Ma che Colao dici?

Un tempo i nostri nonni dicevano “Passata la festa, gabbato il santo”. Oggi potremmo invece dire: “passata la paura del Covid, tutto torna uguale a prima”. In realtà il piccolo Covid 19 continua a girare per i corpi degli uomini, in Italia e nel Mondo. E’ arrivato il caldo in metà del pianeta ma il contagio resta alto e i morti altrettanto. Perché scriviamo queste righe partendo da questo attacco? Perché l’altro ieri la Task Force per la ricostruzione guidata dal “Manager Illuminato” Colao ha presentato la sua relazione al Presidente del Consiglio Conte. Sono 121 pagine, un lavoro considerevole. La prima cosa che abbiamo notato è stata l’assenza della firma dell’economista, progressista, Mariana Mazzuccato, prima che la notizia della mancata firma fosse riportata dalla stampa. Poi abbiamo iniziato a leggere, ovviamente per grandi linee. E subito dopo ci sono cadute le braccia per terra. Abbiamo detto braccia, malpensanti.

In quelle pagine si è avuta la conferma definitiva ad un pensiero che ci ha agitato sin dalla data del 4 maggio, quando faticavamo a comprendere la scelta, dopo due mesi di lockdown durissimo, di aprire molte attività mentre i dati del contagio da coronavirus restavano alti, in particolare nelle zone del paese a più alta densità abitativa e produttiva. L’evoluzione della situazione ci ha confermato che anche in questo caso “ha vinto il Capitale”. Cioè le Imprese e la Finanza hanno, ancora una volta, imposto i loro obiettivi ad una intera società e alla politica che dovrebbe rappresentarla.

Lo sappiamo, bisognava ricominciare a produrre altrimenti anziché di coronavirus le persone sarebbero morte di fame. Insomma la solita storia del ricatto occupazionale: se vuoi lavorare devi rischiare in prima persona: di ammalarti, di morire sul lavoro per infortunio o per malattia, mettere a rischio il futuro delle persone a cui vuoi bene.

Ma è veramente così? E’ questa l’unica possibile chiave di lettura?

Ovviamente no. Non può essere solo questa.

Il dramma della pandemia da coronavirus ha messo in evidenza molte cose. Ne vorremmo sottolineare solo alcune di cui come Fisac di Brindisi abbiamo già scritto:

  • l’ambiente modificato dall’uomo è stato stravolto nel suo equilibrio. Costringere a convivere all’interno di metropoli stratificate uomini e animali selvatici ha squilibrato le catene di rapporto tra specie differenti, anche nella trasmissione delle malattie;
  • l’ambiente inquinato ha ridotto le capacità di difesa immunitaria dell’uomo, incrementando il rischio di malattie conosciute e nuove, di cui non si sa nulla;
  • il lavoro umano è stato indebolito nei diritti e nella qualità, trasformandolo da strumento di realizzazione personale e affermazione di dignità, in puro elemento di costo al pari di una qualsiasi macchina o utensile. Per cui il lavoro umano è sfruttato, sottopagato, schiavizzato e sottomesso al profitto;
  • le politiche dei paesi occidentali sono state asservite ai bisogni delle imprese, cioé a un forte incremento degli utili e del profitto da distribuire agli Stakeholders, i portatori di interesse, azzerando la responsabilità sociale delle imprese. La logica della drastica riduzione del ruolo statale nell’economia e nella società, con la scusante del debito pubblico da azzerare, ha consentito di tagliare radicalmente le risorse pubbliche destinate al Welfare, cioè a tutti quegli strumenti di sostegno e rafforzamento dei più deboli rispetto ai più ricchi: sanità pubblica, scuola pubblica, previdenza pubblica, edilizia pubblica.

L’espansione del contagio ha colpito nell’ordine proprio le persone destinatarie del Welfare: gli anziani, la scuola (studenti e insegnanti), la sanità (la rete ospedaliera pubblica tagliata nelle strutture, nel personale, nella ricerca). Nelle prime settimane tutti abbiamo sentito sulla nostra pelle la necessità di avere in breve tempo ospedali attrezzati, terapie intensive adeguate, vaccini, cure e quindi ricercatori, medici, infermieri, insegnanti, scuole nuove e più grandi, classi più ampie e con la metà degli studenti (basta con le classi “pollaio”!), ecc. ecc.

Il fermo della vita quotidiana per come l’avevamo conosciuta ha portato in breve tempo la natura a rioccupare i suoi spazi. Tutti abbiamo guardato i video dei cigni che risalivano i navigli a Milano o i canali a Venezia, i fondali dei fiumi schiarirsi e diventare più puliti e trasparenti, i cieli brillare di stelle mai viste ad occhio nudo, i profumi della natura che masticavano la puzza delle fabbriche chiuse. Tutti abbiamo compreso che la difesa dell’ambiente, del pianeta, non è più un opzione: è un obbligo. Molti di noi hanno sognato la possibilità di inforcare la bicicletta e andare a zonzo, magari promettendo a sé stessi che mai più si sarebbe usata la macchina per qualsiasi necessità: la spesa, il lavoro, una passeggiata. Rinchiusi dentro i nostri appartamenti ci siamo fatti delle promesse. In quegli stessi giorni abbiamo scoperto la Didattica a Distanza, lo smart working, le videochiamate; esiste una rete di solidarietà tra le persone, ci si può aiutare.

Abbiamo scoperto che è possibile fare tante cose anche restando dentro casa. Ma abbiamo anche scoperto che serve una rete di trasmissione dei dati più potente, più diffusa, più economica. Servono computer, tablet, telefoni per tutti. Invece ci si è resi conto che esistono due Italie: quella dei più ricchi che hanno accesso a tutti gli strumenti e le infrastrutture per affrontare l’emergenza, e quelli che, invece, o non ce l’hanno oppure devono arrangiarsi. Un paese diviso in due in cui, però, coloro che hanno difficoltà rappresentano la stragrande maggioranza delle persone. Esiste insomma il cosiddetto “digital divide” per il cui superamento bisogna investire soldi e progetti.

Nel caos dell’emergenza e della paura del contagio si sono scoperti questi problemi e si è compreso che bisognava intervenire raddrizzando le scelte, le opzioni, i progetti, la politica per costruire un futuro migliore.

Il 18 maggio l’Italia è ripartita. E come giustamente ha detto Guccini qualche settimana fa, gli italiani anziché cambiare, molto più semplicemente hanno preferito dimenticare. Tutto sta ripartendo con le stesse dinamiche di tre mesi fa. La Confindustria ha eletto un nuovo presidente, Bonomi, che è lombardo e che le prime cose che ha detto sono state: bisogna alleggerire i Contratti Collettivi Nazionali rendendoli una semplice cornice leggera. Bisogna pagare i lavoratori in base alla produttività. Le stesse parole furono dette dalla Confindustria di D’Amato ai tempi di Berlusconi premier. Sono passati molti anni eppure le idee non si sono evolute. Ricette vecchie per obiettivi di corto respiro.

Il Governo ha deliberato per decreto il divieto di licenziare in questa fase critica e invece i dati Istat parlano di un fortissimo incremento degli inattivi, cioè di coloro che non hanno un lavoro e che ormai non lo cercano nemmeno più.

La scuola pubblica è l’unica realtà che non è ripartita, in cui non si stanno programmando i lavori edili per ampliare i locali, per organizzare le nuove classi, per investire in infrastrutture tecnologiche, hardware e software. Si stabilizzano a tempo determinato i precari e si rimandano le scelte al 2021. Come se ciò fosse possibile.

Lo Smart Working è tornata una opzione per privilegiati mentre l’assistenza alle lavoratrici e ai lavoratori genitori dei bambini o ragazzi le cui scuole sono chiuse è una concessione nelle mani dei datori di lavoro, mentre il Governo nei suoi decreti ha indicato ben altro e in aiuto alle lavoratrici e ai lavoratori.

In estrema sintesi le esigenze delle imprese e delle banche hanno la priorità su tutto.

Questo nonostante il Governo Conte abbia messo in piedi manovre imponenti e con finalità progressiste anche rispetto ad un recente passato. Una contraddizione da tenere in considerazione e da analizzare sino in fondo.

Le città e le strade si sono nuovamente riempite di macchine e di scarichi inquinanti. Le industrie hanno ricominciato a sputare fumi velenosi o ad immettere agenti inquinanti nei fiumi e nei mari. I cigni sono scappati via, l’aria è tornata a puzzare, il cielo è oscurato, le biciclette sono chiuse nei garage, i buoni propositi tornano nei cassetti.

Il piano Colao certifica tutto questo con una serie di proposte che ripropongono le solite vecchie ricette. Per cui si parla di Grandi Opere, accantonando la manutenzione del paese che è fatta invece dei tantissimi piccoli interventi fondamentali sulle strade, sui ponti, sulle reti ferroviarie, sugli edifici pubblici abbandonati e pericolanti. Il lavoro resta una variabile dipendente dalle imprese che vanno perennemente agevolate con contributi economici, con defiscalizzazione, con incentivi che non saranno mai destinati agli investimenti sulla innovazione tecnologica e sulla ricerca di prodotto.

La scuola ritorna ad essere una dependance dei bisogni delle imprese con una visione molto miope della Cultura.

Il Turismo diventa un “brand del paese” come se fosse un marchio da attaccare da qualche parte senza proporre idee finalmente innovative e adeguate al dramma che il settore sta vivendo alle soglie dell’estate.

Lo Smart Working è uno strumento per le imprese, non per i lavoratori.

Quando abbiamo letto la relazione una grande delusione ci ha assalito. La stessa delusione che viviamo ogni giorno quando ci scontriamo con l’organizzazione del lavoro nelle banche, in cui è tornata la litania noiosa e ripetitiva delle campagne commerciali, dei prodotti da vendere, della concezione dell’economia e della società di un mercato da sbranare anziché di una comunità da aiutare per superare la crisi e provare a costruire un futuro migliore in cui i progetti migliori, quelli più innovativi, andrebbero finanziati con coraggio e visione. L’unico fine dovrebbe essere quello di pensare ad un paese in cui le differenze economiche e sociali si riducano, in cui i più deboli siano assistiti e possano vivere meglio. Un mondo in cui tutti possano avere le stesse possibilità di crescita e di sviluppo. Un mondo utopico che possa, invece, trasformarsi in realtà.

Ma non andrà così.

Fase 2
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