La quarantena non è uguale per tutti

Riportiamo un interessante articolo pubblicato sul sito della rivista Internazionale.it a firma della scrittrice Igiaba Scego.
Ne consigliamo caldamente la lettura.

La Redazione

Chi resta fuori dai diari degli scrittori in quarantena

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Coronavirus: la forza dei ragazzi

Il virus Covid 19 ci ha sorpreso, come quegli tsunami che colpiscono senza preavviso. Ogni giorno ci chiediamo: cosa fare? Si deve continuare a lavorare imperterriti come vorrebbero alcuni “grandi” e “piccoli” associati di Confindustria o restare in casa come vogliono il buon senso e le ,regole impartiteci ogni giorno? Va bene, restiamo a casa ma ogni tanto posso fare una passeggiata sotto casa? Ci forzano a correre sempre. In queste settimane corrono anche i pensieri. È arrivato invece il momento di fermarsi un attimo e prendere spunto dai nostri ragazzi. Ci fa piacere quindi condividere l’interessante articolo di Concita Di Gregorio pubblicato oggi sul quotidiano la Repubblica.
Buona lettura.
La Redazione

Dovremmo ringraziarli, i ragazzi. Loro non leggono i giornali, non sono interessati al paternalismo dei sermoni e dei plausi, giustamente se ne fregano – come tutti abbiamo fatto a diciott’anni – delle raccomandazioni adulte, in specie quando la sola cosa che conti, l’esempio, è quello che è. Gli chiediamo continuamente di mollare quei telefoni mentre coi nostri abbiamo iniziato a fotografarli dalle prime ecografie, li abbiamo dotati di un cellulare “per la loro sicurezza” che non avevano ancora dieci anni, li abbiamo monitorati dalle chat di classe, di scuola, di gita, per tutta la vita. Ma per favore mollate – voi, ragazzini – quei telefoni.

Perciò diciamocelo noi, fra di noi: dovremmo ringraziarli per la serietà, la forza d’animo e la consapevolezza che stanno dimostrando. Altro che choosy, schizzinosi, viziati, smidollati. Osservateli bene, nelle loro stanze. Sono soldati. Bambini soldato, soldati giocattolo – come nella canzone in testa alla lista del loro Spotify. Sì, sdraiati, spesso. Preveggenti, diciamo: la consuetudine è adesso comune ad ogni età. Sono spesso di malumore, certo. Quando sei una pila di energia e una bomba di insicurezze e fragilità da mettere alla prova e non puoi camminare per strada con le mani in tasca fare tardi la notte vedere il tuo ragazzo i tuoi amici bere fumare (perché non si fa, giusto? Solo gli adulti possono bere e fumare: ai ragazzi fa male) non puoi fare l’amore non puoi fare sport sei di malumore, è ovvio. Ma sono anche capaci di consolarci, in certi momenti e basta uno sguardo. Di nominare la paura e affrontarla, di fare una battuta e ridere – spesso. Sanno come si fa. Sarà per via dei loro giochi.

Mi ha raccontato un’amica, in sofferenza (lei) per l’imminente compleanno solitario del figlio: gli ho proposto, per la festa dei diciott’anni. Vuoi metterti d’accordo con Alessandro? (il suo migliore amico) magari gli dici di venire sulla terrazza condominiale, state a distanza, mettete le maschere e i guanti, bevete una birra. Vuoi? “Non si può, mamma. Non dire sciocchezze. Non si può fare e basta”, ha risposto il figlio. Certo, non tutti. Dei sei milioni, a spanne, di ragazzi ci sono quelli che scappano, quelli che “si assembrano” o che si danno un bacio – nel linguaggio dei verbali di polizia: “effusioni illecite”. Ci sono anche, tuttavia, diversi milioni di adulti che si accaparrano carta igienica nei supermercati, che accampano scuse incredibili per andare dall’amante e che – quando hanno potuto – sono corsi a prendere un treno per tornare al Sud. Erano andati a Nord per cercare soldi, sono tornati a sud per cercare salute – un altro grande sottotesto, un po’ la storia di un secolo. Poi però c’è Arianna, 17, che trovo ogni mattina alla distribuzione di pasta e pane a Sant’Egidio. C’è Jacopo, 18, che suona Morricone sui tetti di Roma. C’è Elisa, che scrive una lettera e racconta che quando è finita la lezione on line chiama i due compagni di corso che non hanno il computer e condivide gli appunti.

Marco Rossi Doria dal Forum delle Disuguaglianze ha appena scritto un documento sulle fragilità di chi non ha niente: perché non tutti hanno il wifi, un portatile, una stanza, una famiglia comprensiva e tutto sommato paziente. Tanti vivono nella violenza, nella miseria. La crisi aumenta la distanza fra chi ha e chi non ha, e mette in pericolo gravissimo chi è già in difficoltà grave. Pensare a chi non ha niente, nel momento in cui sia ha meno – i ragazzi lo fanno. Matteo Lancini, psicoterapeuta dell’età evolutiva, mi ha raccontato del dolore che sia per i ragazzi la perdita dei nonni, in queste ore: i nonni che li hanno cresciuti quando i genitori non c’erano, avevano da fare, i nonni supplenti amatissimi. Altro che ragazzi che se ne infischiano di contagiare i vecchi: che ne sapete voi, che ne sappiamo delle loro notti insonni. Forse il mondo non sarà salvato dai ragazzini, ma certo questa sarà la leva della ri-generazione. La generazione della rinascita. Il post-coronialismo li aspetta. Speriamo che sappiamo fare meglio di noi.

Non è da escludere che dopo l’epidemia ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente, ha scritto David Grossman. E’ sicuro. Certo sarà meglio non portarla in giro e sciuparla nel quotidiano gioco balordo degli incontri, la prossima vita. “Noi quando giochiamo on line in realtà parliamo. Giochiamo anche, ma soprattutto stiamo insieme. Parliamo”, mi ha detto figlio piccolo. “Se fosse successo prima Kobe sarebbe rimasto a casa e non sarebbe morto”, ho sentito che si dicevano in cuffia mentre giocavano a Fortnite in modalità ‘Battaglia reale’. L’altra modalità si chiama “Salva il mondo” ma va meno, è a pagamento. E’ da tutta la vita che passano pomeriggi così: in scenari di guerra, il gioco è sopravvivere eliminando il nemico. Tutto sommato li abbiamo preparati: i giochi dove sono cresciuti li abbiamo inventati noi, non loro. Anche che combattere sia gratis e che per salvare il mondo si debba pagare lo abbiamo deciso noi, il sottotesto è molto chiaro. Una cosa costa, una no. “Almeno Kobe non sarebbe morto”. Perché c’è qualcosa che li rassicura, anche, in questa prigionia. Se stai a casa ti rompi, e ti annoi, e ti immalinconisci nel letto o ti incazzi col primo che incroci in corridoio perché ti manca tutto quello che ti serve, là fuori, ma non muori.

C’è qualcosa di struggente, persino, nel fatto che un diciottenne possa associare la sicurezza alla casa anziché fremere per andarsene. E’ l’evidenza di un errore. E’ contro la natura delle cose, per questo struggente: una difesa, l’unica possibile. Tornare bambini. E seriamente, come fanno i bambini, osservare le regole di questo gioco nuovo, il gioco vero e terribile del mondo. Non barate. Non fate la spia, voi grandi. Siate seri. Molti di loro suonano, qualcuno scrive canzoni. Fanno bit coi programmi scaricati gratis da internet. Se ascolti ti accorgi. “Eminem è il più grande perché fa rimare parole che non rimano”, ho sentito dalla porta chiusa – era la voce di un amico lontano. Per esempio? Stay off con radar, mi è sembrato di sentire, ma non potrei giurare. Poi ho trovato un appunto su un foglio. “Una via d’uscita, un computer, una base, una voce”. “Sono le cinque non ho fretta”. “Se siamo alla fine il calice lo alzo”. Versi, strofe. Hanno paura anche loro, ma non lo dicono se glielo chiedi. Figurarsi. Siamo noi che dobbiamo imparare a fare silenzio. A porre le domande giuste. Non dire cosa fai, in camera, ma come stai. Magari condividere un bicchiere, e persino – nell’alzare il calice – un segreto. Abbiamo sbagliato tanto, dovremmo chiedere scusa. Se sembra troppo, possiamo almeno pensare – senza dire: grazie. E’ una generazione fortissima. Ce la faranno e ci porteranno con loro. Saranno loro, alla fine, a prenderci sulle spalle e per mano. Come nei libri antichi che abbiamo studiato da ragazzi e che loro ci pareva non avessero studiato abbastanza, ma invece chissà come, chissà perché. Invece lo sanno.

Concita Di Gregorio

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Annie Ernaux scrive a Macron: il futuro non è la tua politica

Riportiamo una bellissima, a nostro parere, lettera scritta dalla grande scrittrice francese Annie Ernaux al Presidente Macron, pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 30 marzo scorso.
Buona lettura

La Redazione

PARIGI – “Egregio Presidente, le scrivo la presente, che spero leggerà”. Comincia così la lettera che la romanziera Annie Ernaux ha scritto a Emmanuel Macron e diffusa dalla radio pubblica France Inter. La scrittrice riprende l’inizio della canzone di Boris Vian, Il Disertore, scritta nel 1954, tra la guerra d’Algeria e quella di Indocina.

Un testo pacifista che la romanziera di 79 anni, da sempre impegnata nel dibattito politico che sia nelle battaglie femministe o sindacali, usa per rivolgersi polemicamente al leader francese. Il suo primo punto di disaccordo con Macron è la definizione di “guerra” per la lotta contro l’emergenza coronavirus. Una definizione che non convince Ernaux.

“Non siamo in guerra, il nemico qui non è umano, non è il nostro prossimo – dice l’intellettuale – non ha né il pensiero né la volontà di nuocere, ignora i confini e le differenze sociali, si riproduce ciecamente saltando da un individuo all’altro. Le armi, se dobbiamo tenere un lessico di guerra, sono letti d’ospedale, respiratori, maschere e test, è il numero di medici, scienziati, infermieri”.

Ernaux è autrice di romanzi culto che spesso raccontano storie di chi vive ai margini, titoli tradotti in Italia come Il Posto, Gli Anni, La Vergogna. Legata alla sinistra radicali, vicina a movimenti di contestazione degli ultimi anni, è sempre stata molto critica con Macron. E nel testo richiama duramente il capo di Stato alle sue responsabilità.

“Da quando lei è al comando della Francia, è rimasto sordo alle grida di allarme del mondo della sanità” osserva la romanziera, ricordando le proteste del personale medico nell’ultimo anno contro tagli, carenza di mezzi e risorse negli ospedali pubblici. Ernaux cita uno striscione visto durante una manifestazione lo scorso novembre: “Lo Stato conta i suoi soldi, noi contiamo i morti”. E aggiunge: “È uno slogan che risuona tragicamente oggi. Ma lei ha preferito ascoltare coloro che sostengono il disimpegno dello Stato, sostenendo l’ottimizzazione delle risorse, la regolazione dei flussi, tutto questo gergo tecnocratico privo di carne che annega la realtà”.

La romanziera continua con un elogio del servizio pubblico, dagli ospedali ai postini. E si schiera con gli ultimi della scala sociale, tutte le professioni costrette ad andare a lavorare – cassiere, fattorini, netturbini. “Quelli che non erano niente e ora sono tutto” osserva, riprendendo una sfortunata espressione di Macron a proposito delle classi più povere (“Quelli che non sono niente” disse nel luglio 2017).

“Attenzione, egregio Presidente, agli effetti di questo tempo di confinamento. È il momento di interrogarsi” avverte Ernaux. “Un tempo per desiderare un mondo nuovo. Non il suo” prosegue. “Non un mondo in cui politici e finanzieri ripetono già spudoratamente l’antifona di ‘lavorare di più’, fino a 60 ore alla settimana”.

Secondo Ernaux l’emergenza sanitaria, e il collasso economico, potrebbero essere l’occasione di un nuovo inizio. “Vogliamo un mondo in cui i bisogni primari – cibo sano, assistenza sanitaria, alloggio, istruzione e cultura – siano garantiti a tutti, un mondo possibile vista l’attuale solidarietà”. La lettera della scrittrice a Macron si conclude con una promessa: “Sappiate, signor Presidente, che non ci lasceremo più rubare la vita, abbiamo solo la vita, e niente vale la vita”.

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Diari di viaggio nella quarantena

Pubblichiamo i due articoli scritti da Paolo Rumiz e pubblicati su La Repubblica dei giorni scorsi.
Buona lettura.

La Redazione

Rumiz_prima parte
Paolo Rumiz

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Lettera delle OOSS all’ABI

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A Lesbo muore Europa


In questi giorni il presidente turco Erdogan ha minacciato l’Europa, nel caso in cui non avesse avuto mano libera nell’attaccare la Siria con l’aiuto di ex combattenti dell’Isis, di aprire i confini turchi per lasciar passare i profughi siriani e afganistani. Detto, fatto. Migliaia di profughi, costretti a vivere come topi nei campi turchi, si sono riversati verso i confini con la Grecia. La quale ha chiuso a sua volta i confini ed è passata al contrattacco usando la violenza nei confronti dei migranti, i quali giornalmente sono colpiti con lacrimogeni, spari e azioni paramilitari. In questi attacchi, infatti, l’esercito greco è coadiuvato nei fatti da gruppi di estrema destra della formazione greca Alba Dorata. I profughi, provenienti dalla Siria e dall’Afganistan, sono uomini, donne e tanti bambini fuggiti dalla guerra e dalla miseria. E’ notizia di questi minuti della morte di cinque bambini. Sono ormai diffusi ovunque i video degli assalti fascisti alle barche dei profughi, dei bambini siriani e pachistani accecati e soffocati dai gas lacrimogeni, dei pestaggi ai giornalisti e agli operatori volontari delle Ong. Da troppo tempo la civiltà europea ha smarrito sè stessa e la propria umanità, persa dietro il terrore della povertà. Anziché pensare e mettere in campo una politica di accoglienza che identifichi e accolga chi chiede aiuto, si è inseguita la paura del diverso e una logica di chiusura. Tutto questo in un continente che sta invecchiando e che negli ultimi venti anni ha saputo mettere in campo solo politiche di precariato e di distruzione sociale.
Erdogan ha ricattato l’Europa. E l’Europa si è consegnata mani e piedi, pagando 6 miliardi di euro, ad un dittatore illiberale che usa le vite umane per curare i propri interessi.
Ora ci aspettiamo un colpo di reni della politica europea, è necessario un risveglio dal torpore urgente. Si deve tornare umani e saper coniugare sicurezza e accoglienza mettendo in azione competenze e impegno umano.
Questo è quello in cui crediamo e per cui combattiamo.

La Redazione

A Lesbo finisce l’Europa da Internazionale.it

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Liberate Patrik

Liberate Patrik Zaki! Giustizia per Giulio Regeni!

Patrick George Zaki, 28 anni, sostenitore dei diritti umani e studente dell’Università di Bologna è stato arrestato il 7 febbraio all’aeroporto del Cairo mentre rientrava per una breve vacanza da Bologna, dove seguiva un master in studi di genere. Prima di proseguire i suoi studi a Bologna, Patrick era impiegato come ricercatore per i diritti di genere presso l’Egyptian Initiative for Personal Rights, un importante gruppo per i diritti.
Zaki è accusato di diffusione di notizie false e di aver organizzato proteste non autorizzate contro il governo e condannato a detenzione preventiva per 15 giorni. È molto probabile però che tale misura verrà rinnovata a tempo indeterminato come è in potere di fare dei pubblici ministeri egiziani anche in assenza di prove.
Arresti come quello di Patrick non sono insoliti in Egitto dove i servizi di sicurezza detengono abitualmente difensori dei diritti umani, avvocati, accademici e altri critici del governo sottoponendoli a torture. Molti di loro scompaiono. Lo stesso Zaki ha dichiarato di essere stato picchiato e torturato con scosse elettriche.
Il suo arresto rientra nella politica di repressione contro gli oppositori del presidente el-Sissi. Con lui al potere, in Egitto è stata ampliata la definizione di terrorismo: sono vietate tutte le proteste ed i dissidenti politici sono considerati terroristi.
Grazie anche al legame con l’Italia, fortunatamente Patrick non è uno dei tanti. In molte città si sono tenute manifestazioni studentesche e funzionari italiani hanno avanzato richieste.
Il pensiero è andato subito a Giulio Regeni, lo studente italiano scomparso al Cairo nel gennaio 2016 per essere trovato morto 10 giorni dopo, con segni di torture estese.

Giulio, 28 anni, dottorando all’Università di Cambridge, studioso delle organizzazioni sindacali e per questo vicino ai lavoratori, è stato arrestato, torturato e ucciso da funzionari delle forze dell’ordine egiziane. Lo stato egiziano poi, con coinvolgimento di persone poste ai diversi livelli di potere, ha ostacolato le indagini italiane ed internazionali ed insabbiato le prove. La milizia egiziana ha infine ucciso cinque persone e affermato di aver rinvenuto il passaporto di Giulio a casa della sorella di uno di loro.
Sicuramente l’arresto di Zaki ha riaperto una ferita molto profonda; molti italiani hanno preso a cuore il caso avendo la possibilità di far pressione sull’Egitto affinché liberi Zaki, cosa che non hanno neanche avuto modo di provare a fare per Giulio Regeni.
Lo scrittore Roberto Saviano ha scritto su Twitter: “Diamo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, incarcerato in Egitto a causa delle sue idee. L’Italia deve tutelarlo affinché possa tornare a Bologna, nella sua università, tra i suoi amici e colleghi, nel Paese che già l’ha accolto e che non vede l’ora di riabbracciarlo”. Non possiamo che essere solidali con tale iniziativa, sostenerla ed invitare tutti a sostenerla. Segnaliamo il link https://twitter.com/robertosaviano/status/1229457380284518401 vergognandoci e provando il più profondo ribrezzo per i commenti di taluni odiatori che leggerete.
La verità sulle circostanze riguardanti la scomparsa e la morte di Giulio Regeni non è mai emersa ufficialmente ma è frutto di tragiche constatazioni. Vera Giustizia sarà fatta quando saranno condannati tutti i funzionari Egiziani coinvolti. A rendere ardua l’impresa si aggiungono, ahinoi, gli intensi rapporti economico-politici dell’Egitto con il resto del mondo, Italia compresa. Un interessante approfondimento del New York Times, già ad agosto 2017 metteva in luce tali rapporti ed evidenziava le stranezze del caso Regeni. La traduzione dell’articolo è consultabile alla pagina https://www.nytimes.com/2017/08/23/magazine/perche-un-ricercatore-universitario-italiano-e-stato-torturato-e-ucciso-in-egitto.html?action=click&contentCollection=Magazine&module=Translations&region=Header&version=it-IT&ref=en-US&pgtype=article
La storia si sta ripetendo per Patrick, ma non deve concludersi necessariamente allo stesso modo. Ora ci piacerebbe essere accanto a lui, come nell’immagine che compare sul post di Saviano, per dirgli anche noi che “Stavolta andrà tutto bene!”.

Inviato dal mio Mi MIX 2

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L’@lgoritmo e il credito

Il Presidente della Consob Paolo Savona interviene sulla vicenda della Banca Popolare di Bari e fa una proposta: una contabilità delle banche criptata e decentrata (Dlt), ricorrendo ad algoritmi basati sui metodi di intelligenza artificiale per valutare il merito di credito. Questi due metodi – ha spiegato Savona – consentiranno una più dinamica e precisa attività di vigilanza per la Banca d’Italia e la Consob e una valutazione oggettiva della valutazione del credito, evitando il ripetersi delle procedure anomale della concessione del credito che sono quelle che hanno creato gran parte dei problemi e delle crisi bancarie recenti o anche degli atti illegali in materia.
Una scelta di questo tipo, che comunque ricalca decisioni che nei prossimi mesi saranno assunte in tal senso dall’Unione Europea, pone una questione fondamentale: una simile metodologia accentrata e svincolata dal rischio bancario, che pure dovrebbe essere la specializzazione di una qualunque banca, che conseguenze avrebbe sul tessuto economico e sociale delle regioni meridionali, colpite in modo più severo dalla crisi economica?
Ci auguriamo un dibattito sull’argomento.

La Redazione

Il Sole 24 Ore

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Il bilancio del Monte dei Paschi

La Presidente del Monte dei Paschi riconosce il duro lavoro e il ruolo fondamentale dei dipendenti della banca nel suo risanamento. Ora ci aspettiamo che venga riconosciuto realmente rispetto alla richiesta della UE di un ulteriore taglio di 100 milioni di euro sui costi operativi.

La Redazione

Dichiarazione della Presidente Bariatti

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Antifa hier

“Juden hier”. Una scritta sulla porta di una casa. “Qui abita un ebreo”. Non siamo in Germania nella notte tra il 30 giugno e il 1 luglio del 1934. Siamo in Italia, a Mondovì, alla fine del mese di Gennaio del 2020, alle soglie delle elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria. Ma Mondovì è in provincia di Cuneo, non di Bologna o di Reggio Calabria. La scritta è apparsa sulla porta di casa della famiglia di Livia Beccaria Rolfi, partigiana nella seconda guerra mondiale catturata e deportata nel campo di concentramento di Ravensbruck in quanto prigioniera politica. Chi ha imbrattato la porta non solo l’ha fatto di notte, al buio, furtivamente come un roditore, ma non si è nemmeno preso la briga di informarsi sulla vita di chi voleva offendere.
Questo atto rappresenta un punto di non ritorno per il nostro paese. L’Italia ripiomba in un passato nero, violento, impregnato di razzismo e di ignoranza. Con quella scritta infame si tenta di cancellare le radici, il collante sociale fondante dell’Italia repubblicana, della Costituzione: l’antifascismo. Gli italiani hanno scelto la strada dell’antifascismo e quella del rispetto e dell’accoglienza di tutti, senza differenza di razza, religione e sesso.
Chi non si riconosce in questo attacca la nostra storia e le ragioni per stare insieme in questa collettività, rappresenta una minaccia all’integrità del paese, dei cittadini che lo popolano.
Noi, come dirigenti sindacali della CGIL, che nel suo Statuto sancisce come obiettivo l’applicazione della Costituzione nei luoghi di lavoro, siamo pronti a mettere la faccia e il corpo a difesa del paese, dell’antifascismo e contro ogni forma di discriminazione.
Noi lotteremo con tutti gli strumenti democratici per combattere ogni tipo di rigurgito fascista.
Noi siamo “Antifa hier”.

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