Questa è l’Italia che vogliamo?

L’oro rosso. Così sono chiamati i pomodori, quei succosi ortaggi rossi che sono il prodotto vegetale più importante della dieta mediterranea. Li sminuzziamo sulle nostre frise “sponzate”, li “scattarisciamo”, li pressiamo con le forchette per farne un sugo polposo e saporito. Li tagliamo a fette nelle insalate fresche e salutari in questa estate torrida. I nostri nonni li cuocevano e li bollivano per preparare la salsa per l’inverno e che insaporivano i piatti di pasta durante gli inverni rigidi.
Quell’oro rosso arriva, da sempre, nelle nostre case acquistato nei mercati a prezzi bassi, troppo bassi. Ma quei pomodori devono essere coltivati, annaffiati, coccolati, raccolti, infilati nelle cassette, trasportati nei mercati e poi venduti.
Come si fa, con tutto questo lavoro, a venderli a prezzi così bassi?
Perché il lavoro nei campi, quello duro, faticoso, sotto il sole cocente delle campagne pugliesi, campane e calabresi, è basato sullo sfruttamento, sul lavoro nero, sui caporali, sul sottopagamento dei contadini. E chi viene sfruttato, oggi? I deboli, coloro che non sono in condizione di trattare, di farsi rappresentare dai sindacati, da coloro che viaggiano al limite della legalità. Sono coloro che vivono in quella nebulosa che è al limite tra legale e illegale, tra identità e nullità.
Da anni quel lavoro, che non è invisibile perché lo incontriamo ogni giorno quando andiamo a fare la spesa e passiamo con le nostre macchine attraverso le campagne oppure quando andiamo a lavorare infilati nelle code ma rinfrescati dall’aria condizionata, è fondato sullo sfruttamento di nuovi schiavi. E oggi sono ragazzi di colore che vengono dall’Africa. Ragazzoni alti e muscolosi che hanno viaggiato per mesi, che hanno pagato, usando tutti i loro risparmi, per sfuggire alla guerra, alla miseria, alle violenze. E che sono finiti in un altro girone dantesco ugualmente infernale. Un mondo in cui non hanno una identità, non sono riconosciuti come persone ma sono ridotti a pura merce di scambio, a macchine umane che devono solo lavorare per ore e ore sotto un sole violento a pochi euro per ogni ora di lavoro. E dopo una durissima giornata di lavoro sono stipati, strizzati, in un furgone senza aria condizionata, senza finestrini aperti, senza vie d’uscita. E in quei furgoni si schiantano in mezzo ad una strada contro altri furgoni e finiscono la loro vita in pochi minuti, dilaniate dalle lamiere, il loro sangue mescolato al rosso dei pomodori. Le loro speranze finiscono così, vite spezzate per arricchire i nuovi sfruttatori che hanno speculato la loro ricchezza sulla loro pelle.
Nuovi sfruttatori, nuovi schiavi. Perché nulla cambi. Per loro, per noi, per il futuro dell’Italia basata su una Costituzione che ogni giorno è stracciata nella pratica quotidiana.
Così si vanifica, mescolando il sangue di questi giovani africani a quello dei nostri padri, il sacrificio di intere generazioni.
E’ arrivato il momento di dire basta, è arrivato il momento di manifestare al fianco dei nostri fratelli e delle nostre sorelle africane. E’ arrivato il momento di rendere concreti i principi fondamentali della nostra Costituzione Repubblicana. E per farlo ognuno di noi deve svolgere fino in fondo il proprio compito democratico.
E’ ora di combattere qualsiasi forma di schiavitù.

La Redazione

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