Annie Ernaux scrive a Macron: il futuro non è la tua politica

Riportiamo una bellissima, a nostro parere, lettera scritta dalla grande scrittrice francese Annie Ernaux al Presidente Macron, pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 30 marzo scorso.
Buona lettura

La Redazione

PARIGI – “Egregio Presidente, le scrivo la presente, che spero leggerà”. Comincia così la lettera che la romanziera Annie Ernaux ha scritto a Emmanuel Macron e diffusa dalla radio pubblica France Inter. La scrittrice riprende l’inizio della canzone di Boris Vian, Il Disertore, scritta nel 1954, tra la guerra d’Algeria e quella di Indocina.

Un testo pacifista che la romanziera di 79 anni, da sempre impegnata nel dibattito politico che sia nelle battaglie femministe o sindacali, usa per rivolgersi polemicamente al leader francese. Il suo primo punto di disaccordo con Macron è la definizione di “guerra” per la lotta contro l’emergenza coronavirus. Una definizione che non convince Ernaux.

“Non siamo in guerra, il nemico qui non è umano, non è il nostro prossimo – dice l’intellettuale – non ha né il pensiero né la volontà di nuocere, ignora i confini e le differenze sociali, si riproduce ciecamente saltando da un individuo all’altro. Le armi, se dobbiamo tenere un lessico di guerra, sono letti d’ospedale, respiratori, maschere e test, è il numero di medici, scienziati, infermieri”.

Ernaux è autrice di romanzi culto che spesso raccontano storie di chi vive ai margini, titoli tradotti in Italia come Il Posto, Gli Anni, La Vergogna. Legata alla sinistra radicali, vicina a movimenti di contestazione degli ultimi anni, è sempre stata molto critica con Macron. E nel testo richiama duramente il capo di Stato alle sue responsabilità.

“Da quando lei è al comando della Francia, è rimasto sordo alle grida di allarme del mondo della sanità” osserva la romanziera, ricordando le proteste del personale medico nell’ultimo anno contro tagli, carenza di mezzi e risorse negli ospedali pubblici. Ernaux cita uno striscione visto durante una manifestazione lo scorso novembre: “Lo Stato conta i suoi soldi, noi contiamo i morti”. E aggiunge: “È uno slogan che risuona tragicamente oggi. Ma lei ha preferito ascoltare coloro che sostengono il disimpegno dello Stato, sostenendo l’ottimizzazione delle risorse, la regolazione dei flussi, tutto questo gergo tecnocratico privo di carne che annega la realtà”.

La romanziera continua con un elogio del servizio pubblico, dagli ospedali ai postini. E si schiera con gli ultimi della scala sociale, tutte le professioni costrette ad andare a lavorare – cassiere, fattorini, netturbini. “Quelli che non erano niente e ora sono tutto” osserva, riprendendo una sfortunata espressione di Macron a proposito delle classi più povere (“Quelli che non sono niente” disse nel luglio 2017).

“Attenzione, egregio Presidente, agli effetti di questo tempo di confinamento. È il momento di interrogarsi” avverte Ernaux. “Un tempo per desiderare un mondo nuovo. Non il suo” prosegue. “Non un mondo in cui politici e finanzieri ripetono già spudoratamente l’antifona di ‘lavorare di più’, fino a 60 ore alla settimana”.

Secondo Ernaux l’emergenza sanitaria, e il collasso economico, potrebbero essere l’occasione di un nuovo inizio. “Vogliamo un mondo in cui i bisogni primari – cibo sano, assistenza sanitaria, alloggio, istruzione e cultura – siano garantiti a tutti, un mondo possibile vista l’attuale solidarietà”. La lettera della scrittrice a Macron si conclude con una promessa: “Sappiate, signor Presidente, che non ci lasceremo più rubare la vita, abbiamo solo la vita, e niente vale la vita”.

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