Teleworking

In questi giorni ovunque si possono leggere opinioni, approfondimenti, studi sullo Smart Working. Li si può leggere su un qualsiasi quotidiano, o rivista, o giornale on line. E’ in atto una lunga discussione sul fatto che in questi mesi le lavoratrici e i lavoratori stiano effettivamente svolgendo le loro attività in smart working oppure in semplice telelavoro. In particolare sulla stampa mainstream, come i quotidiani la Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa, il Sole 24 Ore o MilanoFinanza, si ragiona sull’efficacia dello smart working nella ripresa delle produttività aziendali.

Insomma, ovunque la si guardi questa questione, a noi pare che la discussione sia sempre incentrata esclusivamente dal punto di vista delle imprese, e quasi mai da quello delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma in una fase ancora emergenziale, perché si continua a convivere con il Covid 19 e con la sua pericolosità, non è giusto ragionare su un tema così delicato mettendo al centro solo le necessità di ripresa degli affari delle imprese.

La discussione andrebbe tarata anche sulle necessità dei lavoratori, sul dover coniugare le esigenze di vita delle persone alle esigenze della produzione. Le persone, il Lavoro, continuano a doversi misurare ogni giorno con i bisogni familiari che hanno tante sfaccettature: vanno dal dover seguire i figli, agli anziani, alla tutela dal rischio del contagio, alle difficoltà di spostamento per raggiungere i posti di lavoro.

La risposta a queste necessità dovrebbe arrivare dall’uso della Tecnologia e dalla Contrattazione tra imprese e sindacati. Cioè sarebbe indispensabile che ogni lavoratore fosse dotato di strumenti e infrastrutture che gli consentano, adesso, e non in un futuro lontano, di poter svolgere le proprie attività in qualsiasi luogo e con un uso flessibile dell’orario in modo da consentirgli comunque di soddisfare sia le esigenze personali che quelle aziendali.

La Contrattazione, invece, è indispensabile per individuare, e scrivere, le norme che tutelino la privacy delle persone e individuino dei limiti ben precisi nella separazione tra orario di lavoro e orario di vita, e blocchino qualsiasi tentativo delle imprese di controllare le attività dei lavoratori in qualsiasi momento. Il cosiddetto”diritto alla disconnessione” deve essere chiaro nelle modalità di accesso e di utilizzo. Senza alcuna confusione retorica.

Ma in queste settimane cosa accade nelle banche italiane? Nella grande varietà di organizzazione nelle diverse aziende di credito spicca comunque una tendenza netta: la drastica riduzione percentuale di utilizzo della modalità di lavoro in smart working. Ossia, proprio in quel settore in cui i management hanno dichiarato in ogni luogo che ormai la tecnologia pone la questione di una drastica riduzione degli organici, si sta verificando l’opposto. Le banche senza la presenza fisica nelle filiale degli organici al completo vanno in affanno, non riescono a reggere i ritmi di lavoro. E questo avviene perché le infrastrutture tecnologiche rallentano, per inadeguatezza e carenza di investimenti adeguati, la produttività di chi lavora in smart working, o telelavoro che sia. C’è anche un altro preoccupante elemento: le banche vanno in crisi nel momento in cui devono sostituire una organizzazione del lavoro fondata sul controllo e sul clima di pressione con una organizzazione fondata invece sulla condivisione degli obiettivi, sul rapporto di fiducia e sulla collaborazione a distanza. Questo accade perché le banche hanno ripreso a vessare i dipendenti con campagne psicologiche di forti pressioni commerciali. Il ruolo sociale delle aziende di credito è sostituito rapidamente con la ripresa della vendita indiscriminata di prodotti proprio a quelle famiglie, imprese, persone che sono uscite devastate di mesi di lockdown e faticano a riprendere un minimo di attività “normale”.

E’ un momento di svolta epocale in cui il ruolo del movimento dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali deve saper rimettere al centro l’attenzione per le esigenze dei dipendenti, individuando tempestivamente i punti di crisi. Le lavoratrici e i lavoratori devono essere tutelati ed è necessario mantenere alta l’attenzione su una diffusione e un equilibrato uso del lavoro in smart working, ribadendo l’assoluta centralità del lavoro umano, la neutralità degli strumenti tecnologici la cui funzione è quella di alleggerire la attività ripetitive, far risparmiare tempo e spreco di risorse, rendere semplici le routine dell’attività bancaria.

Solo dopo si potrà ragionare sul corretto utilizzo dello smart working, rendendolo volontario ed evitando che sia uno strumento di isolamento ed emarginazione ulteriore delle donne. I carichi familiari vanno equamente distribuiti e ciò deve essere un compito a carico dell’intera società con scelte politiche lungimiranti e coraggiose.

Intanto, però, prepariamo piattaforme rivendicative che mettano nero su bianco alcuni spunti che abbiamo lanciato in questo breve documento.

La Redazione

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Siamo tutti frattali

Parafrasando la presentazione de “I FRATTALI”, esposta nel primo numero dei nostri podcast, l’essere umano è, allo stato embrionale, una forma indefinita e, con il progressivo sviluppo, si declina in forme diverse, variegate, ma pur sempre simili alla forma madre.

Da questa prima riflessione ne consegue l’uguaglianza di ogni essere umano, ciascuno con le proprie peculiarità, con il proprio colore della pelle, con la propria identità sessuale, con il proprio credo religioso.

Siamo, quindi, tutti DIVERSI ma, in definitiva, tutti UGUALI.

La diversità è, e sempre deve essere, un valore aggiunto e non un pretesto per presumere la superiorità

di un individuo sull’altro o per giustificare alcuna forma di prevaricazione.

Le differenze, invece, nelle diverse epoche, sono state usate come fondamenta di assurde teorie razziste e

pretestuose giustificazioni di crudeli nefandezze nei confronti dei più deboli, degli indifesi, dei diversi.

Pertanto, la storia dell’uomo e’ costellata dal continuo contrapporsi di ideologie discriminatorie e razziste

e di movimenti di pensiero che riaffermano con fermezza l’assoluta uguaglianza nei diritti e nei doveri di ciascun individuo.

In questo ambito, il cammino lungo e difficile, intrapreso dalle donne con i movimento femministi nati nel tardo Illuminismo e durante la Rivoluzione Francese e sviluppatisi con forza durante il novecento, ha sinora conseguito notevoli risultati ma è ben lungi dall’essere concluso.

Novelle protagoniste dell’epoca moderna, noi tutte siamo le fortunate beneficiarie delle aspre lotte condotte con così tanta fatica.

Abbiamo ottenuto il diritto di voto in Italia (30.01.1945), il diritto al divorzio (1970), il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza (1978), siamo entrate nel mondo del lavoro e, nella storia più recente, abbiamo finalmente delle rappresentanti negli organismi comunitari e nelle Istituzioni europee più importanti (Merkel, Von Der Leyen, Lagarde, solo per citarne alcune). Siamo, tuttavia, ben lontane dal superare la “segregazione orizzontale” e il cosiddetto soffitto di cristallo, che , come in una gabbia dai muri trasparenti e infrangibili, attornia tutte noi e non per difenderci o tutelarci, ma per cristallizzarci in un immobilismo retrogrado e fortemente maschilista.

A parte esempi eclatanti di donne particolarmente fortunate, il cui numero è tristemente esiguo, la maggior parte di noi si barcamena giornalmente, con abile forza funambolica, in mille faccende domestiche e lavorative, cercando di essere, al contempo, madri, mogli/compagne, figlie e, infine, ma non certo ultimo, lavoratrici.

Si è mosse, più o meno inconsapevolmente, da intenti rivendicativi, volti a dimostrare a noi stesse e a tutti gli altri, di valere quanto, e anche più, di un uomo, di avere pari intelligenza, di poter eseguire con eguale competenza e capacità qualsiasi mansione ci venga affidata. E’ messa quotidianamente a dura prova la resistenza fisica e mentale, con risultati, nella maggior parte dei casi, non adeguatamente rapportati agli sforzi profusi.

Laddove le possibilità di carriera non siano scandite da criteri obiettivi, i ruoli apicali sono, nella maggior parte dei casi, ricoperti dal sesso privilegiato, ossia da uomini. Raramente sono ricoperti da donne e ancor più raramente sono riconosciute le competenze e le capacità di organizzazione e di gestione. Talvolta, invece e fa male dirlo, si trovano a ricoprire ruoli di rilievo gestendoli come se fossero uomini, rinunciando alle proprie identità e perseguendo il puro potere. Ciò induce, nel lungo termine, a conseguenze negative per l’intero sistema, per tutti gli attori coinvolti, ma soprattutto per il futuro delle stesse donne.

Concludiamo, pertanto, che sino a quando non vengano stabiliti, in banca o in qualsiasi altro posto di lavoro, dei criteri di avanzamento oggettivi, sino a quando gli stipendi non siano rapportati a parametri qualitativamente apprezzabili e, dunque, non semplicemente rimesse alla discutibile valutazione di un funzionario( capetto) di turno, la strada da percorrere e’ ancora molto lunga.” DIO ha messo la felicita’ dappertutto, è ovunque, in tutto ciò di cui possiamo fare esperienza. Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di vedere le cose.”( INTO THE WILD -JON KRAKAUER).

Alessia Friggione

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Mansplaining

Ed ecco la seconda puntata dei Frattali, il podcast-pillola della Fisac/CGIL di Brindisi. In questa puntata parliamo dell’educazione al linguaggio non discriminatorio, con una notizia sorprendente, del mansplaining e degli effetti drammatici del Covid sull’occupazione femminile in Italia che, comunque, è sempre il fanalino di coda in Europa.

Buon ascolto!

La Redazione

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Frattali

Da questa settimana vi presentiamo una novita: un podcast che non è un podcast. Nel senso che la forma tecnica del podcast è ormai molto diffusa e forse anche un po’ abusata. Noi abbiamo scelto, invece, di presentarvi settimanalmente, sperando di riuscirci, delle brevi pillole audio. Sono, appunto, i nostri Frattali. La spiegazione di che cosa siano è nella introduzione della prima puntata, pubblicata qui sotto. E’ una iniziativa nuova e che speriamo risulti anche moderna nella forma e nel contenuto. Saremmo contenti se ci riportaste le vostre impressioni, critiche o pareri favorevoli.

Buon ascolto e …. Sigla!

La Redazione

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Philips Roth e l’antirazzismo

La recensione odierna è un link ad un ottimo articolo sull’opera di Philip Roth, uno dei più grandi scrittori contemporanei. Roth è probabilmente il più importante e profondo autore americano. Ciononostante non ha mai vinto il premio Nobel per la letteratura. Nell’articolo che vi proponiamo c’è un’analisi accurata della contemporaneità di Roth e dei temi della sua opera.

Philip Roth e la macchia umana dell’antirazzismo

Comic face made by author, Philip Roth, while standing near Jewish center and Hebrew school he probably attended as a boy. (Photo by Bob Peterson//Time Life Pictures/Getty Images)
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Banche, Credito e Covid 19

Pubblichiamo il link ad un interessante articolo pubblicato sul quotidiano Il Sole 24 Ore. L’emergenza Covid, come da noi più volte scritto e analizzato, ha posto il problema dell’arretratezza tecnologica del sistema bancario italiano, sia in termini di software che di hardware. La spinta ad una accelerazione è evidente ed è un elemento positivo, sia per la clientela che per le banche stesse. In modo altrettanto evidente è emerso quanto siano indispensabili i dipendenti che hanno garantito la sopravvivenza ad una emergenza drammatica mettendo la faccia e il corpo giorno dopo giorno. D’altronde l’organizzazione stessa delle aziende di credito ha spinto fin dalle prime riaperture ad un rientro massiccio a lavorare nelle filiali, cercando in tutti i modi di ridurre il ricorso al lavoro agile, limitato di fatto alle categorie delle lavoratrici e dei lavoratori cosiddetti “fragili”, ai quali non si poteva obiettare granché.

Pertanto qualsiasi tipo di analisi sulla necessità, evidente, di investimenti sulla digitalizzazione delle banche e sull’aggiornamento delle infrastrutture tecnologiche non può prescindere da questo dato: la centralità assoluta del fattore umano nell’organizzazione del lavoro all’interno, e all’esterno, delle filiali. Si deve lavorare velocemente in questa direzione normando l’uso dello smart working come strumento per agevolare l’equilibrio tempo di vita-tempo di lavoro; spingendo su una maggiore autonomia dei dipendenti e su un minor controllo da parte delle aziende.

Link all’articolo

La Redazione

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Star Trek è antirazzista

Da questa settimana presentiamo una novità. Abbiamo deciso di scrivere alcune recensioni di strumenti culturali che mettano al centro idee che abbiano come tema il mondo del lavoro o fenomeni sociali importanti e legati, direttamente o indirettamente, all’attualità. Scriveremo di libri, di film, di serie TV, di podcast, di fumetti. Ci sono tanti strumenti per affermare un’idea, un disagio o un conflitto. Noi saremo lì a scandagliare, ad osservare, annusare e dopo parlarne con voi.

STAR TREK: PICARD.

Genere: fantascienza. Piattaforma: Amazon Prime Video.

Star Trek, ovvero le avventure della nave stellare Enterprise; Picard, uno dei suoi comandanti più conosciuti. 

All’inizio di questa nuova serie, troviamo Picard, ormai in pensione, estremamente riflessivo di giorno ed in preda a strani ed inquietanti sogni di notte. Si sente abbandonato e inutile ma sente di avere ancora un’ultima missione da compiere. Per farlo, dovrà tornare nello spazio e avrà bisogno di vecchi e nuovi amici.

Ognuno dei dieci episodi da 45 minuti offre avventura ed effetti speciali ma lascia spazio anche all’introspezione; è un manifesto contro il razzismo; è una denuncia dei soprusi dei ricchi e potenti a scapito dei poveri e degli indifesi.

Guardatelo, vi piacerà. E poi diteci cosa ne pensate.

Danilo Gianniello

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La Qualità della Finanza

di Mario Calderini da La Repubblica del 18/06/2020

Non quanta finanza ma quale finanza. Non quanto, non su cosa, ma come si investirà: questa è la risposta nuova che attendiamo dagli Stati generali. Che si dovrà investire bene, tutto, subito e in progetti sostenibili, inclusivi e digitali lo sappiamo già da tempo e se non le sapessimo ce le ricorderebbe quel peculiare florilegio di ottime idee e banalità sconcertanti che sono le schede di Colao.

Investimenti è la parola che più volte ha ripetuto il ministro Gualtieri appena uscito nei giardini della Villa. Giusto e comprensibile, in un momento in cui è disponibile all’azione di governo una massa di risorse che tutta insieme non si era forse mai vista. I buoni propositi non sono però tanto diversi da quelli che non hanno impedito all’Italia di sprecare molte generazioni di fondi strutturali (e anche lì l’Europa ci controllava stretto). Quello che si può invece provare a fare è innovare radicalmente gli strumenti finanziari, in particolare quelli dedicati ad attrarre investimenti privati, partendo dal principio che la finanza non è neutra ma lo strumento scelto determina l’esito trasformativo dell’intervento e la realizzazione di un valore sociale e collettivo.

Sarebbe quindi bello che a Villa Pamphili si trovasse un po’ di tempo per discutere di strumenti di ingaggio pubblico-privato che tengano lontane le forme di finanza estrattiva e attraggano quelle generative e trasformative, capaci di perseguire, insieme ai rendimenti finanziari, un impatto sociale positivo e misurabile.

Il cosiddetto Impact Investing ha molte di queste caratteristiche e in particolare una classe di strumenti chiamata Outcome Funds: si tratta di fondi che si propongono di risolvere problemi sociali complessi attivando forme di partenariato con il privato in cui il contratto ha per oggetto risultati sociali misurabili e non attività svolte. È una forma di attuazione degli schemi di pay by results, in cui il pubblico funge da pagatore finale rimborsando con interessi l’investitore privato se e solo se una terza parte indipendente acclara un certo risultato e un risparmio di spesa pubblica che giustifica l’esborso. Uno schema già ampiamente sperimentato nel mondo anglosassone e in Israele con i social impact bonds, col Fundo social in Portogallo, o in Francia coi Contrats à impact social. Una gamma di strumenti su cui non mancano in Italia controparti credibili, nel private equity come nei fondi per le infrastrutture.

Quando l’Europa si rese conto che il piano Junker derivava pericolosamente verso investimenti facili, materiali e piuttosto vantaggiosi per il privato, lasciando scoperti molti investimenti a forte valore sociale, avviò lodevolmente una riflessione con la Commissione guidata da Romano Prodi, mettendo successivamente in campo la Social Window da 4 miliardi di InvestEu e altri strumenti basati sull’impatto e sul lungo termine. Purtroppo, ciò si è ad oggi schiantato contro un’interpretazione piuttosto modesta da parte della filiera che parte dalle istituzioni finanziarie europee (Fei e Bei) e finisce alle National promotional banks (la Cassa Depositi e Prestiti), che intrise di una cultura finanziaria straordinariamente ortodossa si sono piegate alla volontà politica della Commissione solo superficialmente, collassando gli obiettivi di impatto sociale e ambientale in esercizi di maniera e liste di indicatori che verniciano di un’esile parvenza di sostenibilità gli investimenti. Next Generation Eu è invece un’ottima occasione per rinnovare nel segno della profonda capacità trasformativa gli strumenti finanziari, ricordando che la finanza privata non può definirsi a impatto se la generazione di bene comune non è intenzionale, misurabile e addizionale.

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Ma che Colao dici?

Un tempo i nostri nonni dicevano “Passata la festa, gabbato il santo”. Oggi potremmo invece dire: “passata la paura del Covid, tutto torna uguale a prima”. In realtà il piccolo Covid 19 continua a girare per i corpi degli uomini, in Italia e nel Mondo. E’ arrivato il caldo in metà del pianeta ma il contagio resta alto e i morti altrettanto. Perché scriviamo queste righe partendo da questo attacco? Perché l’altro ieri la Task Force per la ricostruzione guidata dal “Manager Illuminato” Colao ha presentato la sua relazione al Presidente del Consiglio Conte. Sono 121 pagine, un lavoro considerevole. La prima cosa che abbiamo notato è stata l’assenza della firma dell’economista, progressista, Mariana Mazzuccato, prima che la notizia della mancata firma fosse riportata dalla stampa. Poi abbiamo iniziato a leggere, ovviamente per grandi linee. E subito dopo ci sono cadute le braccia per terra. Abbiamo detto braccia, malpensanti.

In quelle pagine si è avuta la conferma definitiva ad un pensiero che ci ha agitato sin dalla data del 4 maggio, quando faticavamo a comprendere la scelta, dopo due mesi di lockdown durissimo, di aprire molte attività mentre i dati del contagio da coronavirus restavano alti, in particolare nelle zone del paese a più alta densità abitativa e produttiva. L’evoluzione della situazione ci ha confermato che anche in questo caso “ha vinto il Capitale”. Cioè le Imprese e la Finanza hanno, ancora una volta, imposto i loro obiettivi ad una intera società e alla politica che dovrebbe rappresentarla.

Lo sappiamo, bisognava ricominciare a produrre altrimenti anziché di coronavirus le persone sarebbero morte di fame. Insomma la solita storia del ricatto occupazionale: se vuoi lavorare devi rischiare in prima persona: di ammalarti, di morire sul lavoro per infortunio o per malattia, mettere a rischio il futuro delle persone a cui vuoi bene.

Ma è veramente così? E’ questa l’unica possibile chiave di lettura?

Ovviamente no. Non può essere solo questa.

Il dramma della pandemia da coronavirus ha messo in evidenza molte cose. Ne vorremmo sottolineare solo alcune di cui come Fisac di Brindisi abbiamo già scritto:

  • l’ambiente modificato dall’uomo è stato stravolto nel suo equilibrio. Costringere a convivere all’interno di metropoli stratificate uomini e animali selvatici ha squilibrato le catene di rapporto tra specie differenti, anche nella trasmissione delle malattie;
  • l’ambiente inquinato ha ridotto le capacità di difesa immunitaria dell’uomo, incrementando il rischio di malattie conosciute e nuove, di cui non si sa nulla;
  • il lavoro umano è stato indebolito nei diritti e nella qualità, trasformandolo da strumento di realizzazione personale e affermazione di dignità, in puro elemento di costo al pari di una qualsiasi macchina o utensile. Per cui il lavoro umano è sfruttato, sottopagato, schiavizzato e sottomesso al profitto;
  • le politiche dei paesi occidentali sono state asservite ai bisogni delle imprese, cioé a un forte incremento degli utili e del profitto da distribuire agli Stakeholders, i portatori di interesse, azzerando la responsabilità sociale delle imprese. La logica della drastica riduzione del ruolo statale nell’economia e nella società, con la scusante del debito pubblico da azzerare, ha consentito di tagliare radicalmente le risorse pubbliche destinate al Welfare, cioè a tutti quegli strumenti di sostegno e rafforzamento dei più deboli rispetto ai più ricchi: sanità pubblica, scuola pubblica, previdenza pubblica, edilizia pubblica.

L’espansione del contagio ha colpito nell’ordine proprio le persone destinatarie del Welfare: gli anziani, la scuola (studenti e insegnanti), la sanità (la rete ospedaliera pubblica tagliata nelle strutture, nel personale, nella ricerca). Nelle prime settimane tutti abbiamo sentito sulla nostra pelle la necessità di avere in breve tempo ospedali attrezzati, terapie intensive adeguate, vaccini, cure e quindi ricercatori, medici, infermieri, insegnanti, scuole nuove e più grandi, classi più ampie e con la metà degli studenti (basta con le classi “pollaio”!), ecc. ecc.

Il fermo della vita quotidiana per come l’avevamo conosciuta ha portato in breve tempo la natura a rioccupare i suoi spazi. Tutti abbiamo guardato i video dei cigni che risalivano i navigli a Milano o i canali a Venezia, i fondali dei fiumi schiarirsi e diventare più puliti e trasparenti, i cieli brillare di stelle mai viste ad occhio nudo, i profumi della natura che masticavano la puzza delle fabbriche chiuse. Tutti abbiamo compreso che la difesa dell’ambiente, del pianeta, non è più un opzione: è un obbligo. Molti di noi hanno sognato la possibilità di inforcare la bicicletta e andare a zonzo, magari promettendo a sé stessi che mai più si sarebbe usata la macchina per qualsiasi necessità: la spesa, il lavoro, una passeggiata. Rinchiusi dentro i nostri appartamenti ci siamo fatti delle promesse. In quegli stessi giorni abbiamo scoperto la Didattica a Distanza, lo smart working, le videochiamate; esiste una rete di solidarietà tra le persone, ci si può aiutare.

Abbiamo scoperto che è possibile fare tante cose anche restando dentro casa. Ma abbiamo anche scoperto che serve una rete di trasmissione dei dati più potente, più diffusa, più economica. Servono computer, tablet, telefoni per tutti. Invece ci si è resi conto che esistono due Italie: quella dei più ricchi che hanno accesso a tutti gli strumenti e le infrastrutture per affrontare l’emergenza, e quelli che, invece, o non ce l’hanno oppure devono arrangiarsi. Un paese diviso in due in cui, però, coloro che hanno difficoltà rappresentano la stragrande maggioranza delle persone. Esiste insomma il cosiddetto “digital divide” per il cui superamento bisogna investire soldi e progetti.

Nel caos dell’emergenza e della paura del contagio si sono scoperti questi problemi e si è compreso che bisognava intervenire raddrizzando le scelte, le opzioni, i progetti, la politica per costruire un futuro migliore.

Il 18 maggio l’Italia è ripartita. E come giustamente ha detto Guccini qualche settimana fa, gli italiani anziché cambiare, molto più semplicemente hanno preferito dimenticare. Tutto sta ripartendo con le stesse dinamiche di tre mesi fa. La Confindustria ha eletto un nuovo presidente, Bonomi, che è lombardo e che le prime cose che ha detto sono state: bisogna alleggerire i Contratti Collettivi Nazionali rendendoli una semplice cornice leggera. Bisogna pagare i lavoratori in base alla produttività. Le stesse parole furono dette dalla Confindustria di D’Amato ai tempi di Berlusconi premier. Sono passati molti anni eppure le idee non si sono evolute. Ricette vecchie per obiettivi di corto respiro.

Il Governo ha deliberato per decreto il divieto di licenziare in questa fase critica e invece i dati Istat parlano di un fortissimo incremento degli inattivi, cioè di coloro che non hanno un lavoro e che ormai non lo cercano nemmeno più.

La scuola pubblica è l’unica realtà che non è ripartita, in cui non si stanno programmando i lavori edili per ampliare i locali, per organizzare le nuove classi, per investire in infrastrutture tecnologiche, hardware e software. Si stabilizzano a tempo determinato i precari e si rimandano le scelte al 2021. Come se ciò fosse possibile.

Lo Smart Working è tornata una opzione per privilegiati mentre l’assistenza alle lavoratrici e ai lavoratori genitori dei bambini o ragazzi le cui scuole sono chiuse è una concessione nelle mani dei datori di lavoro, mentre il Governo nei suoi decreti ha indicato ben altro e in aiuto alle lavoratrici e ai lavoratori.

In estrema sintesi le esigenze delle imprese e delle banche hanno la priorità su tutto.

Questo nonostante il Governo Conte abbia messo in piedi manovre imponenti e con finalità progressiste anche rispetto ad un recente passato. Una contraddizione da tenere in considerazione e da analizzare sino in fondo.

Le città e le strade si sono nuovamente riempite di macchine e di scarichi inquinanti. Le industrie hanno ricominciato a sputare fumi velenosi o ad immettere agenti inquinanti nei fiumi e nei mari. I cigni sono scappati via, l’aria è tornata a puzzare, il cielo è oscurato, le biciclette sono chiuse nei garage, i buoni propositi tornano nei cassetti.

Il piano Colao certifica tutto questo con una serie di proposte che ripropongono le solite vecchie ricette. Per cui si parla di Grandi Opere, accantonando la manutenzione del paese che è fatta invece dei tantissimi piccoli interventi fondamentali sulle strade, sui ponti, sulle reti ferroviarie, sugli edifici pubblici abbandonati e pericolanti. Il lavoro resta una variabile dipendente dalle imprese che vanno perennemente agevolate con contributi economici, con defiscalizzazione, con incentivi che non saranno mai destinati agli investimenti sulla innovazione tecnologica e sulla ricerca di prodotto.

La scuola ritorna ad essere una dependance dei bisogni delle imprese con una visione molto miope della Cultura.

Il Turismo diventa un “brand del paese” come se fosse un marchio da attaccare da qualche parte senza proporre idee finalmente innovative e adeguate al dramma che il settore sta vivendo alle soglie dell’estate.

Lo Smart Working è uno strumento per le imprese, non per i lavoratori.

Quando abbiamo letto la relazione una grande delusione ci ha assalito. La stessa delusione che viviamo ogni giorno quando ci scontriamo con l’organizzazione del lavoro nelle banche, in cui è tornata la litania noiosa e ripetitiva delle campagne commerciali, dei prodotti da vendere, della concezione dell’economia e della società di un mercato da sbranare anziché di una comunità da aiutare per superare la crisi e provare a costruire un futuro migliore in cui i progetti migliori, quelli più innovativi, andrebbero finanziati con coraggio e visione. L’unico fine dovrebbe essere quello di pensare ad un paese in cui le differenze economiche e sociali si riducano, in cui i più deboli siano assistiti e possano vivere meglio. Un mondo in cui tutti possano avere le stesse possibilità di crescita e di sviluppo. Un mondo utopico che possa, invece, trasformarsi in realtà.

Ma non andrà così.

Fase 2
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Ambiente e Lavoro: insieme, non contro. La posizione della Fisac/CGIL di Brindisi

Il Gruppo Dirigente della Fisac/CGIL del Comprensorio di Brindisi si è riunito, via Skype, in data 04 giugno 2020 e a proposito delle polemiche relative alla Delibera di blocco dell’impianto della Versalis da parte del Comune di Brindisi ha licenziato il seguente ordine del giorno:

Coerentemente con la storia e con il pensiero che la categoria ha sviluppato sin dalla sua costituzione sul territorio di Brindisi, prima come Fidac e poi come Fisac/CGIL il Gruppo Dirigente ritiene che sia fuori dalla Storia continuare a proporre un ricatto occupazionale che contrappone una produzione industriale inquinante alla difesa dell’ambiente.

La Fisac – CGIL di Brindisi da sempre si è dichiarata a favore di un futuro socialmente ed ecologicamente sostenibile e ricorda che questo pensiero fa parte della tradizione di tutte le categorie della CGIL, e come tale va sviluppato con un’azione unitaria confederale lottando ed evitando di cadere nelle provocazioni e nelle polemiche di parte e/o strumentali.

L’Industria, la manifattura, sono parte fondamentale dello sviluppo economico e sociale del paese e della città di Brindisi. E’ impensabile un futuro senza una produzione industriale. Ma è ancor più impensabile continuare a produrre inquinando l’ambiente e avvelenando la salute delle persone. L’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica consentono ormai di poter sviluppare un progetto industriale che sia fondato sul drastico abbattimento dell’inquinamento e dello sfruttamento dell’ambiente rendendolo compatibile con la piena tutela dello stesso e della salute delle comunità che vi abitano.

La Fisac/CGIL di Brindisi sollecita, come fa da oltre venti anni, la realizzazione della piena bonifica della Zona Industriale cittadina e l’avvio di un serio progetto industriale di riconversione degli impianti inquinanti per renderli ecosostenibili. Servono, oggi più che mai, investimenti seri e credibili per lo sviluppo economico e sociale del territorio. Il dramma della pandemia del Covid 19 ha mostrato quanto siano state errate le politiche attuate in Italia e nel Sud in cui sono stati smantellati pezzi fondamentali del Welfare, della Sanità Pubblica e della Scuola Pubblica; in cui non si è fatto nessun investimento serio sulle infrastrutture, comprese quelle tecnologiche; in cui non esiste una Politica Industriale. La città di Brindisi continua ad essere ostaggio della produzione di energia e di prodotti chimici.

Bisogna liberarsi da questo fardello.

La Fisac/CGIL di Brindisi continua a guardare ad un futuro in cui l’Industria sia presente al fianco di uno sviluppo che sia incentrato sulle naturali attitudini del territorio: la Cultura, il Patrimonio Storico-Ambientale, il Turismo, l’Agricoltura e le filiere collegate di qualità, lo sviluppo dei Consorzi come strumento che consentirebbero una migliore diffusione dei prodotti locali sul mercato nazionale e internazionale e di essere più appetibili per il mercato finanziario.

Per realizzare questi obiettivi serve un Ambiente ripulito, sano, tutelato. La CGIL è da sempre parte fondamentale e propulsiva di questo progetto insieme alle Istituzioni locali. Va ricordata a tal proposito la lotta contro la costruzione del Rigassificatore nel porto della città. La Fisac/CGIL continuerà con coerenza ad impegnarsi per la realizzazione di questa nuova via che guarda ad un futuro sostenibile e compatibile con l’Ambiente. Chi semina veleno e morte non può più essere tollerato. La Salute delle Cittadine e dei Cittadini, delle Lavoratrici e dei Lavoratori va tutelata senza se e senza ma.

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