppo Intesa San Paolo va considerata conclusa senza un accordo sindacale a causa dell’indisponibilità aziendale a rivedere le proprie posizioni.
Alleghiamo il Comunicato unitario delle Organizzazioni Sindacali del Gruppo.

La Redazione

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Accordo sul Fondo Esuberi nel Monte dei Paschi

Pubblichiamo il comunicato sindacale dei Coordinamenti RSA della Banca Monte dei Paschi di Siena spa. Nel giro di pochissime ore hanno contrattato e firmato con l’Azienda un importantissimo accordo sulle gestione degli esuberi con l’utilizzo volontario del Fondo di Solidarietà del settore. Un accordo che conferma l’impianto del Piano Industriale e che si fonda sulla conferma della contrattazione integrativa firmata il 24 dicembre 2015.

La Redazione

comunicato-accordo-esuberi-gruppo-mps

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Riflessioni sul Referendum

Ha vinto il No alla proposta di riforma costituzionale. Ha vinto la Costituzione che è stata difesa nella sua interezza. Ha vinto il desiderio insopprimibile degli italiani di esercitare la democrazia, la voglia di partecipare, di esserci, di contribuire a costruire il futuro del paese. L’alta percentuale di partecipanti al voto lo dimostra, così come dimostra che è la politica mediocre ad allontanare le persone dal voto.
Ma noi non festeggiamo. Perché siamo consapevoli che la precedente riforma del Titolo V della Costituzione era pessima e anche perché il Parlamento va ridisegnato. Siamo soddisfatti che una brutta riforma, incomprensibile e mal scritta sia stata sconfitta.
Noi non eravamo contro Renzi ma eravamo contro parte delle sue politiche. Siamo contro tutte le politiche sul lavoro del suo Governo il cui obiettivo, ancora una volta, è stato quello di abbattere diritti e regole certe in nome di una fantomatica flessibilità che avrebbe dovuto dare spazio e occupazione ai più giovani. In realtà quelle politiche hanno solo regalato soldi alle imprese continuando a garantire e tutelare un lavoro precario e sottopagato. Ora anche i famigerati dati statistici lo dimostrano in modo indiscutibile. E’ di oggi il dato Istat che certifica che circa il 30% delle famiglie italiane è sotto la soglia di povertà. Questo è un dato terribile che dovrebbe far riflettere e spingere a ridisegnare tutta l’azione politica, sociale ed economica del nostro paese. Invece continua a dominare la melina della brutta politica, quella che mette al centro giochi di potere e riposizionamenti per mantenerlo, il potere. Noi riteniamo che non sia il momento di andare ad elezioni anticipate. E’ il momento della responsabilità. Ma non di una responsabilità qualsiasi o che continui a perseguire obiettivi deboli. E’, invece, il momento di rimettere al centro la buona politica, il lavoro e il riscatto sociale. E’ il momento in cui servono buone leggi, scritte bene e mirate. Servirebbe un senso di responsabilità diffuso anziché continuare ad alimentare divisioni e partigianerie.
Il settore del credito è quello che più di tutti in queste settimane è a rischio. Ed è incomprensibile il silenzio della politica sul suo destino. Sembra che non ci si renda conto che un crollo del sistema creditizio comporterebbe ricadute sociali ed economiche terribili. E invece il quadro è da far venire la pelle d’oca: la rete delle BCC è in crisi, la Legge sulle Banche Popolari è stata bloccata dal Consiglio di Stato, l’aumento del Capitale Sociale del Monte dei Paschi e di Unicredit di fatto è stato sospeso dopo il referendum. Anche in questo caso un Governo arruffone è intervenuto in modo confuso e male. Si è entrati a piedi uniti nella governance del Monte, licenziando Viola per poi rimetterlo in sella nelle Popolari; si è scritta male una legge sulla Banche Popolari che ora sono in mezzo al guado in pieno temporale finanziario. Si è evitato però di fare chiarezza sulle manovre speculative di qualcuno che nel frattempo ha fatto affari riducendo sul lastrico banche, risparmiatori e mettendo a rischio il futuro dei dipendenti bancari.
La situazione è molto seria. E’ positivo che il tentativo di rendere inefficace la nostra bella Costituzione sia andato a vuoto. Ora bisogna lavorare per ricostruire un paese e attutire gli effetti nefasti delle contrapposizioni guerrafondaie della campagna referendaria. L’Italia ha bisogno di tante cose, ma soprattutto di uscire dal mito dei “tagli” al welfare, agli enti locali, a tutte quelle istituzioni che accompagnano gli ultimi e gli emarginati che oggi sono una percentuale enorme. E’ necessario investire sulla scuola, sulla sanità, sulle pensioni, sul lavoro ai giovani, sulla vera innovazione e sulla tecnologia. Non su quella che taglia i posti di lavoro, ma su quella che migliora la qualità di vita dei lavoratori e li aiuta a liberare tempo per sé, per gli affetti, per la cultura.
E’ ora di diventare un paese normale.

La Redazione

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