Sulla libertà di espressione

Libertà di espressione: facciamo il punto.

“È la prima volta che mi è successo di inviare un testo di un mio intervento perché doveva essere messo al vaglio per approvazione da parte della politica.” 

Inizia così l’intervento di Fedez al concertone del Primo Maggio. Secondo il rapper, presentatore dell’evento, la rai avrebbe tentato di censurare il suo monologo in cui il cantante denuncia le frasi omofobe pronunciate da alcuni esponenti del Carroccio. La TV di Stato smentisce il proprio intervento ed è allora che il rapper rende noto il contenuto di una telefonata registrata con alcuni funzionari Rai di cui riportiamo un paio di frasi.

– Non è editorialmente opportuno…

– Editorialmente? Editorialmente? Io sono un artista. Salgo sul palco e dico quello che voglio, mi assumo le responsabilità di ciò che dico.

Tutta la conversazione è disponibile in rete. Il video, come si dice, è virale. Al centro della polemica, il Disegno Di Legge Zan. In passato Fedez ha inserito frasi omofobe nelle sue canzoni frutto, per sua stessa ammissione, di ignoranza. Ora sostiene il disegno di legge contro l’omofobia firmato dal deputato PD Alessandro Zan che ha visto l’opposizione della Lega, a cominciare dal presidente della commissione giustizia del Senato Ostellari. L’attenzione si sposta presto dal DDL Zan al comportamento dei vertici Rai. Viale Mazzini sottolinea che l’organizzazione del concertone non fa capo alla Rai ma ad una società esterna. Soprattutto, a proposito del video postato da Fedez, la TV di Stato spiega che alcune dichiarazioni sono state tagliate. Fedez ha quindi dichiarato che la registrazione integrale della chiamata è a disposizione.

L’Amministratore Delegato della Rai, Salini: “Non esiste nessun sistema ma se qualcuno per conto della Rai ha usato quella parola, mi scuso. Con gli organizzatori del concerto faremo luce sulla vicenda.” 

Il presidente della commissione di vigilanza Rai, l’azzurro Barachini, ha chiesto la convocazione di urgenza del direttore di Rai 3, Franco Di Mare, per avviare un’indagine conoscitiva completa su quanto accaduto.

Il rischio che si corre in questa vicenda è, ancora una volta, di vedere sottomessa la realtà alla ricostruzione fatta dalla “Bestia” salviniana. Infatti, le forze politiche di destra hanno sapientemente distolto l’attenzione dell’opinione pubblica facendola concentrare non sul contenuto del DDL Zan ma sull’utilizzo improprio della televisione di Stato e sul fatto che ciò che era accaduto fosse un regolamento di conti nella sinistra. E’ stato più discusso il tenore di vita di Fedez anziché il livello indecente di omofobia e transofobia esistenti nel nostro paese.

Ancora una volta, purtroppo, si deve constatare la difficoltà per le forze progressiste, sindacato confederale compreso, nel portare in evidenza nella discussione generale le proprie posizioni. Invece la stampa e i social continuano ad inseguire i temi imposti dalla destra populista. Le ragioni sono tante ma fondamentalmente potremmo sintetizzarle in due questioni: la mancanza di risorse finanziarie che consentano di organizzare adeguate e costanti campagne di informazione e la mancanza di organizzazione e competenze nella comunicazione e nell’utilizzo degli strumenti che la tecnologia mette a disposizione.

In questa vicenda ciò che ci ha colpito non è il tenore di vita di Fedez ma la sua capacità di andare dritto al centro della questione, mettendo spalle al muro le falsità costruite da chi gestisce la politica e il servizio pubblico. Inoltre è incredibile veder scorrere sotto i propri occhi la campagna, anche all’interno del mondo progressista, secondo la quale la lotta per i diritti civili e sociali non è svolta dai partiti politici mentre tocca ad un cantante porre la questione. E’ evidente che non sia così perché sul palco del Concertone del 1° maggio si è parlato di un Decreto Legge scritto dalle forze progressiste presenti nel nostro paese e firmato da un parlamentare del Partito Democratico. Il mondo dell’Arte e della Cultura ha fatto propria quella battaglia e sta spingendo affinché il Decreto sia approvato in tempi stretti. Non tutti i partiti politici sono uguali in questa, come in altre vicende: il DDL Zan è stato approvato alla Camera il 20 novembre 2020. Ora è in discussione nella Commissione del Senato e il relatore Ostellari che ha tentato di sostituirne il testo con un altro DDL, che aveva l’intenzione di snaturarlo, è della Lega. Sono le forze del centrodestra che hanno l’obiettivo di far scivolare il DDL in un binario morto per evitare ancora una volta che siano fissate delle norma severe per combattere l’omofobia e la transfobia.

Quanto sopra è ovviamente un’estrema sintesi dell’accaduto in quanto riteniamo importante lasciare spazio alle opinioni. Soprattutto, ci piacerebbe esprimeste le vostre nei commenti. Potersi esprimere liberamente, a quanto pare, non è cosa così scontata. 

Noi condanniamo ogni forma di censura ma ci preme far emergere quelle più subdole. 

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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1 Maggio 2021

Il 1° maggio è la Festa delle Lavoratrici e dei Lavoratori. E’ la giornata dedicata a tutte quelle persone che attraverso il Lavoro vogliono conquistare la dignità, la crescita economica, sociale e culturale. Il Lavoro è fondamentale per la crescita di una persona e per la sua autonomia. Il Lavoro è un diritto civile e sociale.

Nel 2021 la pandemia ha colpito duramente il mondo delle Lavoratrici e dei Lavoratori. La crisi sanitaria ha avuto ripercussioni gravissime sul versante economico e sociale. Migliaia di persone hanno perso il posto di lavoro e le più penalizzate sono state, ancora una volta, le donne. La stragrande maggioranza dei posti inghiottiti dalla crisi erano svolti da donne. Una ingiustizia di una gravità assoluta, rispetto alla quale ancora una volta la risposta della politica non è stata all’altezza della scommessa in campo.

All’inizio dell’era pandemica per qualche mese si era finalmente intravista una presa di coscienza che aveva rimesso al centro delle scelte di governo la volontà di affrontare le conseguenze drammatiche delle scelte sbagliate nei decenni precedenti: il taglio forsennato alla sanità pubblica, alla scuola pubblica, al settore del trasporto pubblico, ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, all’inquinamento forsennato del pianeta.

Il Recovery Plan a questo doveva servire: a finanziare progetti innovativi e coraggiosi che riscrivessero il futuro per le nuove generazioni. Ci auguriamo che così sia ma le ricadute sulla vita delle persone hanno già causato effetti drammatici sotto tutti i punti di vista e non si può perdere più tempo. Il pianeta va difeso, va creata nuova occupazione, va superato il digital divide, va rimesso al centro il ruolo della Istruzione e della Sanità Pubblica.

In questo contesto diventa fondamentale il ruolo del credito, le competenze che le Lavoratrici e i Lavoratori del settore hanno nel finanziare i progetti economici e sociali utili al bene del paese. Ma servono però delle banche che siano capaci di ritrovare il focus della loro funzione all’interno del progetto paese. Vanno abbandonate le incomprensibili pressioni commerciali che ormai strangolano l’organizzazione del lavoro e che creano gravi problemi psicologici e di salute alle donne e agli uomini che lavorano nel credito. Bisogna recuperare al più presto obiettivi e organizzazione che mettano al centro la crescita del paese e la tutela della salute e dei diritti dei lavoratori del credito.

Il sindacato ha il ruolo di avere ben chiara la linea da seguire per tutelare la dignità e il futuro delle persone che vogliono crescere e realizzarsi con il Lavoro. Il sindacato ha il compito di lottare per difendere i diritti fin qui acquisiti con la lotta e il sangue di intere generazioni, nonché conquistare nuovi spazi che derivano dall’innovazione tecnologica, dalle variazioni che hanno interessato la società, dalle dinamiche sociali che scuotono da anni il pianeta con processi migratori sempre più diffusi e numerosi. Servono nuovi diritti, nuove modalità contrattuali, nuove conoscenze e competenza per puntare dritto verso un futuro sostenibile ed equo. Dentro questo obiettivo ci sono tante strade da percorrere. Sono strade che hanno come filo conduttore l’equità e passano attraverso la difesa del Welfare, del ruolo dei servizi pubblici, al reperimento delle risorse necessarie attraverso la lotta all’evasione fiscale e allo sviluppo di una nuova cultura sociale che metta al centro il senso di appartenenza ad una comunità.

Buon 1° Maggio!

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Pressioni Commerciali: la realtà

Immagine tratta da Fisaccgilaq

“Oggi HO una riunione online con l’area manager, CI FARANNO neri!” Notare la diversa coniugazione dei verbi…

Un cliente sta arrivando in banca per l’erogazione di finanziamento di importo modestissimo, 10.000 euro da cui detrarre, naturalmente, le commissioni. Il titolare: “la tua collega (in smart working) non è riuscita a convincere il cliente a sottoscrivere un prodotto assicurativo. Mi piacerebbe che TU portassi a casa questo risultato”.

Sai che, PER LEGGE, non posso farlo ma intanto me lo hai detto.

Ricordi a me l’importanza di raggiungere il budget, pena gravi ripercussioni sul conto economico della Filiale.

Mi chiedi di VENDERE al cliente almeno un prodotto assicurativo perché costa poco e perché presenta nuove importanti garanzie. Non è proprio così e dovresti saperlo o, se lo sai, stai mentendo. In passato, specialisti di prodotto e settoristi commerciali hanno detto che il prodotto è inutile in assenza di altra polizza, ben più costosa, di cui costituisce il naturale completamento.

“Vedo che questa campagna commerciale non l’avete neanche attenzionata!”. Affermazione FALSA, che hai anche il coraggio di mettere per iscritto, perché:

  • A inizio mese ti sei presentata con l’elenco di tutti i clienti presenti nelle varie campagne, di tutti hai voluto sapere chi sono (sono sempre gli stessi ed io, che sono in filiale da molto meno tempo di te, ogni mese professionalmente ti fornisco tutte le informazioni).
  • Ti ho spiegato che molti di quei clienti, non solo non vogliono sottoscrivere nuove polizze di protezione o prodotti di risparmio ma che ogni mese devo dissuaderli da revocare e/o disinvestire i prodotti che possiedono.
  • Sai, o dovresti sapere, che per esitare un singolo contatto all’interno dell’applicativo “programmazione commerciale” occorrono 5 minuti quando il programma gira in maniera veloce sui nostri potenti pc.
  • Mi hai chiesto di lavorare le pratiche di fido con un nuovo programma lento e malfunzionante e segnalare in assistenza gli errori.
  • Mi hai chiesto di lavorare al crash program, ovvero di metterti nero su bianco se per i clienti affidati che abbiano fatto ricorso a sospensione delle rate o richieste di nuovi finanziamenti, previsti per legge e garantiti dallo stato PER FRONTEGGIARE L’EMERGENZA COVID:
    • Non si rendano necessari ulteriori interventi;
    • Occorra allungare la durata dei finanziamenti o concederne di nuovi;
    • Occorra proporre il passaggio della pratica a maggior rischio.

Sai che non è semplice perché l’emergenza covid è tuttora in corso e molte attività sono chiuse per legge, non si sa quando e come verrà consentito loro di riaprire e dopo quanto tempo verrà imposta una nuova chiusura.

Sto facendo del mio meglio per svolgere questo lavoro, raccogliendo documentazione a supporto da clienti e commercialisti che stanno collaborando ma con tempistiche diverse da quelli cui ormai siamo abituati noi.

  • Stiamo profondendo il massimo sforzo alternandoci tra lavoro agile e lavoro in presenza per contenere i contagi e tu mi chiedi di far venire i clienti in filiale anche in zona rossa.

Io comunque l’invito glielo faccio. Qualcuno ride al telefono, qualcuno mi dice di avere il covid o di essere comunque in quarantena. Qualcuno viene, ci parlo e gli spiego tutto per bene ma non sottoscrive alcun prodotto perché è un periodo di incertezze. Per te non va bene.

Qualcun altro sottoscrive una polizza dal premio modesto o un piano d’accumulo da 50 euro al mese. Se mi va bene, con i nostri applicativi, ci impiego un’ora. Per te il risultato è modesto, siamo ancora indietro rispetto al budget.

Ma tu che lavoro fai? Non sei una dipendente della banca anche tu? Devi coordinare il lavoro, agevolarlo se serve. Non mi devi controllare, non mi devi pungolare, non mi devi chiedere conto.

Pressioni giungono anche del settorista commerciale e del deliberante credito.

Si presentano sotto forma di e-mail, tutti i giorni alla stessa ora; ci puoi regolare l’orologio.

Il primo elenca la produzione progressiva di ogni filiale del suo distretto, evidenziando la filiale best performer ed incitando le altre a contribuire.

Il secondo mostra l’elenco delle filiali con pratiche di fido da revisionare, plaudendo alle filiali ad arretrato zero.

Questi sono solo alcuni esempi di vita quotidiana sui posti di lavoro. Le Segreterie Nazionali delle Organizzazioni Sindacali hanno inviato una lettera all’ABI sull’argomento. Su questa questione abbiamo scritto molto e siamo impegnati ogni giorno sui posti di lavoro. Ma è una questione nazionale e come tale va affrontata al più presto. Perché è in gioco la salute dei lavoratori del credito e la salvaguardia dell’economia e della società civile in una epoca pandemica in cui è necessario fare da subito le scelte giuste per aiutare le persone e l’economia a rialzarsi.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Giornata della Liberazione, tra memoria e riflessioni.

Il 25 aprile 1945 stava per concludersi la liberazione delle città dalle forze nazifasciste ed oggi onoriamo tutti coloro che sono stati perseguiti ed hanno perso la vita per la Libertà e la Democrazia.

Ricordiamo a noi stessi che mai più dovranno ripetersi gli orrori del passato e che è nostro preciso dovere combattere ogni forma di estremismo e populismo.

Dobbiamo ancora lottare per chi non è libero dalla fame, dal razzismo religioso ed etnico, dalla disparità di genere, dai regimi dittatoriali, dall’ignoranza.

Oggi come allora deve segnare l’inizio di una rinascita.

Il perdurare dell’emergenza sanitaria ci impedisce di festeggiare tutti insieme. Non possiamo affollare strade e piazze ma possiamo manifestare la nostra voglia di libertà affacciati ai balconi, cantando Bella ciao, intonando l’inno di Mameli, esponendo striscioni, la bandiera rossa della CGIL e il Tricolore.

In attesa di liberarci anche da questo maledetto virus possiamo ritrovarci in rete e condividere riflessioni e speranze.

Troviamo anche un momento per ascoltare le parole di chi quel 25 aprile di 76 anni fa l’ha vissuto in prima persona.

Oggi non sarà una giornata qualsiasi.

Viva la libertà e buon 25 aprile a tutti!

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Rosa Elettrica

“Rosa elettrica” di Giampaolo Simi, pubblicato da Sellerio Editore. 

Giampaolo Simi è uno scrittore toscano. Scrive “noir”, se proprio abbiamo bisogno di chiuderlo in una categoria letteraria. Ma gli si fa un torto. I libri dei questo autore sono intrisi della complessità del mondo contemporaneo. Certo, sono incentrati su vicende tipiche degli schemi noir ma hanno dentro una serie infinita di questioni sociali da cui fuoriescono i protagonisti e le comparse delle storie da lui raccontate. La scrittura di Simi è pulita, essenziale ma le storie sono un florilegio di situazioni, di quadri spalmati da tavolozze infinite di colori che avvinghiano il lettore dall’inizio alla fine senza mollare di un centimetro con una potenza di racconto unica nel suo genere.

Chi legge un libro di Simi, andrà subito a cercare gli altri. E non è uno scrittore seriale: ha scritto pochi libri ma tutti di grande qualità. “Rosa elettrica” è il suo primo libro, pubblicato nel 2007. Dopo molte insistenze ha deciso di riprenderlo, ammodernarlo e ripubblicarlo con la sua ormai storica casa editrice. Una casa che, come è noto, non insegue lo stile modaiolo nella struttura fisica dei suoi libri. Sono sempre gli stessi, con il solito formato piccolo e maneggevole, con il consueto colore blu scuro e con un quadro nella copertina. E’ un invito al contenuto, alla essenzialità, allo scarnificare le storie e i loro autori.

E’ questo risalta anche in questo libro, la cui protagonista è una giovane poliziotta al suo primo incarico di responsabilità. La sua sarà una responsabilità pesante: dovrà custodire e tutelare un giovane diciottenne capo-piazza dello spaccio di droga, a sua volta dipendente dalla cocaina, Cocìss. Il ragazzo ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia e questo lo ha messo in pericolo di vita. Rosa dovrà difenderlo, in una prima fase in una colorata comunità di tossicodipendenti. Ma il pericolo è dietro le colline e arriverà molto presto a mostrare la sua ferocia. Rosa dovrà presto fare i conti con se stessa, con un mondo complicato e pieno di insidie mortali, costruendo con il ragazzo un rapporto controverso e molto difficile. La storia si dipana con una serie infinita di sconvolgenti sorprese che metteranno la giovane donna in una situazione molto difficile in cui potrà contare solo su sè stessa, sulle sue capacità di donna e di poliziotta.

In tutti i libri di Giampaolo Simi la fine è sorprendente, mai banale e invita il lettore a riflettere sulle molte facce della violenza, sulle molte ragioni che la causano e invitano sempre a non giudicare nessuno per categorie o per preconcetti.

La scrittura di Simi è limpida, trasparente, ed è talmente carica di una umanità mai dolente o supina che ricorda le storie di Simenon. Sì, questo scrittore toscano può essere paragonato al grandissimo autore franco-belga, il padre della letteratura noir.

Buona lettura.

Galileo Casone

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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È accaduto e può accadere ancora.

(AP Photo)

Birmania, strage di manifestanti per la libertà.

Myanmar, ex-Birmania, 1° febbraio 2021. Blindati dell’esercito presidiano le strade della capitale. Sono passate poche ore dal colpo di stato in Myanmar con cui i militari hanno preso il potere arrestando il capo del governo di fatto Aung San Suu Kyi ed altri esponenti del suo partito, vincitori delle elezioni di novembre. Il paese è nel caos: banche chiuse, collegamenti telefonici interrotti, internet e tv private oscurate. Le forze armate hanno confermato il golpe e hanno istituito lo stato di emergenza per un anno dopo i presunti brogli delle ultime elezioni presidenziali vinte appunto dalla premio Nobel per la pace San Suu Kyi. Brogli in realtà smentiti dall’apposita commissione elettorale. Dal carcere della capitale dove è detenuta, la leader destituita ha esortato la popolazione a rispondere e a protestare con tutto il cuore contro il colpo di stato.

Aung San Suu Kyi ha passato buona parte della vita agli arresti domiciliari, reclusa per le sue idee democratiche; da decenni lotta per garantire maggiori diritti al popolo birmano oppresso dal regime militare. Fondatrice della Lega Nazionale per la Democrazia nel 1988, sarebbe dovuta diventare primo ministro nel 1990 ma l’esercito la costrinse al confino. Da allora è diventata un simbolo di resistenza. Non poteva lasciare il paese né ricevere visite di parenti. È stata liberata solo nel 2010. Ha ottenuto prima un seggio parlamentare, poi un ministero, fino al titolo di consigliere di stato. Vincitrice del premio Nobel per la pace e di numerosi altri riconoscimenti, negli ultimi anni la sua figura è stata messa in discussione dopo il genocidio dei Rohingya, la minoranza musulmana in Myanmar, contro il quale non si è schierata.

A pochi giorni dal golpe, nonostante i militari abbiano bloccato Internet, apprendiamo che in migliaia sono scesi in piazza per protestare e che la giunta militare ha scelto di rispondere con la repressione armata. È un’escalation di violenza: i militari sparano contro la folla proiettili veri, non solo di gomma; ci sono i primi morti; aumenta la rabbia e la protesta si amplifica coinvolgendo ogni angolo del paese. I manifestanti chiedono non più solo la liberazione di Aung San Suu Kyi ma la riforma della costituzione del 2008 che ha cementato il dominio dei militari in nome della cosiddetta democrazia disciplinata.

Dopo un mese, immagini per lo più intrasmissibili raccontano una carneficina premeditata: tra le vittime ci sono anche donne e bambini. “La brutalità dell’esercito birmano contro i manifestanti è immorale ed indifendibile”, dichiara il dipartimento di stato americano. Il segretario ONU Guterres ha espresso sgomento per le uccisioni, gli arresti arbitrari, le torture in carcere e chiede ai militari di consentire la visita di un inviato speciale delle Nazioni Unite come primo fondamentale passo per calmare la situazione. Ma la situazione, invece, degenera: alcuni manifestanti, pare, concentrano la propria rabbia su fabbriche cinesi e Pechino chiede di prendere le misure necessarie per garantire la sicurezza del personale cinese. La giunta ne approfitta per introdurre la legge marziale in alcuni distretti: i trasgressori, processati dai tribunali militari, vanno incontro ad ergastolo o pena di morte. I capi dell’opposizione reagiscono lanciando appelli a continuare ogni tipo di protesta mentre Aung San Suu Kyi, accusata di corruzione, continua ad essere detenuta in un luogo sconosciuto senza poter comunicare con il suo legale.

Decine di militari hanno passato il confine con l’India pur non sparare sui propri connazionali ma altri cercano le persone casa per casa, sparano nelle strade, colpiscono tutti i passanti. La popolazione resiste ormai da più di due mesi. I dimostranti intonano preghiere e slogan ma i soldati hanno l’ordine di sparare ad altezza d’uomo, terrorizzare chi ancora osa contrapporsi in nome della Libertà. Eppure, il regime ha recentemente raccolto anche l’appoggio della Russia; appoggio che più che presa di posizione sulla questione birmana sembra essere una contrapposizione all’asse Europa – Gran Bretagna – Stati Uniti.

Dal 1° febbraio più di 250 sarebbero stati i morti e 2600 gli arresti. È ragionevole pensare che in realtà le vittime siano molte di più. La giunta militare ha preso e vuol mantenere con la forza un potere ben più ampio di quello che avrebbe ottenuto vincendo il confronto elettorale. È il caso limite di ciò che troppo spesso accade in molti campi: la concentrazione del potere in una sola persona o in una casta; adducendo i pretesti più svariati, il fine ultimo è quello di accumulare ricchezza.

La libertà è uno di quei diritti che diamo per scontati invece è un bene fragile e ben ragione ha il popolo birmano di rivendicare il diritto ad agire liberamente e di condannare gli arresti e gli omicidi arbitrari.

È bene ricordare che i lavoratori e gli studenti non hanno reagito al golpe utilizzando la violenza. Hanno usato come “armi” gli scioperi e le manifestazioni e hanno subito, per tutta risposta, una sanguinosa reazione.

Lungi dal ritenere che la violenza si elimini con altra violenza, riteniamo che occorra un atteggiamento meno timido ed una condanna unanime da parte degli altri Stati. Dovremmo scioperare tutti, manifestare tutti contro ogni forma di dittatura.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Due di Due

Continuiamo a pubblicare una recensione settimanale di un libro di cui consigliamo la lettura.

“Due di Due” di Andrea De Carlo non è un romanzo recente, infatti è stato pubblicato per la prima volta nel 1989, ma la storia che viene raccontata fotografa una condizione umana svincolata dal tempo e quindi destinata ad essere sempre attuale.

Protagonisti sono Mario e Guido, due adolescenti con caratteri completamente differenti che si incontrano sui banchi del liceo alla fine degli anni ’60. Tra i due nasce un’amicizia sincera ma anche complicata che proseguirà per oltre un ventennio e che, attraverso molti cambiamenti e tumulti interiori, li porterà dall’adolescenza all’età adulta.

Mario, voce narrante del romanzo, appare timido, introverso, a volte insicuro. Guido invece, è sempre brillante, carismatico, con un fascino capace di mettere in ombra chiunque gli stia accanto.

Le loro vite si intrecciano e si dividono in un’altalena di eventi scanditi dalla voglia di libertà e di indipendenza che, in modo differente e attraverso esperienze spesso non condivise, li condurrà alla formazione di personalità fortemente contrapposte ma, nello stesso tempo, complementari e quasi simbiotiche.

Il tutto è ambientato nella Milano degli anni Settanta, anni caratterizzati da un impetuoso sviluppo che aumenta la ricchezza ma evidenzia sempre più la differenza tra ricchi e poveri. Anni in cui il benessere insinua una sottile alienazione che produce disagio ed inquietudine e che accresce nei giovani, un’esigenza di ribellione e di dire basta ad un modo di essere ipocrita, formalista ed egoista.

Sono questi i sentimenti che animano i protagonisti del romanzo che, attraverso percorsi di vita differenti, cercano di opporsi con tutte le loro forze ad una società soffocante, conformista, schiava del potere e senza scrupoli nella distruzione dell’ambiente.

Il romanzo è di facile lettura e molto coinvolgente: trasmette emozioni e sensazioni contrastanti anche se, alla fine, quello che predomina su tutto è il valore dell’amicizia come sentimento semplice, duraturo e profondo.

Anna Pennetta

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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BASTA CON I CONDONI

Il Governo Draghi ha licenziato un condono fiscale che abbuona un debito massimo verso l’Agenzia delle Entrate di 5.000 euro con un reddito inferiore ai 30.000 annui per cartelle emesse fino all’anno 2010. La scelta di proseguire sulla strada del condono ha destato molte perplessità. Il Presidente Draghi ha ammesso che tale scelta fosse un condono, mentre i rappresentanti politici del centrodestra, Salvini e la Lega in testa, continuano a filosofeggiare di “pace fiscale”.

In noi, invece, monta la rabbia. E’ una rabbia pacifica, ma sempre rabbia è.

In questo lungo anno in cui la società e l’economia sono stati stritolati da una crisi devastante, per la pandemia da Covid 19, sono però emerse chiaramente le falle causate dalle politiche governative profondamente miopi attuate in Italia negli ultimi 25 anni. Fondamentalmente si è scelto, come più volte da noi già evidenziato, di tagliare le risorse destinate al Welfare e all’Istruzione, cioè a tutti quei settori fondamentali per ridurre le differenze sociali, culturali ed economiche tra i cittadini come d’altronde previsto dall’articolo 3 della Costituzione Italiana.

Il Welfare, ossia la Sanità Pubblica, la Previdenza sociale e gli Ammortizzatori sociali, così come la Scuola Pubblica, sono finanziati dal sistema fiscale applicato nel paese. In questi anni si è attuata una lotta selvaggia al lavoro pubblico identificato come lassista e sprecone, e alla scuola pubblica depauperata di risorse, strutture e professionalità a vantaggio di quella privata, come è accaduto anche per la Sanità, il “modello” lombardo ne è un triste esempio. Anche la previdenza è stata duramente colpita con la riforma Maroni, prima, e la Fornero dopo mandando in pensione le persone in età molto più avanzata e con assegni fortemente tagliati.

A monte la scelta del neoliberismo ha provocato riforme fiscali folli e fallimentari che hanno azzerato uno dei pilastri costituzionali: la progressività del regime di tassazione. Un principio in base al quale chi ha di più deve dare di più a vantaggio di chi, invece, è indietro nella società. Un altro principio conseguente è garantire a tutti i cittadini uguali possibilità di mobilità sociale e lavorativa consentendo a chiunque di potersi elevare economicamente e socialmente. In sintesi una cultura e una politica di equità.

Invece le politiche fiscali attuate hanno risposto al solo principio di aumentare la disparità sociale ed economica e per la quale chi ha di più accumula sempre più ricchezza a danno di chi è indietro e che si impoverisce sempre di più. Questo è esattamente ciò che è accaduto e che continua ad accadere e gli studi di settore dell’ultimo decennio lo attestano in modo inequivocabile.

La pandemia ha dimostrato che serve un sistema sanitario nazionale diffuso sui territori, innovativo, fondato sulla ricerca e con adeguato personale medico e paramedico; il sistema previdenziale va aggiornato per garantire un giusto ricambio generazionale e i versamenti contributivi per i giovani che consentano a loro di potersi costruire una pensione dignitosa, ripristinando il principio della solidarietà generazionale; un sistema di ammortizzatori sociali che serva a costruire un percorso efficace di ricerca per un nuovo lavoro perché il Lavoro garantisce la dignità della persona; la scuola pubblica va rifondata da zero investendo nell’edilizia scolastica, nell’informatizzazione delle aule, nell’assunzione di insegnanti e personale ausiliario,

Per realizzare tutto questo servono soldi. Serve quindi un sistema fiscale adeguato. Le tasse non vanno aumentate, vanno pagate e va applicato di nuovo il principio della progressività impositiva. Serve quindi una riforma all’altezza dei tempi e serve una feroce politica di lotta all’evasione fiscale che nel nostro paese ha dei livelli altissimi, pari a intere manovre finanziarie. Quei soldi vanno recuperati non con lo spirito della caccia all’untore. Le persone vanno convinte che pagare le tasse è giusto e quindi serve ottenere dei risultati tangibili che dimostrino che pagare le tasse significa avere servizi pubblici migliori.

Per questo noi chiediamo al potere politico: basta con i condoni! Vanno fatte le scelte giuste, adesso. Va creato nuovo lavoro in tutti i settori del Pubblico al fine di rendere credibile un piano di ricostruzione di questo povero paese così malridotto. Serve, quindi una politica all’altezza dei tempi che affronti le questioni in modo serio pensando al bene pubblico e non soltanto a quello del proprio elettorato. Ma bisogna farlo ora.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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PAROLE SOSPESE

Giovane scrittrice di successo, Laura Imai Messina ci conduce per mano nel lontano Giappone, dove vive, per farci conoscere un posto incantato realmente esistente: Bel Gardia, un ampio giardino sul lato scosceso di una montagna, su cui insiste una speciale cabina telefonica, una cornetta senza filo che trasporta nel vento le voci o anche i silenzi di migliaia di persone che hanno perduto qualcuno.

Un evento improvviso e traumatico, lo tsunami del 2011, sconvolge la vita di milioni di persone.

Migliaia di vite spazzate via in un istante.

Parole sospese, progetti spezzati, sogni infranti.

La necessità per chi rimane di comunicare ancora una volta con chi non c’è più.

Con prosa leggera, lineare, e frequenti figure metaforiche, Imai ci coinvolge sapientemente nelle vite di Yui, Takeshi ed Hana, di Shio, di…

Vite parallele, apparentemente distanti, diventano ad un tratto rette incidenti, destini incrociati.

I protagonisti, inseparabili compagni di viaggio verso quel luogo misterioso, incrociano la loro vita con numerosi sconosciuti, poi divenuti amici, che, come loro, si recano ogni anno a Bel Gardia per trovare conforto nella connessione virtuale con chi hanno perduto.

L’ amicizia, come spesso accade, si trasforma lentamente in amore. Yui entra stabilmente nella vita di Takeshi ed Hana. La loro vita si arricchisce della nascita di un bimbo che, compiuto un anno, pronuncerà “ mamma” per la prima volta… e sarà contagioso perché anche Hana chiamerà così Yui per la prima volta.

“Ecco come nasceva la gioia. Era in una parola restituita che sempre le avrebbe ricordato il prima, e avrebbe cementificato il dopo…..”.

La rinascita, la speranza, il futuro, serbando in sé, nel profondo del cuore, il passato che passato non è e non potrà mai essere. Una miscela unica ed imprescindibile dell’ immanenza di un nuovo presente e la speranza di un nuovo futuro, che sarà gioia ancorata ad una perenne tristezza.

“Yui comprese che l’ infelicità aveva sopra le ditate della gioia. Che dentro di noi teniamo premute le impronte delle persone che ci hanno insegnato ad amare, a essere ugualmente felici e infelici”

Alessia Friggione Dipartimento Comunicazione Fisac/Cgil Brindisi

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Questo è il ruolo sociale delle banche?

Il mondo è alle prese con una pandemia terribile. Un minuscolo virus ha provocato milioni di morti e decine di milioni di contagi. In Italia gli ospedali sono vicino al punto di collasso. L’economia e la società stanno vivendo una delle crisi più micidiali della storia, la soglia di povertà si sta alzando ogni giorno che passa, le foto delle lunghe file che si creano davanti ai centri di solidarietà che offrono un pasto caldo lo dimostrano in un modo che afferra la gola per lo stupore e per la paura di un futuro oscuro. In tutto il pianeta i lockdown si succedono e rinchiudono nelle loro case intere popolazioni che vedono smantellate, bloccate, forse anche distrutte relazioni umane ed economie. Le scuole, come strutture di socializzazione ed educazione, salvo casi eccezionali sono ormai chiuse da più di un anno. Le promesse di investire nell’edilizia scolastica, nella tecnologia, nelle infrastrutture al fine di garantire l’accesso e il diritto allo studio in presenza sono state inevase. Bambini, ragazzi, giovani uomini, sono rinchiusi nella pareti domestiche e continuano il loro cammino scolastico dietro il monitor di un device elettronico, grazie, come sempre, allo sforzo umano delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola e delle famiglie che compiono sforzi immani per salvaguardare i loro figli in questo scenario apocalittico.

In fondo a questo tunnel si intravede la luce delle campagne di vaccinazione. La scienza ha portato a compimento un miracolo con la realizzazione di un vaccino in meno di un anno. Ora il vaccino è in produzione in una operazione gigantesca che coinvolge gli Stati del pianeta e una sforzo logistico senza precedenti. Ancora una volta, però, la cupidigia capitalistica di Big Pharma e la mediocrità organizzativa di molti stati, sta rallentando la campagna di vaccinazione di massa causando migliaia di morti ogni giorno che, probabilmente, potevano essere evitati. Intere comunità si stanno perdendo nel cammino della lotta contro il virus.

In un simile momento il settore creditizio, lo abbiamo scritto più volte, in un mondo fondato sul mercato poteva svolgere un ruolo sociale fondamentale. Le banche, con le loro professionalità e la loro potenza organizzativa, potevano aiutare il sistema economico e sociale a individuare ed investire nei progetti più lungimiranti che potevano rappresentare una via d’uscita dalla crisi stringente. Gli aiuti statali in Italia hanno determinato campagne di sospensione delle rate di mutui e prestiti, l’anticipo di assegni di ristoro alle categorie in difficoltà. La politica ha cercato, e cerca, di aiutare imprese e famiglie in un momento difficile. E la politica ha chiesto aiuto al sistema bancario e finanziario.

Dopo un periodo in cui l’organizzazione della banche si è adeguata per offrire il miglior servizio possibile, in cui le lavoratrici e i lavoratori del settore hanno impegnato le proprie risorse fisiche e mentali, pagando anche un prezzo molto alto in termini di contagi propri e delle proprie famiglie, le banche hanno deciso in modo diffuso ed uniforme di cambiare passo e tornare all’antico.

Sono riesplose in quasi tutte le banche e nelle filiali le pressioni commerciali, persino nelle zone rosse. Nelle aziende, in cui il management lavora prudenzialmente da casa per garantire le linee di comando e di organizzazione, è partita una campagna diffusa in cui si richiamano le lavoratrici e i lavoratori al raggiungimento degli obiettivi di budget. Le colleghe e i colleghi che mettono ogni giorno la faccia e il corpo nelle filiali, sono tempestate di mail, di telefonate, di riunioni on line per incrementare i numeri dei prodotti venduti. In una fase in cui è fondamentale tutelare la salute pubblica, si invita la clientela a recarsi nelle filiali per sottoscrivere prodotti finanziari, soprattutto assicurativi, speculando sulla situazione pandemica e i rischi connessi.

La cosa che più colpisce sono i toni di queste spinte aziendali sulle campagne commerciali: bruschi, duri, minacciosi e che sistematicamente si fondano su classifiche che mettono a contrasto i “buoni” dai “cattivi”.

Noi ci chiediamo se sia questo il “ruolo sociale” delle banche. E’ in questo modo che si aiuta un popolo in difficoltà e al limite della fame, quella vera, quella fisica? Lo si fa pensando al proprio tornaconto anche in questo periodo, pur essendo consapevoli che questa scelta significhi contribuire a mettere in difficoltà le persone e le aziende poiché aumenta il loro indebitamento nei confronti del sistema ancora di più?

Queste sono scelte e politiche miopi, ancora una volta fondate su obiettivi di breve periodo e che in prospettiva produrranno ulteriori crediti deteriorati, possibili e probabili contenziosi. E chi pagherà ancora una volta le conseguenze di queste scelte evidentemente sbagliate, oltre alla clientela colpita direttamente? Saranno i dipendenti, non certo il management che continuerà, indifferente, a cambiare azienda raccattando buonuscite milionarie e passando alla storia per aver ridotto sul lastrico economie, famiglie e le stesse banche per cui hanno lavorato.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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