ZERO

Questa settimana vi proponiamo la recensione di una bella serie TV diffusa sulla piattaforma Netflix: Zero. E’ una serie moderna che affronta diversi temi importanti e sottovalutati interpretata da un gruppo di giovani attori molto bravi. La serie è ispirata al libro di Antonio Dikele Distefano “Non ho mai avuto la mia età”. Questa serie racconta la storia degli “invisibili”, quegli italiani di prima o seconda genera<ione che, in genere, non sono quasi mai raccontati in letteratura e nella filmografia contemporanea.

Chi è Zero? E’ un giovane ragazzo italiano, figlio di una famiglia di diversa provenienze etnica, dotato di un superpotere: diventa invisibile quando è soggetto a forti emozioni.

Zero lavora come rider in una piccola pizzeria in un quartiere periferico chiamato Barrio, quartiere in cui lui abita. Zero ha una grande passione: disegnare fumetti, in cui è molto bravo. Il suo sogno è andare all’estero per realizzare la sua passione e fuggire da una realtà in cui si sente stretto e senza prospettive. Il Barrio è un quartiere abitato da famiglie dalle varie provenienze etniche; è un quartiere vivace, pieno di colore, ed è oggetto di una speculazione edilizia governata dalla malavita. Zero si innamora di una giovane e promettente architetta milanese, figlia per l’appunto proprio dell’amministratore della società che ha avviato l’attività speculativa sul Barrio.

Ma Zero ha un gruppo di amici, anche loro nati a Milano e con provenienze e storie differenti, che considerano il Barrio la loro casa e che sono disposti a tutto pur di difenderlo dalla speculazione.

Ovviamente questa loro scelta li esporrà a pericoli e scoperte incredibili e che animeranno la serie sin dai primi minuti.

La prima serie si sviluppa nell’arco di otto puntate. Notevole è la caratterizzazione dei personaggi, grazie anche alla bravura delle attrici e degli attori. Zero è una serie appassionante in cui l’aspetto “SuperHero” è secondario rispetto alla storia in cui, invece, sono centrali le difficoltà sociali ed economiche di quella realtà raccontata ma soprattutto la bellezza dell’integrazione multiculturale e del desiderio di riscatto sociale.

Guardatela: merita attenzione.

Galileo Casone. Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Poco smart e troppo working Anatomia di un’occasione persa

Lo smart working che non era lui. È l’impressione più netta che si ricava guardando da vicino il “lavoro agile” e valutandone la dimensione di fenomeno sociale, o la sua percezione generalizzata, o la comunicazione che ne circola nel vasto tessuto del discorso quotidiano. Da oltre un anno parliamo di un oggetto che ha assunto una forma preterintenzionale e alimentiamo uno slittamento semantico divenuto irrimediabile. Perché ormai lo smart working (Sw) è questa cosa qui, come lo sono tutte le cose a partire dal senso che si attribuisce loro e nella misura in cui vengono comunicate e credute.

Scaraventati senza preavviso dentro la nuova modalità che mixa tempo di lavoro e tempo della vita, ci siamo adattati come ci è riuscito. Impossibilitati a chiederci se davvero si trattasse di Sw e non di una serie di approssimazioni, in qualche caso molto lontane dal modello disegnato. Talmente lontane da lasciar pensare che “questo” Sw sia un’occasione persa, che ormai abbia preso forma difforme e non più rimediabile.

Questa prospettiva emerge da un programma di ricerca, sviluppato su 41 interviste in profondità, condotto in Toscana tra fine dicembre 2020 e marzo 2021 su impulso della Fisac Cgil di Siena e della Toscana, con la collaborazione della Cgil regionale, incentrato sul settore del credito e dei servizi finanziari. Gli intervistati, equamente distribuiti per genere e età, sono dipendenti di mansioni e gradi diversi in Monte dei Paschi di Siena, Intesa San Paolo e Nexi. Dall’elaborazione dei dati, le cui risultanze definitive saranno contenute in una pubblicazione prevista per l’autunno, emerge un quadro di estrema complessità, che prefigura una ristrutturazione in corso di cui soltanto col ritorno alla normalità si potrà cominciare a cogliere gli effetti.

Chiamalo col suo nome

Questione numero uno: è davvero “smart” o stiamo vivendo un enorme equivoco? Secondo la definizione data dal ministero del Lavoro è Sw «una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro». Ciò che si ricava dalle parole degli intervistati corrisponde a questa definizione? Praticamente mai. Perché in termini generali quello fatto dagli intervistati è il lavoro d’ufficio fatto in orario d’ufficio e con tempistica d’ufficio, ma da casa. Home working , se proprio si vuole insistere con l’inglesorum.

Qualcuno è consapevole della differenza e la illustra in modo schietto come fa Luigi, 41 anni, settore operations : «Lo Sw io non lo conosco perché quello che facciamo noi non è Sw. Per cui lo definirei male. Potrei definire invece quello che stiamo facendo come Remote working (Rw), che sarebbe una buona base per mettere giù e contrattualizzare ciò che dovrebbe essere lo Sw, perché non credo che con questo Rw si possa andare dopo la fine dello stato di emergenza». Sono molte altre le risposte piene di consapevolezza rispetto allo scarto fra ciò che dovrebbe essere e ciò che effettivamente viene fatto. Ma anche chi si limita a rispondere dicendo ciò che fa non si discosta da quella rappresentazione. Sicché lo Sw è «la possibilità di lavorare da casa data dal datore di lavoro» (Fabio, 53 anni, addetto linea valore), o «un modo di lavorare da casa, o comunque da altri posti diversi dalla sede di lavoro» (Marina, 45 anni, amministrativa), o «lavoro che si svolge a casa con un computer, come in ufficio, manca solo il contatto col pubblico» (Sabina, 54 anni, impiegata).

E poiché la caratterizzazione domestica dello Sw diventa un motivo condiviso ne deriva che le conseguenze vengano valutate quasi sempre col parametro della vita personale anteposto a quello dell’organizzazione del lavoro. Con espressioni che vanno da un estremo («Con lo SW sono rinata», ancora Marina) all’altro («Una fregatura. Sono a casa ininterrottamente da marzo 2020 e dove abito ho pure problemi di connessione», Domitilla, 52 anni, settore contabilità). 

Il giudizio oscilla anche a seconda delle mansioni svolte. Alcune fra le quali sono proprio non declinabili in Sw. Come quella di Moreno, 57 anni, che in filiale fa il cassiere e inoltre, per ragioni di salute, non è stato mai fatto rientrare in filiale nemmeno dopo che, passata la fase più rigida del lockdown, nella sua sede di lavoro è stata avviata l’alternanza per squadre: «Chiamo giorno per giorno i colleghi per chiedere che mi diano qualcosa da fare, mi devo quasi prostituire per riuscire a sbarcare la giornata. Ho anche fatto tutti i corsi di formazione che l’azienda ha messo a disposizione per compensare le fasi di inattività, ma la verità è che per la gran parte non mi tornano utili perché non hanno valenza sul piano applicativo».

Un tempo fluidificato

Ma c’è anche chi discerne fra le esigenze personali e quelle del ruolo lavorativo. È il caso di Emilia, 34 anni, settore premium . Due gravidanze ravvicinate l’hanno tenuta a lungo lontana dal luogo di lavoro, poi al momento di rientrare è arrivato il lockdown. La permanenza in casa, prima di tornare al lavoro alternato per squadre in filiale, le ha permesso di risparmiarsi un pendolarismo da circa un’ora e mezza giornaliere, e in questo senso la soluzione dello Sw è stata “positivissima”. 

Ma c’è anche da valutare l’altra parte della questione: «Sono stata a lungo lontana dal posto di lavoro e di conseguenza avevo concreto bisogno di aiuto, di formazione per rientrare nel ruolo, dunque dei colleghi. Di chi mi spiegasse come sono cambiate le cose mentre non c’ero. Quell’aiuto lì è insostituibile, anche per chi svolge una mansione individuale come la mia. Che poi anche per le mansioni individuali la dimensione di gruppo è importante perché il confronto coi colleghi ti aiuta a superare i problemi». E quanto all’utilizzo dello Sw in alternanza dà un’indicazione che nelle interviste è ricorrente: «Lo Sw diventa un tempo protetto per determinati adempimenti. Serve a predisporre il lavoro da fare in filiale. Perché sul lavoro hai continue distrazioni, dal chiasso dei colleghi al cliente che si presenta senza appuntamento ma devi comunque assisterlo. A casa invece la concentrazione è piena».

Già, la concentrazione. Che si sviluppa meglio in casa che sul posto di lavoro («In ufficio tocca ascoltare la musica in cuffia per concentrarmi, a casa no» dice Ilaria, 48 anni, direzione generale). Ma la variabile davvero rivoluzionata è quella del tempo. 

Lo si scopre in modo quasi causale, grazie a una di quelle domande la cui complessità emerge soltanto dopo essere stata posta nelle prime interviste: «Quando è in Sw le sembra di lavorare di più o di meno rispetto a quando è in ufficio?». Interrogativo che come risposta suscita un contro-interrogativo: «Intende chiedermi se lavoro per un numero maggiore di ore durante il giorno, o se lavoro di più nello stesso numero di ore?». Ecco una questione essenziale: in Sw si lavora di più in estensività o in intensività? Dalle risposte si evince che, in entrambi i sensi, si lavora “molto di più”.

Diritto alla disconnessione

Parecchi lavorano oltre l’orario d’ufficio. Anche molto oltre. «Certe mattine mi capita di leggere mail inviate da colleghi il giorno prima a orari improponibili» riferisce Alessandro, 59 anni, addetto al back office che si trova in Sw quasi ininterrottamente dall’inizio della pandemia. E si tratta di una tendenza a cui molti finiscono per cedere. Ma c’è anche l’altro aspetto, quello della maggiore produttività del lavoro durante il medesimo arco di tempo. Lavorare da casa favorisce la produttività, si tratta di un’indicazione sulla quale c’è una diffusa concordanza. Ma se la produttività aumenta sarà mica il caso di rivedere al rialzo le retribuzioni? Ecco un tema che potrebbe porsi, nel contesto di un riequilibrio complessivo che riguarda costi di gestione e utili d’impresa. Nel dibattito sullo Sw il tema dell’accresciuta produttività del lavoro entra di soppiatto e stenta a rendersi visibile.

È invece ben presente il tema del tempo di lavoro che si estende e sfiora la dismisura, con effetti che rischiano di essere deleteri per chi si attiene con scrupolo all’orario di lavoro. Racconta Riccardo, 36 anni, tecnico di consorzio: «Quando mi capita di fare tardi la sera vedo che ci sono le solite 7-8 persone che sono sempre connesse e c’è invece chi decide, al suo orario, di spegnere il computer e andare via. E va bene trattenersi un po’ più a lungo se c’è una necessità, ma se succede sempre va a finire che io mi senta quasi un bandito perché ho lasciato lì gli altri a lavorare». Questione molto scivolosa. Perché, estratto dal suo contesto spaziale, l’ufficio, e trapiantato nello spazio domestico, il lavoro perde anche gli argini. La possibilità di connettersi in qualsiasi momento elimina ogni limite e c’è chi per alto senso della missione, o malinteso patriottismo aziendale, finisce per alzare l’asticella dell’impegno a scapito di altri. In cambio di un salario che rimane immutato. È anche tenendo conto di questo aspetto che si impone adesso più che mai la riflessione sul diritto alla disconnessione, la libertà dal lavoro nell’epoca in cui il cellulare e le mail aziendali rendono raggiungibili e reperibili anche la notte o nei festivi. Ma è davvero una questione di diritto alla disconnessione, o piuttosto si tratterebbe di imporla, la disconnessione, a aziende e dipendenti? «Può succedere che non si arrivi a darsi delle regole – confessa Lisanna, 45 anni, settore formazione, che strappa un’ora fra una conference call e l’altra per sottoporsi all’intervista – e non c’è nessuna imposizione a lavorare a questi ritmi. Va a finire che sei tu a volerlo. Questo modo alla lunga è deleterio anche per l’azienda».

Ristrutturazioni in corso

È uno strano panorama umano quello del lavoro nel tempo dello Sw. Dove i poli estremi non sono occupati da lavoratori coscienziosi e imboscati, ma da lavoratori coscienziosi e stakanovisti a rischio workaholic . Categoria, quest’ultima, a cui s’iscrivono i responsabili di struttura o di team, travolti dall’alchimia da loro avviata di riunioni e conference convocate a raffica per continuare a mantenere una parvenza di controllo in condizioni così mutate. «Per certe cose lo Sw non è gestibile se non vengono corretti alcuni aspetti gerarchici – afferma Giancarlo, 49 anni, addetto al credito –. Il problema è che chi non sa gestire un team finisce per partecipare a tutte le riunioni a distanza. Poi magari non interviene ma sta lì, o passa da una riunione all’altra quando invece bisognerebbe limitare il numero di riunioni cui ognuno partecipa. E invece va a finire che sei sempre online e che ti ci vedono, online, perciò si sentono autorizzati a mandarti una mail o a contattarti».

Tutto ciò è il segno di una ristrutturazione in corso. E tale ristrutturazione si sta muovendo su tutti i livelli. A partire dai luoghi di lavoro, che quando sarà finita l’emergenza da pandemia non saranno più quelli di prima. Lo svuotamento degli uffici ha comportato un imponente taglio dei costi: pulizia, riscaldamento o aria condizionata, energia elettrica, carta, stampanti, manutenzioni, tutte voci la cui incidenza è precipitata. Nel complesso rientra anche il ticket restaurant , il cui taglio viene contestato quasi all’unanimità dagli intervistati. 

Ma le aziende possono contare soltanto sul risparmio e sul taglio dei costi per rilanciarsi nel pieno della crisi pandemica? Domanda che direzioni e azionisti farebbero bene a non ignorare, perché la dimensione del lavoro di gruppo, che nel frattempo si è ritratta, è anche un incubatore di idee e soluzioni che non può essere sacrificato tout court alla ragione della compressione dei costi. Eppure la prospettiva che emerge dalle interviste è questa: alternanza stabilizzata sul luogo di lavoro, all’interno di unità lavorative meno estese e senza postazioni fisse. Per molti la “propria scrivania” rimarrà un ricordo del periodo pre-pandemia. Il nuovo regime sarà l’accesso d’ufficio su prenotazione con postazione variabile.

Questa ristrutturazione complessiva è la più vasta eredità dello Sw, che adesso viene accolto come una formula positiva dopo essere stato visto con sospetto, se non osteggiato, prima che giungesse il Covid. Racconta ancora Ilaria: «Facevo già lo Sw prima della pandemia. Ma fino a quel momento i nostri responsabili non lo vedevano di buon occhio. Non ci fornivano nemmeno il pc aziendale per lavorare da casa. Toccava andare a recuperare dagli armadi i portatili lasciati in eredità dai dipendenti andati in pensione e ce li dovevamo giostrare fra tutti coloro che facevano lo Sw». «Sì, da parte dei responsabili c’era diffidenza nei confronti dello Sw – conferma Roberto, 45 anni, addetto al reparto tecnico informatico –, quasi lo boicottavano. Penso che lo vedessero come un modo di perdere il controllo, di allentare le redini che hanno sempre avuto tra le mani. Ma ora hanno cambiato idea. E hanno cominciato a sperimentare la formula degli uffici condivisi. Dicono che sono progetti pilota ma in realtà le decisioni sono già state prese». In questa traiettoria dello Sw per come è stato percepito da chi nelle aziende riveste ruoli gerarchicamente superiori, col repentino passaggio da elemento di fastidio perché significava perdita di controllo a insperata opportunità per avviare una vasta ristrutturazione, c’è tutto il senso di una preterintenzionalità che è la reale cifra dello Sw all’italiana. Una formula che avrebbe dovuto essere un mix fra razionalizzazione aziendale e diritto del lavoratore, e che invece usata nell’emergenza ha destrutturato il luogo di lavoro come comunità consegnando alle direzioni uno strumento per rivoltare le relazioni industriali, l’organizzazione del lavoro e la catena di produzione del valore. Con effetti al momento imprevedibili.

Privatopia

Il vasto materiale di interviste (circa 35 ore di registrazioni) mette a disposizione numerosi altri spunti di riflessione. Fra i tanti merita di essere menzionato quello relativo all’abbattimento del confine tra tempo di lavoro e tempo di vita, e al mix forse non più distinguibile fra le due dimensioni.

Riferisce Ilaria: «A casa il mio posto di lavoro è in cucina. Preparo da mangiare e ho il pc aziendale sul tavolo da pranzo. Lo tolgo via da lì soltanto nel weekend». 

Un tema su cui insiste Moreno: «Non si riesce più a distinguere una cosa dall’altra. Per dire, domenica scorsa sono rientrato dalle ferie. Ma rientrato per modo di dire, dato che non mi sono mai mosso da casa». 

Su questo fronte la frase più significativa la pronuncia Gloria, 47 anni, settore auditing. Per lei l’esperienza dello Sw è nel complesso positiva perché le consente di vivere meglio la dimensione familiare. 

Racconta di essersi ricavata uno stanza-studio per fare lo Sw. E quando le si chiede se riesca davvero a staccare al termine dell’orario d’ufficio, o se piuttosto le sembri di avere sempre il lavoro in mente o di ritrovarselo in ogni angolo di casa, risponde: «No, quando la giornata finisce chiudo il lavoro dentro quella stanza». 

Prima della pandemia usava dire che il lavoro venisse chiuso fuori dalla porta di casa. Adesso bisogna sigillarlo a chiave in una stanza, e magari evitarla fino all’indomani. L’enclave domestica dello Sw. Siamo cambiati nel profondo e non ne abbiamo ancora piena coscienza.

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Pippo Russo

firenze

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La Repubblica delle scelte

Il 2 giugno del 1946, gli Italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. 

Oggi festeggiamo la nostra Repubblica ma soprattutto il fatto di aver potuto scegliere, opportunità ottenuta grazie al sacrificio di tanti connazionali. 

Nella gestione degli interessi pubblici non si può essere sicuri che si stia per compiere una scelta giusta o sbagliata, giudizio che può essere emesso soltanto valutandone gli effetti.

È pur vero che si può e si deve scegliere con onestà, trasparenza, senza secondi fini ed evitare di reiterare gli errori del passato. 

Scegliamo di accogliere gli immigrati e non di respingerli. Sono donne e uomini, sono lavoratrici e lavoratori.

Convogliamo i nostri sforzi nella tutela dell’ambiente e nella conversione ecologica delle attività produttive mentre invece si trivella ovunque in cerca di gas naturale e petrolio o per la realizzazione della cosiddetta Alta Velocità.

Scegliamo di migliorare la Sanità ed i Trasporti e favorire l’innovazione tecnologica. 

Combattiamo gli sprechi, riformiamo il fisco e lottiamo seriamente contro l’evasione fiscale.

Incentiviamo l’istruzione.

Reagiamo alle crisi con le assunzioni e non con i licenziamenti. Scegliamo il Lavoro, sempre!

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UN PAESE AL MASSIMO RIBASSO

PNRR. Il Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza. Un’altra occasione persa per l’Italia?

Durante la prima ondata della pandemia da coronavirus sembrò che finalmente la politica si fosse svegliata e avesse compreso i disastri provocati con le scelte degli ultimi 25 anni in cui il taglio forsennato al Welfare ne era stato la linea guida. Per cui, di fronte ad una tragedia come quella della pandemia, settori fondamentali come la Sanità, la Scuola e l’innovazione tecnologica erano in uno stato pietoso e non in grado di fornire le risposte che, invece, erano necessarie per garantire la difesa della popolazione e gli strumenti per affrontare l’emergenza e ripartire.

Il Governo Conte2 aveva elaborato una lista di priorità da affrontare che risultava convincente, insieme alle linee discusse nell’UE: l’urgente tutela dell’ambiente e un cambio rapido nelle scelte energetiche privilegiando le fonti rinnovabili e sostenibili, il finanziamento e potenziamento della Sanità Pubblica e della Scuola Pubblica, una svolta nello sviluppo delle reti e dell’innovazione tecnologica in particolare nel settore pubblico. Apparve subito come un indirizzo chiaro che fece sentire l’intero paese una collettività che lavorava insieme per un futuro condiviso e finalmente moderno. Anche il tema del Lavoro sembrava affrontato con il fine di garantire un futuro in cui la difesa della dignità e dei diritti del mondo del Lavoro potesse avere un ruolo centrale; rimettere al centro un’idea di futuro orientata a tutelare le giovani generazione e garantire loro un lavoro stabile, duraturo, ben retribuito.

Il Governo Conte è caduto per una serie di questioni di cui oggi non si parla più: il Mes, l’apertura della Scuola, la Vaccinazione di massa prima dell’estate, una discussione in Parlamento per l’elaborazione del PNRR. Tutte motivazioni che sono scomparse nell’orizzonte del dibattito politico e della stampa nazionale.

Il vero nodo politico era in realtà la gestione delle enormi risorse finanziarie erogate dall’UE con il Next Generation Plan nel nostro paese, attraverso il PNRR.

Invece le prime risposte politiche sui grandi temi previsti nel Piano ci appaiono molto deludenti. Se il punto più importante è il tema della transizione ecologica e il rispetto dell’ambiente ci appare molto contraddittoria la scelta di autorizzare le trivellazioni alla ricerca di gas e di petrolio nel Mar Adriatico. Così come ci appare contraddittorio il progetto di un ponte sullo Stretto di Messina, notoriamente zona a forte rischio sismico. Come lo è la scelta di ridurre i fondi destinati alla Scuola e alla Sanità, mentre resta del tutto inascoltato il bisogno di potenziare il sistema del trasporto pubblico per i pendolari e di cui tanto si è discusso come nodo centrale da sciogliere per far ripartire la scuola. Ci lascia dubbiosi anche il ridurre la questione dell’innovazione tecnologica ad un dibattito sulla gestione della rete cablata con il progetto di fusione della società di proprietà Enel, OpenFiber, nella TIM, ripristinando un monopolio privato in un settore delicato quale è la rete veloce per il traffico dei dati in Italia. Non ci sembra, invece, ci sia una discussione mirata sul finanziamento pubblico delle Start Up che pure sono numerose nel nostro paese e che per trovare una adeguata attenzione si devono rivolgere all’estero. Situazione che si è conclamata proprio nel tracciamento del Covid 19. Ricordate la app Immuni? Svanita nel dimenticatoio mentre, invece, una adeguato utilizzo della tecnologia nella lotta al virus poteva essere fondamentale. I clamorosi risultati nel campo dei vaccini sono una chiara dimostrazione di come sia fondamentale un adeguato finanziamento nell’innovazione tecnologica.

A noi, però, interessa osservare ciò che accade nel mondo del lavoro. E qui le perplessità diventano preoccupazione, se non rabbia. La scelta di eliminare il blocco dei licenziamenti a breve è incomprensibile e pericoloso, oltre che a dimostrare ancora una volta che gli interessi di Confindustria hanno la meglio su quelli del Lavoro. Nei prossimi mesi la rinascita del paese si fonderà sul ritorno al profitto delle imprese, piccole-medie e grandi, a danno delle lavoratrici e die lavoratori. E nonostante il blocco nel corso dell’ultimo anno comunque si sono persi circa 500.000 posti di lavoro, di cui oltre il 90% erano occupati da donne e giovani. La prospettiva è l’alta probabilità di un disastro sociale mai visto nella storia di questo paese. Eppure le lavoratrici e i lavoratori sono quelli che negli ultimi due anni hanno messo il proprio corpo a difesa delle imprese in cui lavoravano. Oggi, però, anziché parlare di difesa della loro funzione, della loro tutela sanitaria, anziché discutere di un riconoscimento in termini di diritti e di salario, di un miglioramento della loro condizione di lavoro, si parla, invece, di licenziamenti ed esuberi. I quali, ovviamente, sono da affrontare a carico della fiscalità generale. Ossia saranno gli stessi lavoratori a finanziare il loro licenziamento. E ancora una volta non sembra che si affronterà la fondamentale questione dell’evasione fiscale. Anzi si è riproposto il solito condono a chi evade e se si prova a discutere di una riforma fiscale che torni ad essere realmente progressista si assiste alla solita levata di scudi sponsorizzata dalla Lega salviniana, così abile nel distogliere l’attenzione dai veri problemi. La solita litania della lotta all’immigrazione nasconde la realtà della sottrazione del denaro pubblico, della quantità esorbitante di amministratori pubblici coinvolti in storie di tangenti e di malaffare (vedi caso Comune di Foggia e tanti altri), del lavoro terrificante che la destra in Italia fa nel campo dei social e della disinformazione. Un’altra questione importante che affronteremo in un altro documento.

In sintesi, siamo preoccupati. Lo siamo perché il rischio è di perdere una occasione unica che consentirebbe di far rinascere un paese che è invece incapace di guardare al futuro con uno spirito realmente innovativo. Un paese che continua ad essere nel profondo conservatore e legato ad una visione vecchia e stantìa dei rapporti sociali. L’Italia deve pensare ad un deciso salto di qualità sui temi dei diritti civili, della centralità del Lavoro, del ruolo fondamentale del Welfare Pubblico, soprattutto in una simile era pandemica. Per fare questo servono le risorse che si trovano lottando seriamente contro l’evasione fiscale e con una riforma nello spirito della Costituzione del Fisco. Un Fisco giusto, equo, progressivo. Perché non è più possibile assistere impotenti alla difesa degli interessi di una sparuta minoranza di ricchi, che lo diventano ogni giorno che passa sempre di più, a danno di una stragrande maggioranza di una popolazione che invece diventa sempre più povera, vecchia e malata. La rinascita non può esserci se si continua ad impoverire, sia economicamente che nei diritti, il Lavoro. La scelta del massimo ribasso, negli appalti come in tutti i livelli, è inaccettabile oltre che controproducente. E’ una scelta che simbolicamente declina la visione politica di un futuro.

Non è questo il futuro che vogliamo.

E’ l’ora del riscatto e il Sindacato Confederale deve essere il portavoce credibile di queste istanze.

O adesso o mai più.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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FERMIAMO LA GUERRA!

Il mondo fermi subito la guerra
Brindisi in piazza per la pace, accanto al popolo palestinese.
Una guerra, ingiusta come tutte le guerre, che non può essere giustificata dalle religioni. Un massacro senza fine di bambini, donne e uomini. Le associazioni, i sindacati, la società civile di Brindisi, come in ogni angolo del Paese e del mondo, chiede l’immediata fine dei bombardamenti e della violenza. E questo nell’assordante silenzio di buona parte dei mass media e a fronte di posizioni contraddittorie, equivoche e inaccettabili, quando non di assoluta indifferenza, dei governi dell’Unione europea, compreso quello italiano, e del mondo. Scartato a priori ogni sano e indispensabile tentativo di mediazione diplomatica. La comunità internazionale deve fermare questa guerra. Subito. Il movimento popolare scende ovunque in piazza sotto la bandiera dell’arcobaleno, in nome della pace. Non deve vincere la violenza sanguinaria. Nessuna prevaricazione per le annessioni. Che la vita vinca sulla morte. Per questo organizziamo per le ore 17,30 di venerdì 21 maggio un sit-in presso la piazzetta Fornaro, tra via Conserva e corso Umberto.
Associazioni, cittadine e cittadini sono invitati ad aderire e a partecipare.

ANPI Brindisi
Arci Brindisi
Libera Brindisi
Cgil Brindisi
Cisl Brindisi
Uil Brindisi

Brindisi 17 maggio 2021

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Soulmates

Questa settimana la nostra recensione tratta di una serie TV: Soulmates. Questa serie è disponibile sulla piattaforma di Amazon Prime Video. E’ composta da sei episodi della durata di circa una quarantina di minuti l’uno.

Il test dell’anima gemella ha impatto sulle vite di sei personaggi. In un futuro non lontano è stata diffusa un app in cui si propongono abbinamenti per trovare l’anima gemella attraverso la comparazione di vari dati. La app è molto pubblicizzata in tutto il pianeta. Chi inserisce i propri dati nel database della app, dopo un’attesa che può durare minuti come anni, riceverà l’avviso di un match, un abbinamento con un’altra persona considerata il/la partner ideale per un amore duraturo e felice. I risultati della app non sono mai messi in discussione e la società li accetta senza obiezioni. Dopo l’esito del match matrimoni e coppie consolidate si frantumano e si compongono nuove coppie. Le identità sessuali vengono messe in dubbio e rivoluzionate. Tendenze nascoste sono portate alla luce travolgendo la vita di molte persone. Alcuni accetteranno con fatica queste novità, altri invece prenderanno con entusiasmo la nuova strada sentimentale.

Sono sei episodi molti coinvolgenti, qualche volta un po’ disturbanti, e le storie raccontate non fanno sconti per la loro crudezza e nel mettere in evidenza i sommovimenti interiori dei protagonisti. Quello che emerge con chiarezza è che non può essere una app, o l’intelligenza artificiale o la comparazione del DNA, a determinare le storie affettive e sessuali delle persone. I rapporti sentimentali sono un equilibrio troppo complicato e delicato, fondato su sensibilità, attitudini, tendenze, legami, passioni che non possono essere banalizzati o semplificati. La app può aiutare a cercare l’anima gemella, ma la felice conclusione di una attrazione sentimentale passa attraverso alchimie complesse e dalla composizione sconosciuta e probabilmente introvabile. Esattamente come non si conosce la composizione della pozione magica in cui è caduto da bambino Obelix nelle storie indimenticabili di Asterix e Obelix di Goscinny e Uderzo. Buona visione.

Galileo Casone

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Sulla libertà di espressione

Libertà di espressione: facciamo il punto.

“È la prima volta che mi è successo di inviare un testo di un mio intervento perché doveva essere messo al vaglio per approvazione da parte della politica.” 

Inizia così l’intervento di Fedez al concertone del Primo Maggio. Secondo il rapper, presentatore dell’evento, la rai avrebbe tentato di censurare il suo monologo in cui il cantante denuncia le frasi omofobe pronunciate da alcuni esponenti del Carroccio. La TV di Stato smentisce il proprio intervento ed è allora che il rapper rende noto il contenuto di una telefonata registrata con alcuni funzionari Rai di cui riportiamo un paio di frasi.

– Non è editorialmente opportuno…

– Editorialmente? Editorialmente? Io sono un artista. Salgo sul palco e dico quello che voglio, mi assumo le responsabilità di ciò che dico.

Tutta la conversazione è disponibile in rete. Il video, come si dice, è virale. Al centro della polemica, il Disegno Di Legge Zan. In passato Fedez ha inserito frasi omofobe nelle sue canzoni frutto, per sua stessa ammissione, di ignoranza. Ora sostiene il disegno di legge contro l’omofobia firmato dal deputato PD Alessandro Zan che ha visto l’opposizione della Lega, a cominciare dal presidente della commissione giustizia del Senato Ostellari. L’attenzione si sposta presto dal DDL Zan al comportamento dei vertici Rai. Viale Mazzini sottolinea che l’organizzazione del concertone non fa capo alla Rai ma ad una società esterna. Soprattutto, a proposito del video postato da Fedez, la TV di Stato spiega che alcune dichiarazioni sono state tagliate. Fedez ha quindi dichiarato che la registrazione integrale della chiamata è a disposizione.

L’Amministratore Delegato della Rai, Salini: “Non esiste nessun sistema ma se qualcuno per conto della Rai ha usato quella parola, mi scuso. Con gli organizzatori del concerto faremo luce sulla vicenda.” 

Il presidente della commissione di vigilanza Rai, l’azzurro Barachini, ha chiesto la convocazione di urgenza del direttore di Rai 3, Franco Di Mare, per avviare un’indagine conoscitiva completa su quanto accaduto.

Il rischio che si corre in questa vicenda è, ancora una volta, di vedere sottomessa la realtà alla ricostruzione fatta dalla “Bestia” salviniana. Infatti, le forze politiche di destra hanno sapientemente distolto l’attenzione dell’opinione pubblica facendola concentrare non sul contenuto del DDL Zan ma sull’utilizzo improprio della televisione di Stato e sul fatto che ciò che era accaduto fosse un regolamento di conti nella sinistra. E’ stato più discusso il tenore di vita di Fedez anziché il livello indecente di omofobia e transofobia esistenti nel nostro paese.

Ancora una volta, purtroppo, si deve constatare la difficoltà per le forze progressiste, sindacato confederale compreso, nel portare in evidenza nella discussione generale le proprie posizioni. Invece la stampa e i social continuano ad inseguire i temi imposti dalla destra populista. Le ragioni sono tante ma fondamentalmente potremmo sintetizzarle in due questioni: la mancanza di risorse finanziarie che consentano di organizzare adeguate e costanti campagne di informazione e la mancanza di organizzazione e competenze nella comunicazione e nell’utilizzo degli strumenti che la tecnologia mette a disposizione.

In questa vicenda ciò che ci ha colpito non è il tenore di vita di Fedez ma la sua capacità di andare dritto al centro della questione, mettendo spalle al muro le falsità costruite da chi gestisce la politica e il servizio pubblico. Inoltre è incredibile veder scorrere sotto i propri occhi la campagna, anche all’interno del mondo progressista, secondo la quale la lotta per i diritti civili e sociali non è svolta dai partiti politici mentre tocca ad un cantante porre la questione. E’ evidente che non sia così perché sul palco del Concertone del 1° maggio si è parlato di un Decreto Legge scritto dalle forze progressiste presenti nel nostro paese e firmato da un parlamentare del Partito Democratico. Il mondo dell’Arte e della Cultura ha fatto propria quella battaglia e sta spingendo affinché il Decreto sia approvato in tempi stretti. Non tutti i partiti politici sono uguali in questa, come in altre vicende: il DDL Zan è stato approvato alla Camera il 20 novembre 2020. Ora è in discussione nella Commissione del Senato e il relatore Ostellari che ha tentato di sostituirne il testo con un altro DDL, che aveva l’intenzione di snaturarlo, è della Lega. Sono le forze del centrodestra che hanno l’obiettivo di far scivolare il DDL in un binario morto per evitare ancora una volta che siano fissate delle norma severe per combattere l’omofobia e la transfobia.

Quanto sopra è ovviamente un’estrema sintesi dell’accaduto in quanto riteniamo importante lasciare spazio alle opinioni. Soprattutto, ci piacerebbe esprimeste le vostre nei commenti. Potersi esprimere liberamente, a quanto pare, non è cosa così scontata. 

Noi condanniamo ogni forma di censura ma ci preme far emergere quelle più subdole. 

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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1 Maggio 2021

Il 1° maggio è la Festa delle Lavoratrici e dei Lavoratori. E’ la giornata dedicata a tutte quelle persone che attraverso il Lavoro vogliono conquistare la dignità, la crescita economica, sociale e culturale. Il Lavoro è fondamentale per la crescita di una persona e per la sua autonomia. Il Lavoro è un diritto civile e sociale.

Nel 2021 la pandemia ha colpito duramente il mondo delle Lavoratrici e dei Lavoratori. La crisi sanitaria ha avuto ripercussioni gravissime sul versante economico e sociale. Migliaia di persone hanno perso il posto di lavoro e le più penalizzate sono state, ancora una volta, le donne. La stragrande maggioranza dei posti inghiottiti dalla crisi erano svolti da donne. Una ingiustizia di una gravità assoluta, rispetto alla quale ancora una volta la risposta della politica non è stata all’altezza della scommessa in campo.

All’inizio dell’era pandemica per qualche mese si era finalmente intravista una presa di coscienza che aveva rimesso al centro delle scelte di governo la volontà di affrontare le conseguenze drammatiche delle scelte sbagliate nei decenni precedenti: il taglio forsennato alla sanità pubblica, alla scuola pubblica, al settore del trasporto pubblico, ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, all’inquinamento forsennato del pianeta.

Il Recovery Plan a questo doveva servire: a finanziare progetti innovativi e coraggiosi che riscrivessero il futuro per le nuove generazioni. Ci auguriamo che così sia ma le ricadute sulla vita delle persone hanno già causato effetti drammatici sotto tutti i punti di vista e non si può perdere più tempo. Il pianeta va difeso, va creata nuova occupazione, va superato il digital divide, va rimesso al centro il ruolo della Istruzione e della Sanità Pubblica.

In questo contesto diventa fondamentale il ruolo del credito, le competenze che le Lavoratrici e i Lavoratori del settore hanno nel finanziare i progetti economici e sociali utili al bene del paese. Ma servono però delle banche che siano capaci di ritrovare il focus della loro funzione all’interno del progetto paese. Vanno abbandonate le incomprensibili pressioni commerciali che ormai strangolano l’organizzazione del lavoro e che creano gravi problemi psicologici e di salute alle donne e agli uomini che lavorano nel credito. Bisogna recuperare al più presto obiettivi e organizzazione che mettano al centro la crescita del paese e la tutela della salute e dei diritti dei lavoratori del credito.

Il sindacato ha il ruolo di avere ben chiara la linea da seguire per tutelare la dignità e il futuro delle persone che vogliono crescere e realizzarsi con il Lavoro. Il sindacato ha il compito di lottare per difendere i diritti fin qui acquisiti con la lotta e il sangue di intere generazioni, nonché conquistare nuovi spazi che derivano dall’innovazione tecnologica, dalle variazioni che hanno interessato la società, dalle dinamiche sociali che scuotono da anni il pianeta con processi migratori sempre più diffusi e numerosi. Servono nuovi diritti, nuove modalità contrattuali, nuove conoscenze e competenza per puntare dritto verso un futuro sostenibile ed equo. Dentro questo obiettivo ci sono tante strade da percorrere. Sono strade che hanno come filo conduttore l’equità e passano attraverso la difesa del Welfare, del ruolo dei servizi pubblici, al reperimento delle risorse necessarie attraverso la lotta all’evasione fiscale e allo sviluppo di una nuova cultura sociale che metta al centro il senso di appartenenza ad una comunità.

Buon 1° Maggio!

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Pressioni Commerciali: la realtà

Immagine tratta da Fisaccgilaq

“Oggi HO una riunione online con l’area manager, CI FARANNO neri!” Notare la diversa coniugazione dei verbi…

Un cliente sta arrivando in banca per l’erogazione di finanziamento di importo modestissimo, 10.000 euro da cui detrarre, naturalmente, le commissioni. Il titolare: “la tua collega (in smart working) non è riuscita a convincere il cliente a sottoscrivere un prodotto assicurativo. Mi piacerebbe che TU portassi a casa questo risultato”.

Sai che, PER LEGGE, non posso farlo ma intanto me lo hai detto.

Ricordi a me l’importanza di raggiungere il budget, pena gravi ripercussioni sul conto economico della Filiale.

Mi chiedi di VENDERE al cliente almeno un prodotto assicurativo perché costa poco e perché presenta nuove importanti garanzie. Non è proprio così e dovresti saperlo o, se lo sai, stai mentendo. In passato, specialisti di prodotto e settoristi commerciali hanno detto che il prodotto è inutile in assenza di altra polizza, ben più costosa, di cui costituisce il naturale completamento.

“Vedo che questa campagna commerciale non l’avete neanche attenzionata!”. Affermazione FALSA, che hai anche il coraggio di mettere per iscritto, perché:

  • A inizio mese ti sei presentata con l’elenco di tutti i clienti presenti nelle varie campagne, di tutti hai voluto sapere chi sono (sono sempre gli stessi ed io, che sono in filiale da molto meno tempo di te, ogni mese professionalmente ti fornisco tutte le informazioni).
  • Ti ho spiegato che molti di quei clienti, non solo non vogliono sottoscrivere nuove polizze di protezione o prodotti di risparmio ma che ogni mese devo dissuaderli da revocare e/o disinvestire i prodotti che possiedono.
  • Sai, o dovresti sapere, che per esitare un singolo contatto all’interno dell’applicativo “programmazione commerciale” occorrono 5 minuti quando il programma gira in maniera veloce sui nostri potenti pc.
  • Mi hai chiesto di lavorare le pratiche di fido con un nuovo programma lento e malfunzionante e segnalare in assistenza gli errori.
  • Mi hai chiesto di lavorare al crash program, ovvero di metterti nero su bianco se per i clienti affidati che abbiano fatto ricorso a sospensione delle rate o richieste di nuovi finanziamenti, previsti per legge e garantiti dallo stato PER FRONTEGGIARE L’EMERGENZA COVID:
    • Non si rendano necessari ulteriori interventi;
    • Occorra allungare la durata dei finanziamenti o concederne di nuovi;
    • Occorra proporre il passaggio della pratica a maggior rischio.

Sai che non è semplice perché l’emergenza covid è tuttora in corso e molte attività sono chiuse per legge, non si sa quando e come verrà consentito loro di riaprire e dopo quanto tempo verrà imposta una nuova chiusura.

Sto facendo del mio meglio per svolgere questo lavoro, raccogliendo documentazione a supporto da clienti e commercialisti che stanno collaborando ma con tempistiche diverse da quelli cui ormai siamo abituati noi.

  • Stiamo profondendo il massimo sforzo alternandoci tra lavoro agile e lavoro in presenza per contenere i contagi e tu mi chiedi di far venire i clienti in filiale anche in zona rossa.

Io comunque l’invito glielo faccio. Qualcuno ride al telefono, qualcuno mi dice di avere il covid o di essere comunque in quarantena. Qualcuno viene, ci parlo e gli spiego tutto per bene ma non sottoscrive alcun prodotto perché è un periodo di incertezze. Per te non va bene.

Qualcun altro sottoscrive una polizza dal premio modesto o un piano d’accumulo da 50 euro al mese. Se mi va bene, con i nostri applicativi, ci impiego un’ora. Per te il risultato è modesto, siamo ancora indietro rispetto al budget.

Ma tu che lavoro fai? Non sei una dipendente della banca anche tu? Devi coordinare il lavoro, agevolarlo se serve. Non mi devi controllare, non mi devi pungolare, non mi devi chiedere conto.

Pressioni giungono anche del settorista commerciale e del deliberante credito.

Si presentano sotto forma di e-mail, tutti i giorni alla stessa ora; ci puoi regolare l’orologio.

Il primo elenca la produzione progressiva di ogni filiale del suo distretto, evidenziando la filiale best performer ed incitando le altre a contribuire.

Il secondo mostra l’elenco delle filiali con pratiche di fido da revisionare, plaudendo alle filiali ad arretrato zero.

Questi sono solo alcuni esempi di vita quotidiana sui posti di lavoro. Le Segreterie Nazionali delle Organizzazioni Sindacali hanno inviato una lettera all’ABI sull’argomento. Su questa questione abbiamo scritto molto e siamo impegnati ogni giorno sui posti di lavoro. Ma è una questione nazionale e come tale va affrontata al più presto. Perché è in gioco la salute dei lavoratori del credito e la salvaguardia dell’economia e della società civile in una epoca pandemica in cui è necessario fare da subito le scelte giuste per aiutare le persone e l’economia a rialzarsi.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Giornata della Liberazione, tra memoria e riflessioni.

Il 25 aprile 1945 stava per concludersi la liberazione delle città dalle forze nazifasciste ed oggi onoriamo tutti coloro che sono stati perseguiti ed hanno perso la vita per la Libertà e la Democrazia.

Ricordiamo a noi stessi che mai più dovranno ripetersi gli orrori del passato e che è nostro preciso dovere combattere ogni forma di estremismo e populismo.

Dobbiamo ancora lottare per chi non è libero dalla fame, dal razzismo religioso ed etnico, dalla disparità di genere, dai regimi dittatoriali, dall’ignoranza.

Oggi come allora deve segnare l’inizio di una rinascita.

Il perdurare dell’emergenza sanitaria ci impedisce di festeggiare tutti insieme. Non possiamo affollare strade e piazze ma possiamo manifestare la nostra voglia di libertà affacciati ai balconi, cantando Bella ciao, intonando l’inno di Mameli, esponendo striscioni, la bandiera rossa della CGIL e il Tricolore.

In attesa di liberarci anche da questo maledetto virus possiamo ritrovarci in rete e condividere riflessioni e speranze.

Troviamo anche un momento per ascoltare le parole di chi quel 25 aprile di 76 anni fa l’ha vissuto in prima persona.

Oggi non sarà una giornata qualsiasi.

Viva la libertà e buon 25 aprile a tutti!

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