Ferrara: la Lega attacca la cultura

La Lega governa la città di Ferrara dal 2019. Il sindaco è Alan Fabbri. Qualche giorno fa come redazione Fisacbrindisi.it eravamo in riunione online per discutere dei temi da approfondire nei prossimi giorni. In serata all’improvviso uno di noi invia una immagine: era la copia di una lettera a firma di due consiglieri comunali della Lega di Ferrara in cui si chiedeva al Provveditorato provinciale l’elenco di tutti i libri di testo utilizzati nelle scuole di ogni ordine e grado nella città. Mentre leggevamo la richiesta di accesso agli atti, increduli, abbiamo effettuato le ricerche e verifiche online e abbiamo letto di una ulteriore iniziativa del consigliere Mosso, firmatario anche della lettera sopra citata, di chiedere in consiglio comunale di valutare politicamente i libri acquistati dalle biblioteche comunali affinché fossero adeguati alle necessità dei cittadini e alle aspettative dei loro elettori.

Siamo saltati sulle sedie, inorriditi. Ci siamo scambiati un paio di messaggi e abbiamo deciso di scrivere su questa vicenda, nonostante non sia una materia sindacale e attinente al nostro settore. Ma la CGIL nel suo Statuto ha il compito di diffondere la Costituzione Italiana, e di difenderla, nei luoghi di lavoro. Ci sentivamo coinvolti direttamente. L’iniziativa della Lega a Ferrara è un attacco alla Costituzione Italiana ed è anche un atto fascista. Solo nel tragico ventennio mussoliniano si attaccò la cultura e si silenziò qualunque opposizione, uccidendo, confinando e carcerando gli avversari politici. A Ferrara la Lega vuole controllare che la cultura nelle biblioteche e nelle scuole sia decisa a livello politico scegliendo nelle stanze del governo comunale cosa i cittadini debbano leggere e cosa si possa, e cosa non si possa, insegnare nelle scuole. Questa è una vicenda di cui si è subito interessato il governo e nella città la CGIL ha fatto sentire forte la propria protesta.

Noi ci uniamo all’azione politica contro una simile concezione della democrazia in cui chi ha il potere decide con arroganza come formare la coscienza collettiva e l’opinione pubblica, riducendo al silenzio il pensiero critico e chi la pensa diversamente.

Questo è un atto grave di stampo fascista.

Noi sappiamo da quale parte stare.

La Redazione Fisacbrindisi.it

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COVID 19 E SMART WORKING

Serve un accordo nazionale nel Credito, Assicurazioni ed Esattorie

E’ stato pubblicato in queste ore il nuovo Dpcm per fronteggiare la nuova ondata del Covid 19. Ci si aspettava, anche leggendo le anticipazioni sulla stampa nei giorni scorsi, un qualche intervento sull’organizzazione del lavoro nelle attività produttive. In particolare ci si aspettava una indicazione al fine di incentivare l’uso dello smart working sia come forma di tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, sia come strumento di decongestionamento del trasporto pubblico. Invece, tranne qualche riga sul lavoro pubblico, non c’è alcuna indicazione in merito. Ancora una volta un argomento così importante e delicato viene lasciato alla trattativa nelle aziende dove, in maniera diffusa, c’è una forte resistenza all’utilizzo di questo modalità di lavoro.

Le banche, durante la fase del lockdown, mediante l’utilizzo del lavoro agile hanno potuto proseguire abbastanza agevolmente nell’attività delle filiali e nello stesso tempo si è garantita una modalità produttiva che ha messo al riparo dal contagio intere categorie di lavoratori fragili e/o con i noti problemi di gestione familiare per via delle scuole chiuse e il ricorso alla didattica a distanza.

Con questa seconda fase di forte incremento dei contagi riteniamo necessario che si affronti nuovamente l’argomento ma in modo strutturale e più efficace. Crediamo sia necessario, però, che la regolamentazione sia affidata ad una trattativa delle segreterie nazionali delle organizzazioni sindacali con l’ABI e le altre associazioni di categoria. E’ indispensabile comprendere come lo smart working sia una modalità di lavoro che oltre a contemperare le esigenze di salute e personali dei dipendenti sia anche uno strumento che garantisca il prosieguo delle attività nelle filiali con una organizzazione del lavoro che affronti in modo organico gli eventuali impatti dei contagi.

Riteniamo sia utile incrementare in misura rilevante il ricorso al lavoro agile così come è fondamentale affrontare, con una contrattazione nazionale, i punti deboli rilevati durante il lockdown e rispetto ai quali poco è stato fatto in questi mesi: sicurezza dei dipendenti, utilizzo del traffico dati a carico delle aziende e non dei lavoratori, diritto certo alla disconnessione, investimenti in infrastrutture hardware e software.

Pertanto chiediamo alla segreteria nazionale della Fisac/CGIL di attivare, insieme alle altre organizzazione sindacali, un tavolo urgente di confronto con l’ABI e le altre organizzazioni datoriali delle assicurazioni e delle esattorie, sul tema della struttura e del funzionamento dello smart working nel nostro paese. Lo chiedono le lavoratrici e i lavoratori. Lo chiede l’urgenza della pandemia da affrontare.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL- Brindisi

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Ciao Maestro

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Too big to fail

La crisi del credito, quella crisi che partì nel 2008 con il tonfo dei subprime americani e che coinvolse tutti i più importanti istituti bancari del mondo occidentale, è arrivata anni dopo in Italia e ha ugualmente prodotto disastri. Il panorama creditizio italiano è stato completamente sconvolto e ridisegnato, in particolare negli ultimi anni. Ormai si può definire uno scenario di quasi oligopolio con una rapida accelerazione verso un ulteriore accentramento delle banche. Oggi ci sono due grandi gruppi (Intesa, soprattutto dopo l’acquisizione del terzo polo UBI, e Unicredit) con un quarto polo in crisi profonda, Mps, e a quasi pari dimensione il gruppo delle Popolari residue, alcune in ottima salute mentre altre con situazioni di crisi più o meno profonda. Infine c’è il polo delle BCC anch’esse, però, colpite da una crisi dimensionale che ne ha rallentato di molto la crescita e il ruolo sui territori.

In questi giorni si legge di pressioni da parte del MEF su Unicredit affinché acquisti il 68% delle azioni, in mano al Tesoro, del Monte dei Paschi. Se ciò dovesse accadere scomparirebbe un altro terzo polo bancario ingoiato da una delle due regine del mercato creditizio.

In sintesi, magari tagliando un po’ con l’accetta, il sistema creditizio italiano si ridurrebbe a tre soli poli e un quarto, le BCC, con una funzione differente e comunque residuale per i volumi trattati.

Nella storia moderna una situazione simile non si era mai verificata. Il sistema sarebbe nelle mani di pochi operatori, alla faccia della concorrenza e del mercato libero.

Questo scenario ci allarma molto pur comprendendo, perché lo viviamo sulla nostra pelle di lavoratrici e lavoratori, che la crisi ha prodotto una situazione da cui è molto difficile uscire e le regole europee ormai impongono indici di patrimonializzazione e di pulizia del bilancio difficilmente raggiungibili da diverse delle principali banche italiane.

Le conseguenze, però, di tali operazioni vanno valutate con altrettanta attenzione. Perché le ricadute sarebbero sui lavoratori del settore ma anche sulle società e sulle economie di riferimento.

Le operazioni di fusione e/o incorporazione producono migliaia, decine di migliaia, di esuberi in un settore già molto colpito dagli anni passati. L’impatto è stato fortemente ammorbidito dal Fondo di Solidarietà del credito che accompagna alla pensione con un taglio delle retribuzioni almeno del 20% per un massimo di 60 mesi, cioè 5 anni alla maturazione del diritto alla pensione. Ciò non toglie che migliaia di filiali sono state chiuse e quelle rimanenti sono fortemente ridotte negli organici con un aumento molto importante dei carichi di lavoro e una riduzione del tempo di assistenza alla clientela. Inoltre sono stati accompagnati alla porta quelle lavoratrici e quei lavoratori con alti livelli di professionalità soprattutto nella gestione del credito, ossia dei finanziamenti concessi ai clienti. Mentre le nuove generazioni di colleghe e colleghi sono state bersagliate da pesantissime politiche commerciali accompagnate da altrettanti tagli nel salario variabile, quindi più lavoro e meno retribuzione parzialmente compensate con gli aumenti spuntati nei rinnovi del CCNL di categoria.

Quello che ci preoccupa è anche altro, oltre alla facile previsione di ulteriori tagli al personale, sia in termini di colleghe e colleghi considerati esuberi che di tagli in generale del costo del lavoro a cui le banche intendono puntare.

Un altro aspetto che ci allarma molto è l’impatto sui territori in cui le banche operano, sulle persone e sulle imprese. Perché gli accorpamenti di istituti di credito si accompagnano sempre ad una drastica revisione delle linee di credito ossia dei prestiti concessi sotto qualsiasi forma. E’ facile immaginare come un cliente, affidato sia dal Monte dei Paschi o da Ubi Banca e contemporaneamente affidato anche da Unicredit o Banca Intesa, all’atto della fusione si vedrebbe chiamato dalla nuova banca derivante dalla fusione per comunicargli il taglio dell’importo complessivo del finanziamento, altrimenti ci sarebbe una sovraesposizione creditizia.

Se ciò dovesse accadere il colpo ulteriore sui territori in crisi sarebbe grave.

Sappiamo bene che le banche devono fare utili e che non possono lavorare come se fossero enti di beneficenza. Ma sappiamo altrettanto bene che il credito è un motore fondamentale per il riscatto economico e sociale di un paese in crisi.

Pertanto queste operazioni di rafforzamento patrimoniale devono essere filtrate dal Governo del paese, da una politica creditizia che metta al primo posto la tutela delle famiglie e delle imprese, nonché la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori del credito su cui, invece, bisognerebbe rapidamente investire in termini di ulteriore crescita professionale e di competenze digitali. Servono anche investimenti adeguati in infrastrutture tecnologiche perché il lockdown ha dimostrato che senza l’impegno delle colleghe e dei colleghi, molto più flessibili delle organizzazioni aziendali, le banche italiane sarebbero saltate rapidamente a causa dell’inadeguatezza delle reti informatiche e degli strumenti informatici di cui sono dotati i lavoratori del settore.

La Redazione Fisacbrindisi.it

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Auguri alla nuova Segreteria

Rosa Maffei eletta Segretaria Generale della Fisac/CGIL di Brindisi

Oggi, 29 settembre 2020, nel Salone della Lega SPI/CGIL di Brindisi in via Palestro l’Assemblea Generale della Fisac/CGIL, finalmente riunitasi in presenza e con la partecipazione di Antonio Macchia- Segretario Generale della CGIL di Brindisi- e di Lia Lopez -Segretaria Generale della Fisac/CGIL Puglia, ha eletto all’unanimità la nuova Segreteria Provinciale della categoria dei bancari della CGIL.

Rosa Maffei, già componente della Segreteria uscente e Segretaria RSA della BNP-Paribas di Brindisi, è stata eletta Segretaria Generale del Comprensorio.

Elisa Vergari, già componente del Direttivo Provinciale e Segretaria RSA della Banca Intesa spa di Brindisi, è stata eletta per la prima volta componente della Segreteria Provinciale.

Danilo Gianniello, già componente del Direttivo Provinciale e del Comitato degli Iscritti della RSA della Banca Monte dei Paschi di Siena spa, è stato eletto, anche lui per la prima volta, componente della Segreteria Provinciale.

Un sentito ringraziamento e un affettuoso saluto è stato rivolto dalle Compagne e dai Compagni tutti al Segretario Generale uscente, Giuseppe Giannotti. Un sentito ringraziamento e un abbraccio collettivo è stato rivolto a Giancarlo De Nitto andato in pensione nel mese di Maggio e che tanti e importanti incarichi ha svolto nell’organizzazione a livello territoriale e nazionale sempre con competenza, impegno e passione.

Un augurio di buon lavoro dal Dipartimento Comunicazione.

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La verità sul Covid 19 è possibile?

Che cosa dicono i numeri sul Covid-19

A sette mesi dal paziente 1 di Codogno i media continuano a snocciolare quotidianamente numeri su contagi, tamponi, decessi, ricoveri, terapie intensive e decessi, alimentando – come un sadico yo-yo – una schizofrenica alternanza di ottimismo o pessimismo sull’evoluzione della pandemia. Sui social da mesi si rincorrono narrative e immagini che spaziano dalla fila di camion dell’esercito a Bergamo alla folle estate dei giovani assembrati in discoteca senza mascherine, fino alle manifestazioni negazioniste. Gli infuocati dibattiti degli esperti configurano un perfetto bipolarismo condizionato più dalla propria attività specialistica e dal proprio contesto locale che da una visione globale della pandemia e dal principio di precauzione che dovrebbe accompagnare le incertezze della scienza. Il grande pubblico viene ulteriormente disorientato da terminologie che appartengono al mondo della ricerca (carica virale) o da ambigui tormentoni quali “virus clinicamente morto” o “tamponi debolmente positivi”. La comunicazione istituzionale si è progressivamente ridotta all’osso: dal tragico bollettino di guerra quotidiano della protezione civile andato in soffitta a fine aprile all’eccellente report epidemiologico settimanale dell’Istituto superiore di sanità che resta tuttavia una pubblicazione per addetti ai lavori. In questo contesto gli spettatori passivi si sono trasformati in protagonisti attivi nella produzione e sintesi di informazioni, esacerbando l’infodemia, ostacolando la consapevolezza di un fenomeno epocale e soprattutto la capacità di convivere serenamente con il virus senza rinunciare alle libertà individuali. Libertà che, tuttavia, richiedono alcune rinunce e un diverso stile di vita per garantire il pieno rispetto della tutela della salute altrui. Ecco perché oggi è sempre più indispensabile riallineare la percezione pubblica su numeri e dinamiche di una pandemia che si prolungherà nel tempo, condizionando tutti gli aspetti della nostra vita, oltre che la tutela della salute pubblica e la ripresa economica del paese. Come dobbiamo interpretare i numeri attuali dell’epidemia? 

A partire dalla fine di luglio, mese che aveva visto i nuovi casi settimanali stabilizzarsi intorno ai 1.400, i contagi sono progressivamente aumentati, in maniera molto netta a partire dalla seconda metà di agosto, quando il numero dei nuovi casi settimanali è salito a quota 10.000, espandendo il bacino delle persone “attualmente positive” da poco più di 12mila a oltre 44mila. Vero è che la maggior parte dei nuovi casi erano giovani e asintomatici, ma la loro permanenza in ambito familiare ha favorito il contagio di adulti e anziani, specialmente se fragili. Infatti, mentre da fine luglio i pazienti ricoverati con sintomi sono aumentati da 732 a 2.365 e quelli in terapia intensiva da 40 a 222, è aumentata parallelamente l’età mediana dei contagiati: si era ridotta dagli oltre 60 anni dei primi due mesi dell’epidemia sino a meno di 30 nelle settimane centrali di agosto, ma nelle ultime settimane è risalita a circa 45 anni. È vero che troviamo più casi solo perché facciamo più tamponi? Solo in parte, perché questa è solo una delle determinanti, visto che il rapporto positivi/casi testati è aumentato dallo 0,8 per cento di fine luglio al 2,7 per cento nell’ultima settimana. In altre parole, se è vero che cerchiamo di più il virus, lui circola comunque molto di più. Ecco perché il potenziamento della capacità di eseguire tamponi è una strategia irrinunciabile per contenere la risalita della curva epidemica. 

La paura della seconda ondata

È vero che il virus si è rabbonito, considerato che i casi di oggi sono molto meno gravi di quelli di marzo-aprile? Assolutamente no: semplicemente oggi esploriamo la parte sommersa dell’iceberg, mentre in primavera, in assenza di attività di screening per scovare gli asintomatici, potevamo intravederne solo la punta, ovvero i soggetti più gravi e ospedalizzati. Il virus è sempre lo stesso, stiamo solo vivendo una fase diversa dell’epidemia perché dal 3 giugno, con la ripresa della mobilità interregionale e la riapertura dei confini, siamo di fatto “ripartiti dal via”, un po’ come nel gioco dell’oca. Ecco perché ogni confronto dei numeri attuali con quelli della fase 1 è inappropriato, spesso strumentale e non tiene conto delle dinamiche dell’epidemia. Siamo davanti a una seconda ondata? Per chi teme di rivedere le scene drammatiche di marzo-aprile, la risposta è sicuramente no; se invece intendiamo un progressivo incremento dei contagi che si riflette gradualmente sui ricoveri e sulle terapie intensive, la seconda ondata di fatto è già in atto. Tuttavia non potrà esserci alcun effetto sorpresa per la sanità e per la società civile, totalmente impreparate di fronte al violento tsunami della fase 1, di cui non abbiamo mai conosciuto la fase preliminare. Oggi la sorveglianza epidemiologica monitora continuamente la risalita della curva, i posti letto ospedalieri e di terapia intensiva sono stati potenziati, tutte le strutture sanitarie dispongono di percorsi Covid-19 e abbiamo ampia disponibilità di mascherine e dispositivi di protezione individuale. In questa fase di circolazione endemica del virus, ovvero di convivenza sociale con un ospite indesiderato, oltre al potenziamento dell’attività di testing, tracing, treating , sono i nostri comportamenti individuali che contribuiscono a evitare ogni forma di sovraccarico ospedaliero o territoriale. Ovvero solo la combinazione tra un sistema sanitario adeguatamente potenziato e una popolazione diligente potrà tenere bassa l’altezza della seconda ondata, prolungandola nel tempo ed evitando così il sovraccarico dei servizi ospedalieri che, quando eccessivo, aumenta la letalità. Sì, perché bisogna accettare, oltre ogni ragionevole dubbio, che un consistente numero dei decessi da Covid-19 nei mesi di marzo e aprile è stato causato dall’enorme sovraccarico ospedaliero: narrative differenti sono frutto di ignoranza o di malafede.

Nino Cartabellotta medico. Presidente della Fondazione Gimpe

Articolo pubblicato sul nuovo quotidiano Domani

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MPS e le pressioni per la Bad Bank

da Affari e Finanza di Repubblica

Mps e le pressioni per la bad bank ma il Tesoro vuole la privatizzazione

21 SETTEMBRE 2020. Una parte dei M5s chiede di trasformare l’istituto di Siena in un veicolo capace di smaltire i crediti deteriorati del sistema bancario italiano, ma la vigilanza resta fredda e il ministro Gualtieri porta avanti il progetto di cessione

DI ANDREA GRECO

Teoria degli insiemi. Ci sono tre elementi in due insiemi: “nuovi crediti deteriorati” e “dossier Mps” stanno in quello “Problemi”, mentre “bad bank” rientra in dell’insieme “Soluzioni”. L’intersezione tra i due insiemi è tutta da costruire, e difficilmente comprenderà ciascuno dei tre elementi. Malgrado un generico favore coltivato dai vertici della Banca d’Italia e della vigilanza europea attorno a schemi di società “specializzate nel gestire crediti deteriorati”, i tempi stretti, le costrizioni tecnico-finanziarie, la ritrosia del Tesoro – e della vigilanza stessa, in caso di bad bank finalizzate ad altri scopi come l’idea fa temere tra i banchieri centrali – si frappongono all’idea lanciata a inizio settembre da Carla Ruocco.
La presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche aveva proposto sui media, e ora sta approfondendo con partiti e istituzioni, di sbrogliare la matassa senese usando la licenza bancaria e le strutture di Mps per farne una lavatrice nazionale dei crediti inevasi, che per oltre 100 miliardi pioveranno sull’Italia da febbraio, alla scadenza delle moratorie bancarie. La montagna di contenziosi in formazione è scontata. Secondo uno studio di Oliver Wyman, le banche europee supervisionate dall’Eba nei prossimi tre anni perderanno oltre 400 miliardi di euro sui loro crediti, 2,5 volte l’ultimo, mite triennio (e la somma può raddoppiare con un lockdown bis). La quota di contenzioso dell’Italia sarà più che proporzionale: si stimano tra 100 e 150 miliardi di euro di nuovi non performing exposure s (Npe), a partire dal rimborso imperfetto dei 300 miliardi di prestiti congelati fino al 31 gennaio 2021.
Gli analisti di Bank of America hanno di recente stimato tassi di default tra il 10 e il 20% della somma: l’ad di Banca Ifis Luciano Colombini ne prevede “tra il 5 e il 10%” delle moratorie. Per il manager che guida l’istituto leader nei crediti deteriorati “al consumo” delle famiglie, tale nicchia sarà “tra le più riparate, perché quasi metà dei debitori ha una pensione o redditi da lavoro dipendente, mentre sarà più pesante l’impatto sul credito alle imprese piccole e medie, e sulle sofferenze che hanno come sottostante immobili commerciali o industriali, i più colpiti dalla crisi”.La realpolitik dell’antitrustAnche Francesco Guarneri, che dal 1991 guida Guber Banca nel recupero dei crediti, stima un impatto ritardato, e maggiore per le aziende entrate nel lockdown in condizioni già fragili. “Il Covid promette di fare in economia quel che ha fatto in campo medico: colpire i soggetti deboli, le imprese con problemi pregressi. Più che le sofferenze, saranno le esposizioni in bonis e le inadempienze probabili la maggiore sfida per le banche: anche perché sono quelle che richiedono più attenzione, risorse e risposte pronte”.
Le società nazionali per gestire crediti ammalorati hanno funzionato piuttosto bene dal crac di Lehman (2008) in poi: hanno accorciato i tempi di smaltimento dei crediti bancari, usciti dai bilanci degli istituti che così hanno potuto dedicarsi al credito ordinario; e hanno dato più potere contrattuale ai venditori, in un mercato dove comandano i pochi fondi globali compratori (gli “avvoltoi della vulgata politica). Ma gli innegabili vantaggi, come noto apprezzati anche dal governatore Ignazio Visco e dal capo della vigilanza europea Andrea Enria si uniscono a un rischio molto avvertito nei Paesi più “nordici”. Il rischio, già espresso dal vicepresidente dell’Ue Valdis Dombrovskis e dalla presidente del fondo di risoluzione unico, Elke König, che una bad bank unica europea, comprando crediti a prezzi standard, crei distorsioni legate al fatto che i contenziosi nei vari Paesi sono ancora molto diversi per tempi di recupero, norme civili, condotte. Per questo è poco probabile che, malgrado la discontinuità posta dalla pandemia, maturi il consenso politico sufficiente a una bad bank europea: e neanche per fare il “regolamento armonizzato delle bad bank nazionali” chiesto dall’Abi. Più facile, invece, che i confronti tra le istituzioni sul tema si risolvano in un approccio “comprensivo” dell’Antitrust Ue, quando si trova a valutare i casi specifici e singoli prezzi di apporto dei crediti (film visti di recente).Le condizioni di UnicreditQuanto sopra pare letteratura sofistica in raffronto al sesto grado da scalare entro due mesi per la “riprivatizzazione Mps”. L’impegno del Tesoro con l’Ue nel 2017 era rivendere la banca entro la primavera 2022; ma il socio pubblico pare determinato a rompere gli indugi ora. L’innesco è la scissione di 8,1 miliardi di euro di crediti deteriorati a favore di Amco, al voto dell’assemblea Mps il 4 ottobre. L’operazione renderà il bilancio senese tra i più “lindi”, ma costa un miliardo di patrimonio: per questo la Bce ha chiesto un piano di ricapitalizzazione per approvarla. Sono noti i tre impegni a cui l’ok Bce è subordinato: ma il Tesoro sta lavorando per superarli tramite un’aggregazione che metta definitivamente in sicurezza non solo il patrimonio Mps, ma soprattutto la sua redditività (la banca stima conti in rosso fino al 2022). La gara aperta per nominare un secondo advisor, oltre a Mediobanca da mesi attiva, è un altro segnale. Intanto la moral suasion di via XX settembre è all’opera: a partire da Unicredit, che però avrebbe chiesto pesanti condizioni – paragonate dietro le quinte a quelle spuntate da Intesa Sanpaolo per prendersi le due ex popolari venete – e che paiono fuori discussione.
L’altro nome nell’agenda del Tesoro è Banco Bpm. Un’integrazione “funzionale”, con qualunque istituto disposto, potrebbe coglierebbe alcune indicazioni care a Ruocco e a una parte di M5s e Leu: vendere gli sportelli Mps nel Sud al nascente polo Mcc-Bari, o fondere in Amco la “scatola vuota” senese con licenza bancaria e marchio per farne una bad bank capace di emettere bond e cartolarizzare titoli. “Tre dossier importanti si intrecciano: Borsa spa, Mps e Popolare Bari – dice Ruocco – servono visione e regia comune: non si può pretendere che lo Stato ripiani con soldi pubblici i fallimenti delle gestioni, e forse dell’attività di vigilanza, senza al contempo pretendere che tali interventi abbiano una valenza nazionale”.
Intanto il tempo passa, Giuseppe Conte non firma il Dpcm sulla vendita di Mps (slittato a dopo le elezioni) e aumenta il rischio di incartamento, che spianerebbe la via a una ricapitalizzazione solo statale per i 700 milioni circa chiesti al Monte dalla Bce. Allontanando il tempo della “riprivatizzazione” e segnando due vantaggi per la politica. Primo, non far emergere i circa 7 miliardi di minusvalenze in caso di vendita ora. Secondo, continuare a gestire poli bancari in regioni chiave come Toscana e Puglia, al di là degli esiti delle urne.

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I Doni di Rossana

di Ida Dominijanni

Tratta da Internazionale.it

https://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2020/09/21/rossana-rossanda-morte

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VADE RETRO RUOCCO

Carla Ruocco, presidente della Commissione Bilaterale sul Credito, qualche giorno fa ha dichiarato che le filiali meridionali del Monte dei Paschi di Siena potrebbero essere accorpate dalla Banca Popolare di Bari per costituire una sorta di Banca del Sud. In realtà lei avrebbe parlato di una Bad Bank per limitare la perdita finanziaria per il Ministero dell’Economia dopo la sottoscrizione del 68% del Capitale sociale della banca senese e l’andamento negativo del valore dell’azione del Monte che ne ha parzialmente intaccato l’investimento.

Come Fisac/CGIL del comprensorio di Brindisi non siamo particolarmente interessati alle dinamiche del “fantacredito” ma siamo attenti osservatori di quel che accade nel territorio.

Lo scenario delineato dalla parlamentare pentastellata ci allarma molto almeno per un paio di ragioni.

La prima è di principio: saremmo stanchi di scelte politiche che riservano alle regioni meridionali un approccio “caritatevole” in cui si pensa ad una “Bad Bank” costituita sulle ceneri di due banche che hanno, purtroppo, evidenti difficoltà patrimoniali e che da anni, con enormi sacrifici delle lavoratrici e dei lavoratori, cercano di riorganizzarsi per costruire un futuro migliore e all’altezza della loro storia. Un simile matrimonio fondato su uno spezzatino del terzo gruppo bancario italiano insieme ad una importante banca locale che è stata costretta, per pressioni di vario tipo, a partecipare a salvataggi di altre banche che ne hanno rosicchiato la solidità patrimoniale, non ci sembra una scelta strategicamente valida. Anzi, ci appare come una scelta priva di senso.

Tra l’altro riteniamo che il Sud meriti ben altra attenzione e quindi, eventualmente, una Good Bank in grado di supportare adeguatamente le necessità di rilancio sociale ed economico di un territorio fortemente colpito prima dalla crisi finanziaria e ora dalla pandemia del Covid 19.

La seconda ragione è di natura prettamente sindacale: la fusione tra le due banche comporterebbe un costo elevatissimo tra le lavoratrici ed i lavoratori. Le consedenze sarebbero praticamente ovunque con un esubero di organici enorme e con una forte sovraesposizione finanziaria nei territori in cui non ci sono moltissime realtà economiche di particolare solidità e rilievo. A seguire ci sarebbe necessariamente una razionalizzazione degli impieghi a favore dell’economia e della società che si vedrebbero pertanto penalizzate anziché essere aiutate.

Infine, usando un po’ di buon senso, è facile ipotizzare come per lo stesso Ministero dell’Economia una simile operazione non ridurrebbe l’impegno finanziario ma semmai lo amplificherebbe con costi ancora più rilevanti.

Ci aspettavamo un’azione politica più “felpata” da parte della Commissione che è chiamata ad un arduo lavoro di indagine sulla crisi del credito e quindi più che altro sulle scelte passate di alcuni gruppi bancari. Non crediamo che alla Commissione tocchi elaborare una strategia sul futuro delle stesse aziende, cosa che invece tocca al Governo e alle associazioni di categoria e alle organizzazioni sindacali in un confronto costruttivo e mirato, lo ripetiamo, sul futuro.

Invece è arrivata sulla stampa la notizia della nomina ad Amministratore Delegato della Banca Popolare di Bari di Giampiero Bergami, fino a qualche settimana fa Direttore Generale della Banca Monte dei Paschi di Siena. Una nomina che ha scatenato le illazioni sulla veridicità delle dichiarazioni della Presidente Carla Ruocco. E nello stesso tempo ha allarmato la clientela delle due banche, preoccupate che simili dichiarazioni e scelte fossero propedeutiche ad uno stato di crisi delle due aziende.

Ancora una volta la politica italiana ha lanciato messaggi contraddittori e preoccupanti anziché comunicare con trasparenza scelte chiare. Ancora una volta i sacrifici delle lavoratrici e dei lavoratori delle due banche, moltissimi dei quali sono stati dichiarati esuberi e accompagnati alla porta, e meno male che c’è il Fondo di solidarietà che non li ha lasciati in mezzo ad una strada, corrono il rischio di essere vanificati per la mancanza di capacità di programmazione e di prospettiva.

La Fisac/CGIL di Brindisi esprime la sua netta contrarietà a qualsiasi ipotesi di “spezzatino” e richiede la conferma di un impegno politico e imprenditoriale che mantenga l’integrità dei due istituti e la piena realizzazione di un percorso di risanamento al fine di consegnare alla società e all’economia del Mezzogiorno due grandi istituti di credito in grado di sostenere le esigenze e le potenzialità dei territori. Per il Monte dei Paschi riteniamo sia necessaria la conferma della proprietà pubblica, sia a tutela delle risorse investite e sia perché è necessaria una proprietà pubblica che rilanci il Monte sul territorio nazionale in un momento così delicato per l’economia e la società, dando un profilo e un ruolo sociale che la Banca nella sua lunga storia ha sempre avuto attraverso un rapporto fecondo con i territori in cui il Monte è presente.

Per la Banca Popolare di Bari ci auguriamo che si completi al più presto il percorso di risanamento e rafforzamento patrimoniale mantenendone l’integrità perché è un istituto fondamentale per il sostegno della ripresa economica e sociale del Mezzogiorno.

Entrambe le banche hanno un ruolo che va preservato e sviluppato per il bene dei territori e delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno, a loro volta, svolto un ruolo determinante per la sopravvivenza dei due istituti nei momenti di crisi e di difficoltà.

La Redazione Fisacbrindisi.it

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Willy Monteiro Duarte

E’ lì, di fronte a noi. Ogni giorno. L’eterno dualismo tra il bene e il male, la giustizia e il sopruso, l’ intelligenza e l’imbecillità si manifesta ancora una volta nella maniera più cruenta possibile. Con un omicidio.

A pagarne il prezzo come sempre più spesso accade, è una persona tanto fragile e indifesa quanto coraggiosa, onesta e solare: WILLY MONTEIRO DUARTE.

Il nome e’ divenuto d’ improvviso noto: è stato ucciso a pugni e calci da quattro energumeni per il suo eroico gesto di INTERVENIRE in difesa di un amico durante una rissa; per questa scelta è stato ferocemente punito da quattro balordi già noti in zona per risse, pestaggi e violenze di vario tipo.

INTERVENIRE : questo e’ stato l’errore di Willy; non si e’ voltato dall’altra parte, non ha fatto finta di niente. Se a questo aggiungiamo il colore della pelle, il quadro può dirsi completo.

Guardiamo la foto di quel ragazzo dai grandi occhi e con un bel sorriso aperto. Poi guardiamo la foto dei suoi assassini: espressione dura, occhi socchiusi, fisico costruito, pose con pugni chiusi e diretti contro chi osserva. Un ragazzo aperto al futuro contro quattro ragazzi chiusi dalla rabbia, dalla ricerca della violenza come imposizione di sé. Tutti e cinque sono figli di una società complicata che non ha saputo reagire ad una crisi sociale ed economica. Sono figli di un mondo degradato, troppo spesso senza speranza e che ha costretto all’emarginazione intere generazioni di giovani.

Noi non siamo esenti da responsabilità per lo stato di degrado culturale e morale in cui è rovinato il nostro paese.

Quante volte assistiamo ad ingiustizie e facciamo finta di niente, quante volte decidiamo di evitare problemi, quante volte subiamo noi stessi violenze, piccole o grandi, fisiche o psicologiche senza muovere un dito, lasciando correre per evitare un conflitto. Deve esserci chiaro che tutte le volte in cui il nostro comportamento è dominato dall’apatia, dalla PAURA, anche noi legittimiamo l’operato di chi ritiene sia tutto concesso.

L’assuefazione alla sopraffazione e all’ingiustizia è la più grande insidia dei terribili tempi che stiamo vivendo. La frequenza degli episodi di violenza e razzismo si moltiplicano ovunque a dismisura, fomentati da una sempre più capillare e strisciante diffusione di ideologie neo-naziste; queste fanno facile breccia nei tessuti sociali colpiti dalla crisi, nei mondi dove purtroppo si diffonde, loro malgrado, la rabbia. Una reazione che si autoalimenta e provoca la caduta dei valori della tolleranza, del rispetto e la capacità di discernimento.

E’ facile, pertanto, concludere che la RESPONSABILITA’ MORALE DI QUANTO ACCADUTO E’ DA IMPUTARE A CHI GIORNALMENTE ISTIGA, FOMENTA, SOBILLA L’ODIO E LA VIOLENZA. La responsabilità è di chi divide le persone in categorie, che ancora urla di superiorità in base al colore della pelle o dell’identità sessuale; la responsabilità è di chi vuole far tornare il mondo ad un medioevo oscurantista e privo di speranze per il futuro rinchiudendoci in fortini anacronistici.

Poichè al pari di Willy Duarte, ciascuno di noi, dei nostri figli, di ogni innocente può divenire tristemente noto agli onori della cronaca, abbiamo il DOVERE MORALE, CULTURALE E POLITICO di reagire con ogni mezzo a nostra disposizione.

Al fine di non essere complici degli scempi che si compiono quotidianamente, abbiamo l’obbligo di denunciare episodi di violenza, di intervenire attivamente in difesa dei più deboli e, non ultimo, di votare in maniera coerente.

In sintesi: abbiamo il dovere morale di scegliere da che parte stare e lottare contro le tenebre che stanno avvolgendo la nostra società e i nostri posti di lavoro.

La Redazione

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