La Qualità della Finanza

di Mario Calderini da La Repubblica del 18/06/2020

Non quanta finanza ma quale finanza. Non quanto, non su cosa, ma come si investirà: questa è la risposta nuova che attendiamo dagli Stati generali. Che si dovrà investire bene, tutto, subito e in progetti sostenibili, inclusivi e digitali lo sappiamo già da tempo e se non le sapessimo ce le ricorderebbe quel peculiare florilegio di ottime idee e banalità sconcertanti che sono le schede di Colao.

Investimenti è la parola che più volte ha ripetuto il ministro Gualtieri appena uscito nei giardini della Villa. Giusto e comprensibile, in un momento in cui è disponibile all’azione di governo una massa di risorse che tutta insieme non si era forse mai vista. I buoni propositi non sono però tanto diversi da quelli che non hanno impedito all’Italia di sprecare molte generazioni di fondi strutturali (e anche lì l’Europa ci controllava stretto). Quello che si può invece provare a fare è innovare radicalmente gli strumenti finanziari, in particolare quelli dedicati ad attrarre investimenti privati, partendo dal principio che la finanza non è neutra ma lo strumento scelto determina l’esito trasformativo dell’intervento e la realizzazione di un valore sociale e collettivo.

Sarebbe quindi bello che a Villa Pamphili si trovasse un po’ di tempo per discutere di strumenti di ingaggio pubblico-privato che tengano lontane le forme di finanza estrattiva e attraggano quelle generative e trasformative, capaci di perseguire, insieme ai rendimenti finanziari, un impatto sociale positivo e misurabile.

Il cosiddetto Impact Investing ha molte di queste caratteristiche e in particolare una classe di strumenti chiamata Outcome Funds: si tratta di fondi che si propongono di risolvere problemi sociali complessi attivando forme di partenariato con il privato in cui il contratto ha per oggetto risultati sociali misurabili e non attività svolte. È una forma di attuazione degli schemi di pay by results, in cui il pubblico funge da pagatore finale rimborsando con interessi l’investitore privato se e solo se una terza parte indipendente acclara un certo risultato e un risparmio di spesa pubblica che giustifica l’esborso. Uno schema già ampiamente sperimentato nel mondo anglosassone e in Israele con i social impact bonds, col Fundo social in Portogallo, o in Francia coi Contrats à impact social. Una gamma di strumenti su cui non mancano in Italia controparti credibili, nel private equity come nei fondi per le infrastrutture.

Quando l’Europa si rese conto che il piano Junker derivava pericolosamente verso investimenti facili, materiali e piuttosto vantaggiosi per il privato, lasciando scoperti molti investimenti a forte valore sociale, avviò lodevolmente una riflessione con la Commissione guidata da Romano Prodi, mettendo successivamente in campo la Social Window da 4 miliardi di InvestEu e altri strumenti basati sull’impatto e sul lungo termine. Purtroppo, ciò si è ad oggi schiantato contro un’interpretazione piuttosto modesta da parte della filiera che parte dalle istituzioni finanziarie europee (Fei e Bei) e finisce alle National promotional banks (la Cassa Depositi e Prestiti), che intrise di una cultura finanziaria straordinariamente ortodossa si sono piegate alla volontà politica della Commissione solo superficialmente, collassando gli obiettivi di impatto sociale e ambientale in esercizi di maniera e liste di indicatori che verniciano di un’esile parvenza di sostenibilità gli investimenti. Next Generation Eu è invece un’ottima occasione per rinnovare nel segno della profonda capacità trasformativa gli strumenti finanziari, ricordando che la finanza privata non può definirsi a impatto se la generazione di bene comune non è intenzionale, misurabile e addizionale.

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