Oltre il Politically Correct

Quanta libertà siamo disposti a sacrificare in nome di un ideale politicamente corretto?

Viviamo nell’era dell’etica, del sostenibile, del senso civico che trova la sua massima espressione nel concetto di “politicamente corretto”.

Politicamente corretto è un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale finalizzato, per lo più, a rifuggire da qualsiasi pregiudizio di genere, razziale, etnico, religioso o nei confronti di persone con disabilità fisiche o psichiche. A rifuggire, in sostanza, da qualsiasi forma di discriminazione.

Un concetto nobile volto a tutelare la libertà di espressione in tutte le sue forme, ma che applicato in maniera estrema rappresenta una sorta di incubo entro il quale diventa impossibile trovare spazi liberi di pensiero e di azione. Nel tentativo di rimuovere gli stereotipi e di aprire la mente a nuove realtà, si etichetta e si condanna qualunque forma di espressione contraria all’idea di politicamente corretto e si cerca il conflitto in ogni forma di attività comunicativa.

Il concetto di uguaglianza dovrebbe esprimersi attraverso il rispetto delle differenze e non attraverso la costruzione di altre barriere mentali che finiscono per condizionare nella direzione opposta e di limitare in modo irreversibile la nostra libertà. Il condizionamento è latente e la paura di essere etichettati come “incivili” che non percepiscono il cambiamento, ci induce ad accettare questo limite.

Inoltre, il continuo sottolineare la necessità di combattere le diversità sociali, di genere, di razza e di religione, finisce per evidenziarne l’esistenza anche laddove in realtà non ci sono, creando atteggiamenti discriminatori più sottili, ma non per questo meno pericolosi poiché spesso fomentati dall’odio e da altre forme di avversione.

E’ quasi una dittatura. L’esasperazione del “politicamente corretto” infatti può degenerare facilmente in forme di annullamento di cultura, una cultura che spesso appartiene al passato e sulla quale abbiamo fondato le nostre abitudini più innocue. Si censura si rinnega…..

Si censurano alcuni film, opere letterarie, opere dell’ingegno giudicandole offensive e diseducative, si censura Disney, Grease, si avversa perfino l’Odissea. E’ come se si rinnegasse il contesto, spesso sconosciuto, nel quale le opere sono ambientate o ideate. Ma dove ci porterà tutto questo?

Il nostro passato non è il male del futuro. L’evoluzione non deve prescindere dal nostro passato, anzi da questo deve trarre gli stimoli per migliorare il nostro vivere civile. Il non conoscere non è mai stato di aiuto allo sviluppo delle civiltà. Non possiamo dimenticare quante lotte sono servite per conquistare la libertà di espressione che abbiamo ai nostri giorni, e sarebbe un grave errore permettere che qualcuno ci impedisca di fruirne a pieno.

Il pericolo più grande e che ci si convinca che sia un bene, perché questo porterebbe a giustificare anche chi, oggi, in nome di un ideale “politicamente corretto”, decide alle nostre spalle, sia attraverso i social che attraverso altre forme di comunicazione, quali sono le informazioni che possiamo ricevere o le persone che possono esprimere liberamente le loro idee.

Serve, invece, un processo di educazione al rispetto delle differenze siano esse di genere, di cultura, di religione, di razza. L’ascolto e la voglia di conoscere le diversità consentirebbe di superare la paura e la spinta all’emarginazione di ciò che è oltre gli stereotipi imposti dalle società contemporanee. Non è con il politicamente corretto, fondato sulla sterilizzazione e ricostruzione della Storia, che si tutela la diversità ma con un cambio culturale, di rapporto e nell’uso delle parole. Perché le parole sono importanti come diceva Nanni Moretti nel film “Palombella rossa”.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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La Resilienza

Pubblichiamo il video della prof.ssa Lucrezia Reichlin, una delle economiste più illustri nel mondo, contributo al convegno online, organizzato dalla Fisac CGIL nazionale dal tema “Idee per una finanza sostenibile”. Questo intervento ci è parso uno dei momenti più alti di un lavoro molto interessante messo in campo dalla nostra organizzazione e che ha visto la partecipazione di ospiti importanti e dai contenuti di alto livello per una riflessione approfondita sulle strategie da mettere in campo per la rinascita del paese in questo drammatico momento.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Chiacchiere e verità: la crisi nelle banche

Non passa giorno in cui non si senta parlare di crisi delle banche, di tagli degli sportelli e del personale, fusioni e cessioni di rami d’azienda.

Provate a chiederne le ragioni ad un top manager: questi partirà con una lezioncina di macroeconomia, vi parlerà di stagnazione, di società di rating che declassano il Paese per via del debito alto e del Pil; vi dirà che i tassi di interesse sono bassi e che di conseguenza occorre ricercare i ricavi attraverso le commissioni e l’efficienza; concluderà asserendo che le fusioni sono necessarie per condividere i costi per l’innovazione tecnologica, per trovare i capitali da destinare a riserve per crediti deteriorati e reclami.

Quanto sopra esposto appare ineccepibile da un punto di vista logico ma è priva di informazioni che vogliamo invece rimarcare e che possono essere riassunti in una domanda: come si è giunti alla crisi?

Nei tempi che furono, le banche svolgevano una funzione ben precisa, raccoglievano denaro dai risparmiatori remunerandoli ad un certo tasso e lo prestavano ad un tasso più alto. Il tutto avveniva in maniera lineare: conti correnti, libretti e certificati di deposito da una parte e mutui e prestiti dall’altra; in mezzo, dalla differenza fra i tassi attivi e passivi, le banche traevano profitto che in parte destinavano a riserve. Non era un sistema perfetto ma funzionava. Gli istituti di credito, ponendo la giusta attenzione nel prestare capitali, potevano contribuire alla crescita di una periferia, di una città o di una regione. Potevano contribuire, come hanno fatto, allo sviluppo dell’agricoltura, dell’industria, degli ospedali e delle università.

Peccato che il sistema capitalistico sia viziato. Si parla di fallimenti del mercato riferendosi all’aumento della disoccupazione e dei prezzi; è più semplice dire che non ci si accontenta mai, che si vuol guadagnare sempre di più.

Le banche, infatti, non si sono accontentate: hanno voluto espandersi sempre più, guadagnare sempre più: hanno acquisito altre banche, aperto filiali in tutto il mondo, investito capitali in operazioni altamente rischiose, concesso finanziamenti al di sopra delle garanzie e della capacità di rimborso. Sono diventate fragili nel patrimonio e hanno tirato fuori soluzioni che presto si riveleranno essere fallimentari. In nome dell’efficienza hanno effettuato tagli al personale, rinunciando di fatto alla risorsa più importante per ogni azienda. Ai dipendenti rimasti viene rivolta tutti i giorni, più volte al giorno, la stessa domanda: “Cosa hai prodotto oggi?” Ricevono pressioni commerciali di diversa natura, dalle e-mail con la classifica degli atti di vendita per gestore a telefonate intimidatorie. Da anni ormai occorre cercare i guadagni nelle commissioni: i correntisti, che prima ricevevano una minima remunerazione per i propri risparmi, ora devono pagare per avere un conto corrente anche se non mettono mai piede in banca; ai dipendenti il compito di proporgli contratti assicurativi e di investire in altre società collegate e in diamanti. Il risultato finale è un formale reclamo, se non una denuncia penale contro il dipendente, che comporta comunque il risarcimento del cliente da parte della banca che si indebolisce sempre più. Ricomincia poi il circolo vizioso dei tagli dei costi, in primis quello del personale, perché i brillanti manager del settore non vogliono fare altro che attuare soluzioni di breve periodo che consentano di distribuire utili agli azionisti.

Noi proponiamo di percorrere una strada più ardua, puntando ad ottenere risultati positivi e duraturi per tutti attraverso:

1) assunzioni per garantire un servizio diffuso e di maggiore qualità; assunzioni per svolgere un ruolo sui territori che aiuti a finanziare progetti al fine di combattere la disoccupazione e dar modo a più famiglie di sostenersi, risparmiare ed investire in case e beni di consumo;

2) riaprire le sedi nelle periferie ormai da tempo abbandonate. È nelle periferie che risiede la maggior parte della forza lavoro e bisogna credere ed investire nella loro riqualificazione; sorgeranno altre attività che produrranno nuova ricchezza da immettere nel sistema;

3) abolire la vendita di strumenti complessi e soprattutto di prodotti spazzatura;

4) vietare ogni sorta di pressione commerciale; non si tratta di non voler lavorare ma di volerlo fare con coscienza;

5) sì alle fusioni e alle cessioni solo a condizione del pieno mantenimento della forza lavoro.

Non vogliamo che queste parole rimangano chiacchiere. Vogliamo metterci al lavoro, farlo per bene e subito!

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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I giorni del Condor

Covid, Banche e le pressioni commerciali. Tutto cambia per non cambiare nulla

E’ un tempo difficile. Ormai è quasi un anno che l’Italia è stritolata dalla morsa violenta del Covid19. In questo lungo periodo la nostra vita è cambiata, le certezze consolidate si sono polverizzate, le giovani generazioni sono rinchiuse dentro i monitor dei pc o dei tablet, una devastante crisi economica e sociale sta impoverendo, giorno dopo giorno, tante persone e famiglie;

un’intera generazione sta scomparendo colpita da questa malattia terribile.

Negli ultimi due mesi qualche timida speranza si sta affacciando grazie alle azioni di contenimento e alla scienza che è riuscita, in un tempo brevissimo, a produrre i vaccini per bloccare la diffusione del coronavirus.

Noi siamo dipendenti di banca. Sin dall’inizio siamo stati considerati dal governo un’attività essenziale. Le organizzazioni sindacali del settore sono riuscite a far attivare alle aziende delle rigorose misure a protezione delle lavoratrici e dei lavoratori. Ovviamente il rischio è rimasto molto alto sin da subito proprio per la particolare capacità di diffusione del virus. Le misure del Governo per aiutare le categorie produttive e le famiglie colpite dalla crisi e dal blocco di molte attività hanno messo al centro l’operatività delle filiali e dei dipendenti bancari. L’organizzazione del lavoro ha subito profonde modifiche in tempi rapidissimi per consentire a tutta la rete bancaria di operare al massimo per far fronte alle milioni di richieste in applicazione delle delibere governative.

Le lavoratrici ed i lavoratori hanno risposto con il massimo impegno sia nell’ottica di aiutare le persone e le aziende, sia per aiutare le banche a sopravvivere in questa fase così complicata.

Dai risultati delle trimestrali e dalle proiezioni di chiusura dei bilanci 2020, salvo casi isolati e già noti per difficoltà esistenti da tempo, indicano che la crisi è stata ben affrontata e si sono ottenuti risultati lusinghieri, soprattutto per i principali gruppi bancari.

Eppure. Già, c’è un eppure. In questo mese di gennaio nei gruppi bancari sono stati predisposti i budget commerciali. E, sorpresa, questi programmi di vendita e di crescita prevedono un aumento vertiginoso degli obiettivi da raggiungere. Nelle filiali sono iniziate le riunioni per presentare questi obiettivi di vendita e i toni usati nei confronti dei dipendenti si sono alzati di tono, le richieste di maggiore produttività si accompagnano a espressioni facciali indurite dei responsabili commerciali, le parole usate sono più spigolose, le minacce di ripicca in caso di mancato raggiungimento da velate sono diventate dirette.

Le banche in un batter d’occhio hanno dimenticato lo sforzo enorme dei mesi scorsi. Le lavoratrici e i lavoratori sono diventati dei fannulloni e si dà per scontato che chi ha lavorato, o lavora, in smart working è uno sfaccendato che ruba lo stipendio.

Le pressioni hanno tante forme, dalle mail, alle telefonate, ai gesti, alle pressioni per mettere in secondo piano le esigenze personali. Ci si sta dimenticando che i dipendenti sono persone che hanno anziani, adolescenti o bambini a cui badare con le scuole fisicamente chiuse.

Gli effetti sui dipendenti sono gravi e crescenti. In particolare è da evidenziare lo stress da lavoro correlato, la pressione psicologica che si mescola alla paura della pandemia, all’ansia per il futuro, alle preoccupazioni per gli effetti sulle famiglie o sui propri cari.

Noi ci saremmo aspettati un cambio di strategia da parte delle banche. Avremmo immaginato la predisposizione di un nuovo modello organizzativo in cui si utilizzasse al meglio la professionalità e le competenze per aiutare l’economia e la società a predisporre piani di ricrescita, prodotti mirati per aiutare chi è in difficoltà evitando ulteriori indebitamenti non più sopportabili, l’uso della gestione patrimoniale per rimettere in moto in modo adeguato i risparmi fermi in gran quantità nelle banche. Invece non viene fatto nulla di tutto questo. Troppo spesso l’indifferenza per il dolore delle persone spinge a far vendere comunque prodotti che, invece, comportano ulteriori indebitamenti per chi già non è in grado di andare avanti a causa di questa drammatica crisi.

Come Fisac/CGIL riteniamo che sia arrivato il momento di alzare un muro contro queste pratiche scorrette che corrono il rischio di strangolare le famiglie e le imprese e di minare la salute psicologica e fisica delle lavoratrici e dei lavoratori bancari.

Non è più accettabile questo modo di fare banca.

Noi chiediamo alle segreterie nazionali di far procedere l’ABI all’immediata attuazione del protocollo sulle politiche commerciali e di aprire un tavolo negoziale che disciplini in tempi rapidi la diffusione dello strumento dello Smart Working e di una nuova organizzazione del lavoro in cui il lavoratore torni ad essere centrale e in cui sia adeguatamente protetta la sua dignità. Senza l’enorme impegno profuso dalle donne e dagli uomini che lavorano in prima linea, sia quelli che operano nelle filiali che quelli che hanno operato in lavoro agile, la banche non avrebbero retto anch’esse all’urto della crisi.

E’ ora che questo impegno sia riconosciuto, rispettato e tutelato adeguatamente.

Non è più accettabile che le persone siano trattate come numeri verso cui non c’è alcun rispetto.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo

«Ci portarono in una baracca, lì giù in fondo. Che era chiamata la sauna, dove venimmo spogliati di tutto, letteralmente di tutto. Ci furono tolti gli abiti, ci furono tolte le scarpe, ci furono tolti i capelli, ci furono tolti i peli, con dei rasoi che non radevano ma raschiavano. Poi ci venne passato sul corpo nudo, da un prigioniero che immergeva una mano in un secchio dove c’era un liquido nerastro, ce lo passava su tutte le parti del corpo. Si dice l’oltraggio al pudore. Ecco, quello è oltraggio al pudore.

Ci venne tolto il nome, e ci fu tatuato sull’avambraccio sinistro un numero, e ci dissero subito che il nostro nome non esisteva più. Il mio numero è A 5506. Un numero molto semplice, ma imparate un po’ a dirlo in tedesco. E poi in quanti modi si può dire? Si può dire cinquemilacinquecentosei, cinquantacinque zero sei, cinque cinquanta sei, e le SS lo dicevano così come gli capitava e bisognava capirlo. Sennò saremmo stati puniti. Pensate che per una cosa del genere, non aver risposto subito alla chiamata, la punizione consisteva in 25 bastonate».

NELL’AUTUNNO di sedici anni fa mi chiamano per fare un viaggio a Auschwitz. La visita vera e propria dura un solo giorno e si va a collocare tra l’incontro in sinagoga del primo e lo shopping del terzo. Insomma mi sembra come quando ci portavano a teatro negli anni del liceo. Qualcuno disturbava lo spettacolo, qualcun altro passava tutto il tempo in bagno. Era solo un’occasione per non andare a scuola. Ho dei dubbi, ma ci vado lo stesso. Parto con l’intenzione di fare delle interviste agli studenti, capire quali motivazioni hanno e cosa gli succede arrivando in quel posto. Mi rendo conto subito che rispetto alle gite in teatro sta accadendo qualcosa di diverso. In quel giorno non ci troviamo davanti a una scenografia con l’attore del prologo shakespeariano che avanza declamando «immaginate che racchiusi nella cinta di queste nostre mura si trovino due regni assai potenti…». No. Non dobbiamo immaginare di trovarci dove siamo.

Ci stiamo e basta. Ma soprattutto con noi non ci sono gli attori in calzamaglia che interpretano i personaggi, gli Amleto col teschio in mano che impostano la voce e fanno le facce strane. Con noi è venuto Piero Terracina. È lui che parla del numero sul braccio. Aveva poco più di 15 anni quando il 22 maggio del ‘44 arrivò sulla Bahnrampe. In quello stesso posto dopo 61 anni ci stanno 200 studenti delle scuole superiori che lo ascoltano seduti sui binari e sulle traversine. Gli studenti che c’hanno la stessa età che c’aveva Piero quando è stato deportato. Arrestato a aprile, per quasi un mese rimane nel campo di Fossoli. A metà maggio viene caricato nel vagone di un treno merci. Lì dentro sono in 64 e ci resta per quattro giorni «in mezzo agli escrementi di tutti. Difficile esprimere in quali condizioni eravamo in quel momento. Era cominciato, ormai anzi era già in fase avanzata l’annullamento totale dell’essere umano».

PIERO HA CONTINUATO a viaggiare con gli studenti e a raccontare la sua storia fino a due anni fa quando è morto.  Oggi, sedici anni dopo quel viaggio, lo riascolto. La disoccupazione imposta dal ministero mi dà il tempo di ripescare la sua voce registrata dal mio archivio disordinato. La ascolto durante un viaggio. Passo da un treno all’altro per tornare a casa. Cambio a Monfalcone e a Bologna. Scendo dal regionale per salire sull’Intercity e poi finalmente monto sul treno veloce. Otto ore di viaggio. Tra un arrivo e una ripartenza faccio in tempo a prendere il caffè.

LUNEDÌ POMERIGGIO a Fiumicello, cittadina a pochi passi dal confine, nella chiesa di San Valentino, ho ascoltato Paola Deffendi parlare di suo figlio Giulio sequestrato il 25 gennaio del 2016 mentre stava svolgendo un lavoro di ricerca in Egitto. L’ho sentita parlare delle grandi navi da guerra che la nostra industria bellica nazionale sta vendendo ai padroni di quella nazione. La norma sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento vieta lo smercio di armi «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». Non si tratta di un buon proposito, di una speranza buonista. È proprio la legge. «Queste navi che sono navi da guerra, navi di ferro – dice Paola – e pensare al ferro fa male.

E io non posso non far riferimento al pensare a Giulio in quelle stanze della National Security, del Ministero dell’Interno egiziano o chissà dove e non pensare al male che ha avuto, all’umiliazione che ha avuto, alla paura che avrà avuto e ai pensieri che avrà avuto. Se prima pensavo all’Egitto come alla terra dei faraoni, alla terra delle piramidi, alla terra della sabbia, alla terra dei cammelli, quando penso all’Egitto adesso non posso non pensare ai quadri di Bosch e all’inferno. Per chi lo conosce sa che ci sono corpi, corpi rovinati, corpi violati. Questo è l’Egitto. Per cui non possiamo non pensare di richiamare l’ambasciatore, non è accettabile che si facciano affari con questo paese».

SUL TRENO CHE mi riporta a casa, mi tornano in mente continuamente le parole di Piero e di Paola, ma anche quelle di Primo Levi che scriveva «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». È una frase che troviamo su tanti libri. Un’ossessione, ma anche un avvertimento. Perché dovremmo celebrare la giornata della memoria se lo facciamo guardando solo al passato, solo a ciò che è accaduto e non a ciò che sta accadendo? Nessuno tra quei milioni di morti tornerà in vita per una corona di fiori, un minuto di silenzio o la lettura teatrale di una pagina del diario di Anne Frank.

L’oltraggio al pudore, le bastonate, l’annullamento totale dell’essere umano del quale parlava Piero sono violenze che Giulio ha subito. E come lui le stanno subendo tanti altri Giulio e Giulia reclusi nelle galere di mezzo mondo. La memoria è come un mazzo di chiavi. Le ho messe in tasca due giorni fa per poterci rientrare a casa stasera. La memoria del passato mi serve nel presente e nel futuro. Mi serve per rientrare a casa, possibilmente vivo.

Ascanio Celestini (pubblicato su Il Manifesto del 27/01/2021)

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Il coraggio di essere liberi

Ad un certo punto, bisogna dire “Basta!”

“Scendete in piazza, non abbiate paura. È l’unico fattore politico che non si può ignorare, il più importante. Non fatelo per me ma per il vostro futuro. È quello che temono di più sia l’orco che sta sul gasdotto, cioè Putin, che gli altri ladri nascosti nel bunker.” Questo l’appello alla mobilitazione lanciato pochi giorni fa da Alexei Navalny dopo essere stato condannato, per ora, alla custodia cautelare per 30 giorni; la sentenza è arrivata rapida dopo un processo farsa in un improvvisato tribunale, riunitosi in un commissariato di polizia, che ha convalidato il fermo avvenuto domenica all’aeroporto di Mosca con il pretesto di violazione delle regole anticovid; all’udienza sono stati ammessi solo i giornalisti di due testate giornalistiche filogovernative. Al momento non è chiaro dove Navalnyj trascorrerà la sua detenzione e per i suoi legali è difficile incontrarlo.

Alexei Navalnyj, attivo in campagne anticorruzione e maggior oppositore politico di Putin, ha già subito attacchi in passato. Nel 2017 è stato aggredito da due sconosciuti che gli hanno lanciato contro il volto una tintura usata come disinfettante, compromettendo la funzionalità di un occhio. Il 20 agosto scorso in Siberia è stato avvelenato con un agente nervino. Ora, sopravvissuto all’attentato, rientrato in patria dopo una lunga convalescenza trascorsa in Germania, è stato arrestato. Vladimir Putin ha più volte negato qualsiasi coinvolgimento del Cremlino arrivando ad asserire: “Se avessimo voluto ucciderlo, ci saremmo riusciti”.

Si susseguono gli appelli da parte dell’ONU, dell’UE e di tutti i leader occidentali tra i quali il neoeletto presidente americano Joe Biden, che chiedono il rilascio immediato ed un’indagine accurata ed indipendente. Il Cremlino rifiuta di aprire un’indagine sostenendo che non esista alcuna prova di avvelenamento.

In queste ore i sostenitori di Navalnyj scendono nelle piazze in sua difesa ed in favore di un avvicendamento della presidenza che Putin esercita dal 2000. Il governo russo sta rispondendo arrestando non solo gli attuali manifestanti, tra cui anche giovanissimi, ma anche gli organizzatori di futuri cortei.

Troviamo intollerabile questa repressione. Libertà di espressione significa anche poter esprimere la propria opinione senza timore di ritorsioni da parte delle istituzioni che di tale libertà dovrebbero invece farsi garanti.

A tutti va riconosciuta libertà di diffondere le proprie idee, i fatti di cui sono venuti a conoscenza e le proprie critiche. Di fronte all’esposizione di fatti veritieri o all’esternazione di ideali, chi governa non dovrebbe avere alcun timore ma accettare le critiche e migliorarsi nell’interesse della collettività. L’unica alternativa accettabile è che si dimostri con i fatti la validità della propria linea politica e l’infondatezza delle accuse. Atteggiamenti diversi sono chiari indizi di colpevolezza e degrado sociale.

Il Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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I giorni più lunghi

In trepidante attesa di Biden e delle sue riforme

Ne “Il giorno più lungo” Cornelius Ryan raccontò al mondo cosa accadde nel giorno dello sbarco in Normandia, evento ribaltò le sorti della Seconda guerra mondiale in favore delle forze alleate contro i nazisti. Il mondo attende ora un cambiamento dall’insediamento di Joe Biden.

A Washington la tensione è alta: la capitale è deserta sia per il Covid sia per le misure di sicurezza adottate dopo i fatti di Capitol Hill per paura di nuovi attacchi e manifestazioni violente. Di fatto, tale Wesley Allen Beeler è stato arrestato nei pressi del Campidoglio mentre cercava di entrare con la sua auto in una zona vietata, privo di porto d’armi, con pistola e 500 proiettili. È stato poi rilasciato ed è ora in attesa di processo. Alcune leggi americane sul possesso delle armi meritano un approfondimento a parte.

Intanto, mercoledì Donald Trump lascerà la Casa Bianca con una cerimonia solenne, con tanto di colpi di cannone e tappeto rosso. Quest’uomo, che tanti danni ha cagionato agli U.S.A. e quindi al mondo, volerà per l’ultima volta sull’Air Force One fino alla sua residenza in Florida.

Ci auguriamo che anche il 20 gennaio venga ricordato, proprio il D-Day, come il giorno della svolta e che il presidente appena eletto intervenga, come promesso in campagna elettorale, per: rientrare negli Accordi di Parigi sul clima; intensificare la lotta al Covid eliminando le barriere economiche che impediscono a molti di accedere a test e vaccino; adottare una politica estera di inclusione eliminando ad esempio il Muslim Ban, cioè la legge che vieta ai cittadini dei paesi musulmani di entrare negli U.S.A.; ripristinare l’Obamacare, la riforma sanitaria che nel 2010 consentì a milioni di statunitensi di accedere all’assistenza medica.

Il Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Il giorno del Tycoon

Quando gli USA hanno smesso di essere una democrazia.

Nel guardare sugli schermi delle televisioni le immagini dell’aggressione a Capitol Hill, la sede del Parlamento degli Stati Uniti d’America, ci si chiedeva come fosse possibile che accadesse una cosa simile? Come poteva essere così facile attaccare e violare il luogo della Democrazia nel paese più potente dell’intero pianeta?

La risposta era semplice: perché il Presidente di quella potenza mondiale aveva terminato da poco di arringare a qualche centinaio di metri quella folla chiedendo di marciare ed entrare in quella sede parlamentare. Un atto eversivo guidato da chi la Democrazia, e i luoghi in cui teoricamente si esercita, avrebbe dovuto difenderla.

Come è potuto accadere, ci si chiede ancora? Come è possibile che in un momento così drammatico per il pianeta ci si trovi a dover fare i conti, in gran parte del mondo compresa l’Italia, con una classe dirigente tra le più mediocri che la storia abbia mai visto?

Anche in questo caso la risposta è semplice: in democrazia la classe politica, pur con tutti i distinguo del caso, è scelta con il voto popolare. Infatti è proprio quel voto che prima ha portato l’incredibile figura di Donald Trump a diventare presidente degli Stati Uniti d’America (!) e poi, dopo quattro anni di follie, a destituirlo dal ruolo con l’elezione di Jo Biden a nuovo Presidente.

Eppure il seme della follia si è instillato nella popolazione americana riportando alla luce visioni della società e dell’economia che si credevano sconfitte per sempre. Questi anni sono stati caratterizzati dal blocco in quel paese della produzione dell’energia verde per ripristinare l’uso del carbone e del petrolio, la cancellazione di qualsiasi forma di punizione per chi inquina, l’uscita degli USA da quasi tutte le istituzioni mondiali in cui era il primattore e il principale finanziatore, una riforma fiscale che ha avvantaggiato i ricchi e penalizzato i poveri (e che ha avuto una forte eco e imitatori anche in Italia), ha riportato in auge una visione della società in cui i bianchi sono superiori alle altre razze che vanno punite, perseguite e cacciate se non eliminate fisicamente. Insomma, Trump è stato il portavoce influente di una dottrina che ha fatto ripiombare l’intero mondo in una società e un’economia da medioevo oscurantista. Ciò di cui fino a qualche anno fa ci si vergognava ora torna ad essere motivo di vanto. Quante morti sono state consumate per inseguire questa “filosofia” di vita sociale. E quante di queste morti sono state causate proprio da coloro che avrebbero dovuto difendere la società multietnica americana: polizia e militari.

Trump ha sdoganato tutto questo perché gli serviva per mantenere il potere. E quando il voto popolare lo ha sconfitto, ha deciso di utilizzare qualsiasi mezzo per conservarlo. Lui che, invece, avrebbe dovuto difendere l’esito del confronto democratico.

L’effetto finale è stata la violazione di luoghi ritenuti intoccabili e probabilmente ha creato una crepa che sarà molto difficile chiudere. Gli USA non sono più un gigante intoccabile ma un paese debole, diviso e in cui il ruolo della polizia e dell’esercito più forte al mondo diventa dubbio. In molti ci si chiede il perché delle scene viste in cui sono stati i poliziotti ad aprire le transenne a protezione di Capitol Hill, i selfie fatti con gli aggressori, la facilità con cui sono riusciti ad entrare, la totale assenza dell’esercito in palese contrasto con la dimostrazione di forza durante le manifestazioni del Black Live Matter.

Sono tanti i dubbi che covano le scene terribili viste il 6 gennaio a Washington e richiamano le scene altrettanto drammatiche dell’attacco al Parlamento sovietico nel 1991 che di lì a qualche settimana avrebbe portato alla fine dell’Unione Sovietica, un’altra potenza mondiale che sembrava inattaccabile. E che, invece, è scomparsa.

Il mondo è ad un bivio molto pericoloso. La pandemia del Covid19 ha messo a nudo i disastri di una politica tutta incentrata su uno sviluppo che ha distrutto l’ecosistema del pianeta e i cui effetti sono devastanti e sotto gli occhi di tutti. E’ stata una politica che ha succhiato il midollo pulsante della Terra e che ha arricchito qualche centinaio di persone schiacciando e schiavizzando il resto della popolazione. In questi ultimi decenni il Lavoro non è più un modo per conquistare la dignità della persona e per liberarsi dal giogo dei bisogni primari e secondari. No, oggi il lavoro è un modo per sfruttare fino all’ultima goccia le persone e fruttare profitti e privilegi alla Finanza e a poche grandi multinazionali. Persino l’informazione libera è sostanzialmente scomparsa e l’opinione pubblica è formata su notizie troppo spesso “pilotate” e poco veritiere.

C’è molto lavoro da fare nelle prossime settimane e fare le scelte politiche e sindacali giuste è di fondamentale importanza.

Ne discuteremo nei prossimi articoli.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Quanto vale una vita?

Pubblichiamo questo interessante articolo tratto dalla rivista settimanale Internazionale:

https://www.internazionale.it/opinione/francesca-coin/2021/01/05/quanto-vale-una-vita

Buona lettura

Il Dipartimento Comunicazione

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Non ci resta che piangere?

Bancari, banchieri e l’ illusoria convinzione dell’immortalità.

Ricordati che devi morire”.

La voce del frate francescano che ammonisce Troisi, riecheggia ancora nelle nostre menti. Il suo delizioso accento napoletano con cui lui risponde “ Mo’ me lo segno”.

Ebbene scriviamolo tutti nei nostri cuori e nelle nostre menti perché questo semplice monito guidi i nostri pensieri e le nostre azioni.

Il capitalismo, il profitto, l’ accumulo di denaro sono i valori che orientano gran parte delle nostre vite.

Cosa siamo disposti a fare per avere una vita agiata, apparentemente appagata dal possesso di beni materiali?

La parabola è sempre la stessa: la formazione scolastica, gli studi universitari, l’ appagamento in un lavoro ben retribuito, il desiderio di CARRIERA.

La CARRIERA, questa illusoria e deleteria chimera che distorce quella che dovrebbe essere una normale attività lavorativa, che ci rende avidi, cinici, prevaricatori. Come Ulisse stregato dal canto delle Sirene, così i novelli avventurieri si inoltrano oltre le Colonne d’ Ercole per capire “ ciò che accade nella terra feconda..”.

Ammaliati da una voce soave e suadente, abbagliati dall’ accecante fulgore della ricompensa al raggiungimento dell’agognato budget, sacrificano se stessi e la vita dei propri familiari, non ponendo limiti agli orari di lavoro, rinunciando al benessere psicofisico ed esasperando i propri comportamenti per raggiungere e centrare l’ obiettivo ogni anno più sfidante.

Poco importa se per farlo si devono calpestare i diritti e la vita di altri.

Ma fai appena in tempo ad oltrepassare le mitiche Colonne d’ Ercole, a festeggiare il tuo cinquantesimo compleanno che il tuo tempo è già finito, per l’ azienda sei anziano. Ci sono nuove leve su cui puntare, giovani rampanti spregiudicati pronti a tutto, meglio avvezzi alle nuove tecnologie che nel frattempo sono rapidamente cambiate. Ci sono anche le svendite: uno al prezzo di due).

Ti ritrovi solo, messo da parte, a meditare sui frutti raccolti. Hai rinunciato al tuo tempo, alle tue vacanze, alla tua famiglia, a godere della crescita dei tuoi figli. Ed ora?

Non preoccuparti , non si sono del tutto dimenticati di te: stanno preparando il prossimo scivolo in cui, se tutto va bene, rientrerai così potrai finalmente riscattarti del tempo perduto.

MEDITATE GENTE, MEDITATE.

Alessia Friggione

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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