Nun ci scassate u’ vax

Dai primi giorni di marzo del 2020 l’Italia, e l’intero pianeta, sta affrontando una delle prove più difficili della sua storia: la pandemia del coronavirus. Un piccolo virus si sta diffondendo tra le persone provocando una catastrofe sanitaria e di conseguenza una catastrofe economica, sociale con enormi ricadute psicologiche. Un’intera popolazione ha stravolto le proprie consuetudini di vita, di lavoro, di studio. Le scuole sono fisicamente chiuse ormai da molti mesi a tutti i livelli e le attività didattiche si sono spostate in uno spazio digitale in cui è possibile studiare ma in cui le relazioni sociali e affettive sono strette in uno schermo e in onde di dati che non hanno calore, spessore, sostanza. Tutto è diventato bidimensionale. Le strade per diversi mesi erano svuotate di persone e con sparute macchine. I cieli silenziosi, le notti cupi in cui l’aria immobile era rotta solo dalle sirene delle ambulanze. In quei mesi la scienza e la ricerca hanno compiuto il miracolo di scoprire e produrre un vaccino. E’ iniziata la corsa alla produzione, allo smistamento, a far partire l’organizzazione per avviare la più grande campagna vaccinale planetaria della storia. Un processo in cui abitare in un paese ricco o in paese povero fa la differenza. Nel passato altri vaccini hanno interrotto pandemie mortali, facendo scomparire virus terribili.

La politica in questo anno e mezzo ha dovuto affrontare scelte difficili, ha dovuto inventare soluzioni a problemi di difficile soluzione, ha cercato di individuare strumenti con cui temperare gli effetti di una crisi sanitaria ed economica dai risvolti drammatici per milioni di famiglie. Il vaccino è la soluzione principale. E’ del tutto evidente che una campagna di vaccinazione estesa e rapida blocca la diffusione del virus, ne limita gli effetti in termini di ricoveri e soprattutto di morte. La politica dovrebbe guidare tutto ciò. Ma l’Italia è un paese strano, da molti decenni ormai. E’ un paese capace di individuare soluzioni innovative, di diffondere atti e catene di formidabile solidarietà, di pensare al futuro in modo nuovo individuando con lucidità le questioni nodali da affrontare. Ma da un altro lato, il cui peso è purtroppo equivalente, è capace di sviluppare e diffondere una in-cultura fondata sul “si dice” e sull’ignoranza, sulla denigrazione costante della scienza, sulla pericolosa sottovalutazione di ciò che in modo inoppugnabile accade intorno alle persone. Nei giorni scorsi la mediocre, e spesso inguardabile, stampa mainstream italiana ha diffuso, in modo irresponsabile, le dichiarazioni quotidiane di rappresentanti politici della destra italiana in cui si afferma che la vaccinazione non serve a chi ha meno di 40 anni e che è da evitare assolutamente nelle categorie anagrafiche più giovani perché tanto gli effetti di una infezione sono di scarsa rilevanza. Si tratta di affermazioni continue del leader della Lega, Salvini, e di altri esponenti di quel partito e di Fratelli d’Italia. Se queste dichiarazioni irresponsabili possano essere mediaticamente comprensibili per un partito, FdI, che è all’opposizione, sono inaccettabili per un partito che è al Governo e che occupa ruoli di responsabilità politica. Perché la situazione è molto seria e non è ammissibile che chi ha ruoli di responsabilità giochi, per puri fini elettorali, a diffondere false notizie e a cavalcare l’ondata antiscientifica e no-vax presente nel nostro paese. Scegliere di non vaccinarsi in questo momento significa due cose: assumersi la responsabilità di alimentare confusione, basata su teorie farlocche e senza alcuna base scientifica, e quindi rallentare la campagna di vaccinazione; l’andamento della pandemia sta dimostrando come il virus, invece, si attrezzi e si modifichi rapidamente per continuare a vivere e colpisca con sempre maggiore aggressività e ferocia. I dati di contagio nel mondo lo dimostrano. La conseguenza di tutto ciò è il blocco della ripresa economica e sociale e un ritorno, invece, ad un aggravamento della crisi nonché riproporre la difficoltà di riaprire le scuole. E il problema non si risolve puntando il dito sui pochi insegnanti che non si sono vaccinati ma solo vaccinando rapidamente i milioni di ragazze e ragazzi che ancora non lo hanno fatto.

Questo è un momento decisivo per il futuro del paese e non si risolveranno i problemi ponendo divieti ma solo con il completamento nel minor tempo possibile della campagna di vaccinazione.

In questo paese sembra che ormai si possa andare avanti solo costruendo sistematicamente l’idea di un nemico da combattere e sconfiggere anziché cercare di ricostruire una comunità che pensi al futuro con diversità di opinione ma applicando il principio del rispetto dell’altro. Non è ammissibile che la politica giochi pensando sempre e solo alle prossime elezioni da vincere. La politica ha il compito di pensare ad un futuro collettivo e di individuare le soluzioni ai problemi e ai conflitti per realizzare quel progetto. Siamo stanchi di odio, di sciocchezze che diventano verbo, di un vento antiscientifico lontano dalla realtà, della diffusione di idee malsane e medievali che distruggono l’idea di collettività e in cui le scelte individuali e ideologiche minano la salute pubblica e alimentano razzismo e qualunquismo. Come Fisac/CGIL riteniamo che se il senatore Salvini è in possesso di una teoria scientifica che possa dimostrare che vaccinarsi per chi ha meno di 40 anni non serve a nulla, la tiri fuori e ne discuta con chi ha competenze mediche e scientifiche. Perché la gente ha bisogno, in questo momento, di confrontarsi con la realtà. Altrimenti se la sua idea, come quella di tal Lollobrigida nell’intervista rilasciata al quotidiano la Repubblica (piazzata in mezzo a due pagine di terrore covid), è solo una sparata per acquisire consensi tra i giovani, si assuma la responsabilità di lasciare il Governo del paese a chi, invece, si affida alla scienza e alla difesa della salute pubblica. E’ troppo comodo lucrare sugli scranni del governo e su quelli dell’opposizione. Faccia una scelta di chiarezza e la smetta di confondere un popolo devastato e confuso. Questa è l’ora della responsabilità e della cultura, non quello dell’ignoranza e della protervia di stampo fascista.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Pensavamo fosse un accordo, invece era un “pacco”

Il 29 giugno il Governo e le parti sociali hanno firmato un accordo sullo sblocco dei licenziamenti selettivo, atto di superamento del blocco dei licenziamenti in seguito alla crisi derivante dalla pandemia Covid 19. Solo alcune categorie, quelle che hanno particolarmente risentito degli effetti della crisi, tra cui tessile e moda, hanno avuto la conferma del blocco dei licenziamenti. Le altre categorie invece hanno ottenuto lo sblocco con un avviso da parte del Governo di licenziare solo dopo aver utilizzato tutte le possibili forme e modalità di ammortizzatori sociali esistenti, a partire dalle 13 settimane previste di Cassa Integrazione. E’ stato costituito inoltre un osservatorio, definito tavolo permanente, per monitorare l’utilizzo degli ammortizzatori in questa fase di ripresa.

Nella notte del 3 luglio 2021 la Gianetti Fad Wheels ha inviato, alla fine del turno del sabato, una mail in cui ha comunicato il licenziamento dei 152 dipendenti e la chiusura dello stabilimento di Ceriano Laghetto, in provincia di Monza. Lo stabilimento era attivo da oltre cento anni.

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 2021 la GKN Driveline ha inviato un messaggio Whatsapp ai 422 dipendenti avvisandoli del loro licenziamento e della chiusura dello stabilimento.

Il 14 luglio 2021 la Whirpool, multinazionale nel settore degli elettrodomestici, avvia la procedura di licenziamento dei 442 dipendenti dello stabilimento di Napoli.

Sono tutti settori che rientrano nelle casistiche dell’accordo nazionale di cui sopra. Quindi, in punta di diritto, prima di procedere ai licenziamenti erano obbligate a percorrere la via dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali.

Invece, nel leggere le motivazioni delle imprese, si capisce chiaramente che le ragioni delle chiusure sono tutte nella scelta di delocalizzare gli stabilimenti in paesi in cui produrre costa di meno. La logica di fondo è quindi puramente capitalista e nulla di più. Le imprese non si riconoscono alcuna funzione sociale; a loro non interessa mitigare i catastrofici effetti di questa scelta sui dipendenti e sulle loro famiglie, soprattutto in un’epoca di pandemia. No, a loro interessa semplicemente ricercare il profitto e il pagamento dei dividendi agli azionisti. La tutela delle persone che gli consentono il raggiungimento di quei profitti e la qualità del prodotto finito mediante le loro competenze a loro non interessa minimamente.

Ci dispiace ancora una volta dover constatare che la firma di un accordo, importante nei contenuti e nelle prospettive politiche di tutela del Lavoro si trasformi nel giro di qualche giorno in carta straccia senza alcun valore per le imprese rappresentate dalle loro organizzazioni sociali.

Ancora una volta in Italia gli interessi del capitale e delle imprese hanno la meglio su tutto: sul diritto, sulle scelte politiche, sul ruolo delle organizzazioni sindacali. E questo non va bene. La pandemia da coronavirus, dispiace doverlo ricordare ancora una volta, è stata combattuta grazie al ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno rischiato il corpo e la vita per continuare a garantire la produzione di beni e di servizi indispensabili per la sopravvivenza di una intera società.

Ora che il rischio si sta attenuando, sono proprio loro a pagare ancora una volta per la tutela degli interessi imprenditoriali e del raggiungimento di un profitto finanziario. Decine di migliaia di persone rischiano il licenziamento e l’andamento cronologico di quel che sta accadendo purtroppo lo dimostra inequivocabilmente.

Purtroppo la firma di questi accordi non è più sufficiente. Servono strumenti realmente esigibili per tutelare il futuro del Lavoro e delle persone che lo incarnano. Non è più ammissibile subordinare la difesa degli interessi delle persone a quelle del Capitale e del profitto. Servono anche strumenti che consentano di individuare le reali responsabilità manageriali nella gestione delle imprese. Non è più accettabile assistere ai licenziamenti in presenza di bonus milionari a manager che hanno affossato le imprese. E’ necessario costruire un punto di equilibrio più alto ed è necessario che le Lavoratrici e i Lavoratori siano parte attiva di questo cambiamento attraverso le loro Organizzazioni Sindacali che, forse, dovrebbero ricominciare a rifiutare la firma di alcuni accordi per costruirne democraticamente di nuovi e più avanzati negli strumenti e negli obiettivi.

Dipartimento Fisac/CGIL Brindisi

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Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

un romanzo di Mark Haddon 

Il mondo è caotico e la vita è frenetica. Di fronte ai problemi della vita spesso fuggiamo. Se qualcuno intorno a noi è in difficoltà, non ce ne accorgiamo o sminuiamo la faccenda o gli voltiamo le spalle. 

Christopher è migliore di noi. Ha bisogno di capire, di trovare l’ordine laddove non pare esserci e, soprattutto, ha bisogno di verità. Ha quindici anni e soffre di una forma di autismo. Un giorno, il cane della sua vicina viene ucciso e imitando il suo eroe, Sherlock Holmes, decide di scoprire il colpevole. Per farlo, dovrà necessariamente muoversi in mezzo alla gente, dovrà “socializzare”.

Decide anche di scrivere un libro sul caso dandoci modo di vedere il mondo con i suoi occhi, di vivere le sue paure e di stupirci quando verrà alla luce un mistero ben più profondo che lo riguarda.

Capiremo anche le quotidiane preoccupazioni dei genitori e degli insegnanti che seguono nella crescita i ragazzi come Christopher e l’importanza di creare una società veramente inclusiva. 

Buona lettura!

Danilo Gianniello

Dipartimento Comunicazione Fisac CGIL Brindisi

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I sindacati in piazza contro i licenziamenti.

A Firenze, Torino e Bari, CGIL, CISL e UIL si sono fatti sentire: piazze piene come non accadeva da prima della pandemia, simbolo di un’Italia che vuol restare unita e fondata sul lavoro.

Il messaggio è chiaro: bisogna evitare lo scoppio della bomba sociale, riformare gli ammortizzatori sociali, sconfiggere il precariato e lo sfruttamento ed investire sulla sicurezza per fermare le morti sul lavoro.

Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini dalla piazza di Torino esorta: “Questo Paese cambia solo se cambia insieme al lavoro e per sostenere il lavoro! Noi non saremo disponibili né oggi né mai ad accettare un peggioramento! Lo sappia il governo, lo sappiano le forze politiche, lo sappiano le imprese!”

Il rischio sociale esiste ed è sbagliato negarlo. Deve averlo compreso il ministro Orlando che rassicura i lavoratori confermando che il governo interverrà con una nuova proroga del blocco dei licenziamenti e un congelamento. Secondo indiscrezione, però, il congelamento sarà selettivo e con un’attenzione particolare al settore tessile-calzaturiero.

La soluzione non sarebbe né giusta né sufficiente. Il blocco dei licenziamenti deve essere prorogato per tutti i lavoratori, senza distinzioni, almeno fino al mese di ottobre. Nel frattempo, bisogna lavorare su un programma di formazione e riqualificazione professionale che permetta a chi rischia il posto di lavoro di trovarne un altro.

Non ci può essere ripresa economica senza sviluppo sociale. Non ci può essere sviluppo sociale senza Lavoro e Uguaglianza.

L’iniziativa sindacale ha ottenuto un risultato con la firma di un Accordo giunto dopo sei ore di serrata trattativa. Nell’intesa si è stabilito di utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali disponibili per legge prima dei licenziamenti e di mantenere il blocco dei licenziamenti per i settori del tessile, scarpe e moda che sono quelli più colpiti dagli effetti della pandemia, sino al 31 ottobre 2021. E l’impegno a far nascere un tavolo di monitoraggio a palazzo Chigi “con lo scopo di seguire l’attuazione dell’intesa e governare eventuali emergenze sociali”. La parola chiave è avviso comune, sottoscritto insieme da Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Alleanza delle Cooperative, Confapi e firmato dal Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e dal ministro del Lavoro Andrea Orlando. “Le parti sociali alla luce della soluzione proposta dal Governo sul superamento del blocco dei licenziamenti, si impegnano a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente ed il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro – si legge nell’avviso – Auspicano e si impegnano, sulla base di principi condivisi, ad una pronta e rapida conclusione della riforma degli ammortizzatori sociali, all’avvio delle politiche attive e dei processi di formazione permanente e continua”. Insomma un segnale importante sul lavoro e l’impegno a confrontarsi a breve su riforma degli ammortizzatori sociali e del fisco.

Il risultato finale è importante e frutto di una mediazione ma va monitorato nei vari settori con grande attenzione e con un ruolo attivo delle organizzazioni sindacali.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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MALA TEMPORA

MALA TEMPORA

Le notizie sono finalmente positive, la vaccinazione di massa sta dando i suoi frutti, il ritorno alla quasi totale normalità sembra prossimo.

È tempo, allora, di bilanci, valutazioni, considerazioni, analisi, progetti.

Occorre, innanzitutto, partire da una accurata analisi della situazione economica, politica, sociale per operare delle scelte consapevoli sul futuro prossimo e remoto e per fornire un supporto valido alle generazioni future.

Gli indicatori di politica economica e sociale sono quanto meno contraddittori e richiedono una accurata analisi per una lettura chiara ed univoca.

I numeri della pandemia stanno progressivamente migliorando (ad oggi 21 06 2021 abbiamo 881 nuovi casi, 17 morti; il 24 % della popolazione italiana ha ricevuto una dose di vaccino, il 26,61 % ha ricevuto entrambe le dosi.); la quasi totalità delle regioni è tornata in zona bianca, il green pass europeo consentirà la libera circolazione in Europa.

Si torna alla vita normale, a fare acquisti, viaggiare, uscire a cena, andare al cinema, a riprendere tutti quei comportamenti che danno un senso alla nostra vita, avvalorando la quotidianità.

La ripresa dei consumi sarà inevitabilmente rapida, favorita dalla entità delle spese, necessarie e non, sinora procrastinate e dalla enorme quantità di fondi (209 mln di euro), che l’ Unione Europea ha messo in campo, grazie alla sapiente e pervicace negoziazione dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte (abilmente defenestrato quanto si è trattato, poi, di stilare il programma di destinazione dei Fondi destinati all’Italia).

Il premier Draghi, benvoluto in Europa e ben visto dalla Confindustria e dai partiti di Destra, è la longa manus tramite cui i fondi saranno gestiti.

“Sbaglieremmo tutti a pensare che il PNRR sia solo un insieme di progetti, di numeri, obiettivi, scadenze. Nell’insieme dei programmi c’è anche e soprattutto il destino del Paese”, ha dichiarato Draghi alle Camere presentando il Recovery Plan.

Affermazione quanto mai veritiera e condivisibile; meno condivisibile è l’uso che di queste somme si farà.

Il premier ha in questi giorni nominato una Commissione tecnica, composta da quattro componenti e selezionati in modo quanto mai discutibile, che hanno il compito fondamentale di gestire i fondi.

Il quadro così definito ha spinto verso l’alto le prospettive di crescita del PIL; l’ISTAT ha stimato un incremento del 4,7% nel 2021 e del 4,4 %nel 2022). L’indice di fiducia delle famiglie, a cui si prospettano stime di crescita dell’economia e di miglioramento dei mercati, ha anch’esso un andamento positivo( a Maggio l’indice di fiducia consumatori è salito al 102,3; l’indice di fiducia delle imprese a 97,3 (rilevazione ISTAT).

L’ ultimo spread BTP BUND rilevato è pari a 105,7.

I progetti del PNRR, che di seguito sintetizziamo, sicuramente inducono ad una valutazione positiva dell’operato del governo:

Recovery Plan: la ripartizione delle risorse per Mission (ITALIA OGGI 16/06/2021 ):

· Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura: 40,32 miliardi dal PNRR + 0,8 miliardi da React-EU + 8,74 dal fondo complementare

· Rivoluzione verde e transizione ecologica: 59,47 miliardi dal PNRR + 1,31 da React-EU + 9,16 dal fondo complementare

· Infrastrutture per una mobilità sostenibile: 25,4 mld da PNRR + 6,06 dal fondo complementare

· Istruzione e ricerca: 30,88 miliardi dal PNRR + 1,93 mld da React-EU + 1 miliardo dal fondo complementare

· Inclusione e sociale: 19,81 mld dal PNRR + 7,25 da React-EU + 2,77 dal fondo complementare

· Salute: 15,63 miliardi dal PNRR + 1,71 da React-eu + 2,89 mld dal fondo complementare.

Quali sono, allora, le discrasie? Quali le problematiche?

Le indagini di mercato fotografano una situazione di deprecabile incremento delle disparità sociali, di famiglie che vivono in povertà assoluta, di lavoro precario, a termine, di regressione dei rapporti tra le parti sociali.

In Italia nel 2020 duemilioni di famiglie vivono in una situazione di povertà assoluta, con una crescita del 7,7 % rispetto al 2019. Il problema riguarda soprattutto il Sud, ma l’incremento maggiore si è avuto al Nord. Sono colpiti prevalentemente i lavoratori tra i 35 e i 44 anni e le famiglie numerose.

Nel primo trimestre dell’anno si sono persi quasi 900 mila posti di lavoro; il tasso di disoccupazione sale al 10,4% La lieve crescita dei contratti a termine( (+0,6%), non compensa la diminuzione dei ctr a tempo indeterminato(-1,1%) e degli indipendenti(-2,0%) (Repubblica 11.06.2021).

Le spinte inflazionistiche rilevate non sono, ad oggi, imputabili ad un incremento dei consumi, bensì ad un aumento della parte non regolamentata del prezzo dell’ energia.

Le prospettive per i giovani non sono rosee, gravati già alla nascita dal fardello del debito pubblico, peggiorato dalla pandemia, sottoposti ad un regime fiscale particolarmente gravoso, destinatari, nella migliore delle ipotesi di contratti a termine, sottopagati, sfruttati, maltrattati.

Frequenti i pestaggi in caso di espressione del malcontento o sciopero ( il culmine si è raggiunto con l’uccisione del sindacalista a Novara), assurde le elusioni colpevoli delle più basilari norme e forme di sicurezza ( vedasi il caso della manomissione della Funivia di Mottarone o dell’orditoio di Prato).

Dolosamente ignavi e colpevolmente incapaci di autoanalisi, gli imprenditori chiedono lo sblocco dei licenziamenti e lamentano la scarsa volontà di lavorare dei giovani, soprattutto se beneficiari del Rdc.

Si ignora, invece, volontariamente, l indolenza del governo nella lotta all’evasione, alla corruzione, alla equa distribuzione delle risorse tra Nord e Sud.

Da tutto questo risulta chiaro quanto sia importante, oggi più che mai, l’ intervento sindacale e la coesione delle forze politiche di sinistra che da sempre operano con ogni mezzo per la salvaguardia e la tutela dei lavoratori, dei disoccupati, dei più deboli.

È TEMPO DI DIVENTARE PROTAGONISTI DEL NOSTRO FUTURO, PRENDENDO IN MANO LE REDINI DELLA SITUAZIONE ED AGENDO SULLE LEVE A NOSTRA DISPOSIZIONE. IL FUTURO DIPENDE DA NOI.

Alessia Friggione

Dipartimento Comunicazione Fisac/ CGIL Brindisi

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Morte di un sindacalista. Addio Adil

Addio compagno Adil!
18/06/2021 – Biandrate, nei pressi di Novara.
Davanti al centro di distribuzione Lidl, oggi alle 7.30 già saliva la tensione alla manifestazione organizzata per rivendicare i diritti dei lavoratori della logistica nel giorno dello sciopero nazionale. Gli attivisti bloccavano gli ingressi e l’autista di un fornitore esterno all’azienda, spazientito, ha imboccato contromano la corsia d’entrata investendo il trentasettenne Adil Belakhdim, sindacalista coordinatore dei Cobas, e ferendo altri due manifestanti.
Adil lascia una moglie e due figli piccoli.
I lavoratori che stava difendendo sono ancora in presidio e ci rimarranno tutta la notte. Scandiscono il suo nome ed esprimono parole piene di rabbia e dolore:
“L’ha buttato giù, gli è passato sopra ed è scappato lasciandolo lì morto.”
“Per che cosa l’hanno ammazzato? Perché cosa? Per chiede i diritti dei lavoratori!”
“Aiutava tutti e questo è il risultato!”
Il camionista, un italiano di 25 anni, si è costituito. Raggiunto in autostrada dai Carabinieri, è stato arrestato con l’accusa di omicidio stradale e resistenza a pubblico ufficiale.
È necessario che sia fatta subito luce sull’accaduto.
La Lidl ha tenuto a precisare che il camionista arrestato lavorava per un fornitore terzo e che a tutti i 2.500 lavoratori delle 10 piattaforme logistiche viene applicato il contratto collettivo nazionale della distribuzione moderna organizzata con integrativo.
I lavoratori però denunciano turni massacranti e un part-time che rimane solo sulla carta.
Nella Logistica, la conflittualità è in aumento. Per questo, anche stamattina, stava protestando Adil.
CGIL, CISL e UIL hanno proclamato per domani e dopodomani due giorni di sciopero per tutti i lavoratori del comparto.
L’episodio è gravissimo. È assurdo morire a lavoro. È assurdo morire nell’esercizio delle libertà sindacali. Tutto questo è purtroppo figlio di un contesto, anche per scelte della politica, in cui ancora una volta hanno la priorità le ragioni e i bisogni delle imprese anziché la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori colpiti molto duramente dagli effetti della pandemia.
È fondamentale far rispettare le norme di sicurezza, fare chiarezza nelle regole per appalti e subappalti e intervenire fortemente per riaffermare i diritti, troppo spesso ignorati, dei lavoratori.
Il 26 giugno, CGIL, CISL e UIL manifesteranno a Torino, Firenze e Bari per le tutele di tutti i lavoratori. Riprende una campagna di mobilitazione per rimettere al centro del dibattito e delle scelte del Governo Draghi i temi sindacali e del mondo del lavoro.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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CONTRADDIZIONI. Capitolo 1

Da oggi vorremmo scrivere sulle contraddizioni cui ci troviamo di fronte nella nostro essere lavoratori.

L’idea nasce da un libro Ezio Manzini, professore onorario al politecnico di Milano ed esperto di design per la sostenibilità, “Abitare la prossimità, Idee per la città dei 15 minuti”.

L’autore espone la sua idea di città in cui i centri lavorativi, culturali e ricreativi siano raggiungibili da chiunque in un quarto d’ora al fine di ridurre l’inquinamento e lo stress causato dagli spostamenti.

Per realizzare una città, o meglio, una società a misura d’uomo occorrono comunità, cura e innovazione digitale.

Salta all’occhio come noi in vece abitiamo nelle città delle distanze. Migliaia sono i pendolari che ogni giorno devono recarsi a lavoro in città a chilometri di distanza mentre chi abita in quella città, per lo stesso motivo, fa il percorso contrario.

Vivere in questo modo è contradditorio. È controproducente per la salute, l’economia e la vita dei lavoratori e delle loro famiglie.

È deleterio per l’ambiente perché gli spostamenti e la produzione dei mezzi di trasporto generano emissioni di CO2 e di altre sostanze inquinanti.

Ci piace pensare che per superare il problema basti continuare lavorare. Lavorare non più per far arricchire solo le imprese ma lavorare per trasformare in meglio le nostre città che sono lo specchio della nostra cultura.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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ZERO

Questa settimana vi proponiamo la recensione di una bella serie TV diffusa sulla piattaforma Netflix: Zero. E’ una serie moderna che affronta diversi temi importanti e sottovalutati interpretata da un gruppo di giovani attori molto bravi. La serie è ispirata al libro di Antonio Dikele Distefano “Non ho mai avuto la mia età”. Questa serie racconta la storia degli “invisibili”, quegli italiani di prima o seconda genera<ione che, in genere, non sono quasi mai raccontati in letteratura e nella filmografia contemporanea.

Chi è Zero? E’ un giovane ragazzo italiano, figlio di una famiglia di diversa provenienze etnica, dotato di un superpotere: diventa invisibile quando è soggetto a forti emozioni.

Zero lavora come rider in una piccola pizzeria in un quartiere periferico chiamato Barrio, quartiere in cui lui abita. Zero ha una grande passione: disegnare fumetti, in cui è molto bravo. Il suo sogno è andare all’estero per realizzare la sua passione e fuggire da una realtà in cui si sente stretto e senza prospettive. Il Barrio è un quartiere abitato da famiglie dalle varie provenienze etniche; è un quartiere vivace, pieno di colore, ed è oggetto di una speculazione edilizia governata dalla malavita. Zero si innamora di una giovane e promettente architetta milanese, figlia per l’appunto proprio dell’amministratore della società che ha avviato l’attività speculativa sul Barrio.

Ma Zero ha un gruppo di amici, anche loro nati a Milano e con provenienze e storie differenti, che considerano il Barrio la loro casa e che sono disposti a tutto pur di difenderlo dalla speculazione.

Ovviamente questa loro scelta li esporrà a pericoli e scoperte incredibili e che animeranno la serie sin dai primi minuti.

La prima serie si sviluppa nell’arco di otto puntate. Notevole è la caratterizzazione dei personaggi, grazie anche alla bravura delle attrici e degli attori. Zero è una serie appassionante in cui l’aspetto “SuperHero” è secondario rispetto alla storia in cui, invece, sono centrali le difficoltà sociali ed economiche di quella realtà raccontata ma soprattutto la bellezza dell’integrazione multiculturale e del desiderio di riscatto sociale.

Guardatela: merita attenzione.

Galileo Casone. Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Poco smart e troppo working Anatomia di un’occasione persa

Lo smart working che non era lui. È l’impressione più netta che si ricava guardando da vicino il “lavoro agile” e valutandone la dimensione di fenomeno sociale, o la sua percezione generalizzata, o la comunicazione che ne circola nel vasto tessuto del discorso quotidiano. Da oltre un anno parliamo di un oggetto che ha assunto una forma preterintenzionale e alimentiamo uno slittamento semantico divenuto irrimediabile. Perché ormai lo smart working (Sw) è questa cosa qui, come lo sono tutte le cose a partire dal senso che si attribuisce loro e nella misura in cui vengono comunicate e credute.

Scaraventati senza preavviso dentro la nuova modalità che mixa tempo di lavoro e tempo della vita, ci siamo adattati come ci è riuscito. Impossibilitati a chiederci se davvero si trattasse di Sw e non di una serie di approssimazioni, in qualche caso molto lontane dal modello disegnato. Talmente lontane da lasciar pensare che “questo” Sw sia un’occasione persa, che ormai abbia preso forma difforme e non più rimediabile.

Questa prospettiva emerge da un programma di ricerca, sviluppato su 41 interviste in profondità, condotto in Toscana tra fine dicembre 2020 e marzo 2021 su impulso della Fisac Cgil di Siena e della Toscana, con la collaborazione della Cgil regionale, incentrato sul settore del credito e dei servizi finanziari. Gli intervistati, equamente distribuiti per genere e età, sono dipendenti di mansioni e gradi diversi in Monte dei Paschi di Siena, Intesa San Paolo e Nexi. Dall’elaborazione dei dati, le cui risultanze definitive saranno contenute in una pubblicazione prevista per l’autunno, emerge un quadro di estrema complessità, che prefigura una ristrutturazione in corso di cui soltanto col ritorno alla normalità si potrà cominciare a cogliere gli effetti.

Chiamalo col suo nome

Questione numero uno: è davvero “smart” o stiamo vivendo un enorme equivoco? Secondo la definizione data dal ministero del Lavoro è Sw «una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro». Ciò che si ricava dalle parole degli intervistati corrisponde a questa definizione? Praticamente mai. Perché in termini generali quello fatto dagli intervistati è il lavoro d’ufficio fatto in orario d’ufficio e con tempistica d’ufficio, ma da casa. Home working , se proprio si vuole insistere con l’inglesorum.

Qualcuno è consapevole della differenza e la illustra in modo schietto come fa Luigi, 41 anni, settore operations : «Lo Sw io non lo conosco perché quello che facciamo noi non è Sw. Per cui lo definirei male. Potrei definire invece quello che stiamo facendo come Remote working (Rw), che sarebbe una buona base per mettere giù e contrattualizzare ciò che dovrebbe essere lo Sw, perché non credo che con questo Rw si possa andare dopo la fine dello stato di emergenza». Sono molte altre le risposte piene di consapevolezza rispetto allo scarto fra ciò che dovrebbe essere e ciò che effettivamente viene fatto. Ma anche chi si limita a rispondere dicendo ciò che fa non si discosta da quella rappresentazione. Sicché lo Sw è «la possibilità di lavorare da casa data dal datore di lavoro» (Fabio, 53 anni, addetto linea valore), o «un modo di lavorare da casa, o comunque da altri posti diversi dalla sede di lavoro» (Marina, 45 anni, amministrativa), o «lavoro che si svolge a casa con un computer, come in ufficio, manca solo il contatto col pubblico» (Sabina, 54 anni, impiegata).

E poiché la caratterizzazione domestica dello Sw diventa un motivo condiviso ne deriva che le conseguenze vengano valutate quasi sempre col parametro della vita personale anteposto a quello dell’organizzazione del lavoro. Con espressioni che vanno da un estremo («Con lo SW sono rinata», ancora Marina) all’altro («Una fregatura. Sono a casa ininterrottamente da marzo 2020 e dove abito ho pure problemi di connessione», Domitilla, 52 anni, settore contabilità). 

Il giudizio oscilla anche a seconda delle mansioni svolte. Alcune fra le quali sono proprio non declinabili in Sw. Come quella di Moreno, 57 anni, che in filiale fa il cassiere e inoltre, per ragioni di salute, non è stato mai fatto rientrare in filiale nemmeno dopo che, passata la fase più rigida del lockdown, nella sua sede di lavoro è stata avviata l’alternanza per squadre: «Chiamo giorno per giorno i colleghi per chiedere che mi diano qualcosa da fare, mi devo quasi prostituire per riuscire a sbarcare la giornata. Ho anche fatto tutti i corsi di formazione che l’azienda ha messo a disposizione per compensare le fasi di inattività, ma la verità è che per la gran parte non mi tornano utili perché non hanno valenza sul piano applicativo».

Un tempo fluidificato

Ma c’è anche chi discerne fra le esigenze personali e quelle del ruolo lavorativo. È il caso di Emilia, 34 anni, settore premium . Due gravidanze ravvicinate l’hanno tenuta a lungo lontana dal luogo di lavoro, poi al momento di rientrare è arrivato il lockdown. La permanenza in casa, prima di tornare al lavoro alternato per squadre in filiale, le ha permesso di risparmiarsi un pendolarismo da circa un’ora e mezza giornaliere, e in questo senso la soluzione dello Sw è stata “positivissima”. 

Ma c’è anche da valutare l’altra parte della questione: «Sono stata a lungo lontana dal posto di lavoro e di conseguenza avevo concreto bisogno di aiuto, di formazione per rientrare nel ruolo, dunque dei colleghi. Di chi mi spiegasse come sono cambiate le cose mentre non c’ero. Quell’aiuto lì è insostituibile, anche per chi svolge una mansione individuale come la mia. Che poi anche per le mansioni individuali la dimensione di gruppo è importante perché il confronto coi colleghi ti aiuta a superare i problemi». E quanto all’utilizzo dello Sw in alternanza dà un’indicazione che nelle interviste è ricorrente: «Lo Sw diventa un tempo protetto per determinati adempimenti. Serve a predisporre il lavoro da fare in filiale. Perché sul lavoro hai continue distrazioni, dal chiasso dei colleghi al cliente che si presenta senza appuntamento ma devi comunque assisterlo. A casa invece la concentrazione è piena».

Già, la concentrazione. Che si sviluppa meglio in casa che sul posto di lavoro («In ufficio tocca ascoltare la musica in cuffia per concentrarmi, a casa no» dice Ilaria, 48 anni, direzione generale). Ma la variabile davvero rivoluzionata è quella del tempo. 

Lo si scopre in modo quasi causale, grazie a una di quelle domande la cui complessità emerge soltanto dopo essere stata posta nelle prime interviste: «Quando è in Sw le sembra di lavorare di più o di meno rispetto a quando è in ufficio?». Interrogativo che come risposta suscita un contro-interrogativo: «Intende chiedermi se lavoro per un numero maggiore di ore durante il giorno, o se lavoro di più nello stesso numero di ore?». Ecco una questione essenziale: in Sw si lavora di più in estensività o in intensività? Dalle risposte si evince che, in entrambi i sensi, si lavora “molto di più”.

Diritto alla disconnessione

Parecchi lavorano oltre l’orario d’ufficio. Anche molto oltre. «Certe mattine mi capita di leggere mail inviate da colleghi il giorno prima a orari improponibili» riferisce Alessandro, 59 anni, addetto al back office che si trova in Sw quasi ininterrottamente dall’inizio della pandemia. E si tratta di una tendenza a cui molti finiscono per cedere. Ma c’è anche l’altro aspetto, quello della maggiore produttività del lavoro durante il medesimo arco di tempo. Lavorare da casa favorisce la produttività, si tratta di un’indicazione sulla quale c’è una diffusa concordanza. Ma se la produttività aumenta sarà mica il caso di rivedere al rialzo le retribuzioni? Ecco un tema che potrebbe porsi, nel contesto di un riequilibrio complessivo che riguarda costi di gestione e utili d’impresa. Nel dibattito sullo Sw il tema dell’accresciuta produttività del lavoro entra di soppiatto e stenta a rendersi visibile.

È invece ben presente il tema del tempo di lavoro che si estende e sfiora la dismisura, con effetti che rischiano di essere deleteri per chi si attiene con scrupolo all’orario di lavoro. Racconta Riccardo, 36 anni, tecnico di consorzio: «Quando mi capita di fare tardi la sera vedo che ci sono le solite 7-8 persone che sono sempre connesse e c’è invece chi decide, al suo orario, di spegnere il computer e andare via. E va bene trattenersi un po’ più a lungo se c’è una necessità, ma se succede sempre va a finire che io mi senta quasi un bandito perché ho lasciato lì gli altri a lavorare». Questione molto scivolosa. Perché, estratto dal suo contesto spaziale, l’ufficio, e trapiantato nello spazio domestico, il lavoro perde anche gli argini. La possibilità di connettersi in qualsiasi momento elimina ogni limite e c’è chi per alto senso della missione, o malinteso patriottismo aziendale, finisce per alzare l’asticella dell’impegno a scapito di altri. In cambio di un salario che rimane immutato. È anche tenendo conto di questo aspetto che si impone adesso più che mai la riflessione sul diritto alla disconnessione, la libertà dal lavoro nell’epoca in cui il cellulare e le mail aziendali rendono raggiungibili e reperibili anche la notte o nei festivi. Ma è davvero una questione di diritto alla disconnessione, o piuttosto si tratterebbe di imporla, la disconnessione, a aziende e dipendenti? «Può succedere che non si arrivi a darsi delle regole – confessa Lisanna, 45 anni, settore formazione, che strappa un’ora fra una conference call e l’altra per sottoporsi all’intervista – e non c’è nessuna imposizione a lavorare a questi ritmi. Va a finire che sei tu a volerlo. Questo modo alla lunga è deleterio anche per l’azienda».

Ristrutturazioni in corso

È uno strano panorama umano quello del lavoro nel tempo dello Sw. Dove i poli estremi non sono occupati da lavoratori coscienziosi e imboscati, ma da lavoratori coscienziosi e stakanovisti a rischio workaholic . Categoria, quest’ultima, a cui s’iscrivono i responsabili di struttura o di team, travolti dall’alchimia da loro avviata di riunioni e conference convocate a raffica per continuare a mantenere una parvenza di controllo in condizioni così mutate. «Per certe cose lo Sw non è gestibile se non vengono corretti alcuni aspetti gerarchici – afferma Giancarlo, 49 anni, addetto al credito –. Il problema è che chi non sa gestire un team finisce per partecipare a tutte le riunioni a distanza. Poi magari non interviene ma sta lì, o passa da una riunione all’altra quando invece bisognerebbe limitare il numero di riunioni cui ognuno partecipa. E invece va a finire che sei sempre online e che ti ci vedono, online, perciò si sentono autorizzati a mandarti una mail o a contattarti».

Tutto ciò è il segno di una ristrutturazione in corso. E tale ristrutturazione si sta muovendo su tutti i livelli. A partire dai luoghi di lavoro, che quando sarà finita l’emergenza da pandemia non saranno più quelli di prima. Lo svuotamento degli uffici ha comportato un imponente taglio dei costi: pulizia, riscaldamento o aria condizionata, energia elettrica, carta, stampanti, manutenzioni, tutte voci la cui incidenza è precipitata. Nel complesso rientra anche il ticket restaurant , il cui taglio viene contestato quasi all’unanimità dagli intervistati. 

Ma le aziende possono contare soltanto sul risparmio e sul taglio dei costi per rilanciarsi nel pieno della crisi pandemica? Domanda che direzioni e azionisti farebbero bene a non ignorare, perché la dimensione del lavoro di gruppo, che nel frattempo si è ritratta, è anche un incubatore di idee e soluzioni che non può essere sacrificato tout court alla ragione della compressione dei costi. Eppure la prospettiva che emerge dalle interviste è questa: alternanza stabilizzata sul luogo di lavoro, all’interno di unità lavorative meno estese e senza postazioni fisse. Per molti la “propria scrivania” rimarrà un ricordo del periodo pre-pandemia. Il nuovo regime sarà l’accesso d’ufficio su prenotazione con postazione variabile.

Questa ristrutturazione complessiva è la più vasta eredità dello Sw, che adesso viene accolto come una formula positiva dopo essere stato visto con sospetto, se non osteggiato, prima che giungesse il Covid. Racconta ancora Ilaria: «Facevo già lo Sw prima della pandemia. Ma fino a quel momento i nostri responsabili non lo vedevano di buon occhio. Non ci fornivano nemmeno il pc aziendale per lavorare da casa. Toccava andare a recuperare dagli armadi i portatili lasciati in eredità dai dipendenti andati in pensione e ce li dovevamo giostrare fra tutti coloro che facevano lo Sw». «Sì, da parte dei responsabili c’era diffidenza nei confronti dello Sw – conferma Roberto, 45 anni, addetto al reparto tecnico informatico –, quasi lo boicottavano. Penso che lo vedessero come un modo di perdere il controllo, di allentare le redini che hanno sempre avuto tra le mani. Ma ora hanno cambiato idea. E hanno cominciato a sperimentare la formula degli uffici condivisi. Dicono che sono progetti pilota ma in realtà le decisioni sono già state prese». In questa traiettoria dello Sw per come è stato percepito da chi nelle aziende riveste ruoli gerarchicamente superiori, col repentino passaggio da elemento di fastidio perché significava perdita di controllo a insperata opportunità per avviare una vasta ristrutturazione, c’è tutto il senso di una preterintenzionalità che è la reale cifra dello Sw all’italiana. Una formula che avrebbe dovuto essere un mix fra razionalizzazione aziendale e diritto del lavoratore, e che invece usata nell’emergenza ha destrutturato il luogo di lavoro come comunità consegnando alle direzioni uno strumento per rivoltare le relazioni industriali, l’organizzazione del lavoro e la catena di produzione del valore. Con effetti al momento imprevedibili.

Privatopia

Il vasto materiale di interviste (circa 35 ore di registrazioni) mette a disposizione numerosi altri spunti di riflessione. Fra i tanti merita di essere menzionato quello relativo all’abbattimento del confine tra tempo di lavoro e tempo di vita, e al mix forse non più distinguibile fra le due dimensioni.

Riferisce Ilaria: «A casa il mio posto di lavoro è in cucina. Preparo da mangiare e ho il pc aziendale sul tavolo da pranzo. Lo tolgo via da lì soltanto nel weekend». 

Un tema su cui insiste Moreno: «Non si riesce più a distinguere una cosa dall’altra. Per dire, domenica scorsa sono rientrato dalle ferie. Ma rientrato per modo di dire, dato che non mi sono mai mosso da casa». 

Su questo fronte la frase più significativa la pronuncia Gloria, 47 anni, settore auditing. Per lei l’esperienza dello Sw è nel complesso positiva perché le consente di vivere meglio la dimensione familiare. 

Racconta di essersi ricavata uno stanza-studio per fare lo Sw. E quando le si chiede se riesca davvero a staccare al termine dell’orario d’ufficio, o se piuttosto le sembri di avere sempre il lavoro in mente o di ritrovarselo in ogni angolo di casa, risponde: «No, quando la giornata finisce chiudo il lavoro dentro quella stanza». 

Prima della pandemia usava dire che il lavoro venisse chiuso fuori dalla porta di casa. Adesso bisogna sigillarlo a chiave in una stanza, e magari evitarla fino all’indomani. L’enclave domestica dello Sw. Siamo cambiati nel profondo e non ne abbiamo ancora piena coscienza.

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Pippo Russo

firenze

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La Repubblica delle scelte

Il 2 giugno del 1946, gli Italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. 

Oggi festeggiamo la nostra Repubblica ma soprattutto il fatto di aver potuto scegliere, opportunità ottenuta grazie al sacrificio di tanti connazionali. 

Nella gestione degli interessi pubblici non si può essere sicuri che si stia per compiere una scelta giusta o sbagliata, giudizio che può essere emesso soltanto valutandone gli effetti.

È pur vero che si può e si deve scegliere con onestà, trasparenza, senza secondi fini ed evitare di reiterare gli errori del passato. 

Scegliamo di accogliere gli immigrati e non di respingerli. Sono donne e uomini, sono lavoratrici e lavoratori.

Convogliamo i nostri sforzi nella tutela dell’ambiente e nella conversione ecologica delle attività produttive mentre invece si trivella ovunque in cerca di gas naturale e petrolio o per la realizzazione della cosiddetta Alta Velocità.

Scegliamo di migliorare la Sanità ed i Trasporti e favorire l’innovazione tecnologica. 

Combattiamo gli sprechi, riformiamo il fisco e lottiamo seriamente contro l’evasione fiscale.

Incentiviamo l’istruzione.

Reagiamo alle crisi con le assunzioni e non con i licenziamenti. Scegliamo il Lavoro, sempre!

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