Too big to fail

La crisi del credito, quella crisi che partì nel 2008 con il tonfo dei subprime americani e che coinvolse tutti i più importanti istituti bancari del mondo occidentale, è arrivata anni dopo in Italia e ha ugualmente prodotto disastri. Il panorama creditizio italiano è stato completamente sconvolto e ridisegnato, in particolare negli ultimi anni. Ormai si può definire uno scenario di quasi oligopolio con una rapida accelerazione verso un ulteriore accentramento delle banche. Oggi ci sono due grandi gruppi (Intesa, soprattutto dopo l’acquisizione del terzo polo UBI, e Unicredit) con un quarto polo in crisi profonda, Mps, e a quasi pari dimensione il gruppo delle Popolari residue, alcune in ottima salute mentre altre con situazioni di crisi più o meno profonda. Infine c’è il polo delle BCC anch’esse, però, colpite da una crisi dimensionale che ne ha rallentato di molto la crescita e il ruolo sui territori.

In questi giorni si legge di pressioni da parte del MEF su Unicredit affinché acquisti il 68% delle azioni, in mano al Tesoro, del Monte dei Paschi. Se ciò dovesse accadere scomparirebbe un altro terzo polo bancario ingoiato da una delle due regine del mercato creditizio.

In sintesi, magari tagliando un po’ con l’accetta, il sistema creditizio italiano si ridurrebbe a tre soli poli e un quarto, le BCC, con una funzione differente e comunque residuale per i volumi trattati.

Nella storia moderna una situazione simile non si era mai verificata. Il sistema sarebbe nelle mani di pochi operatori, alla faccia della concorrenza e del mercato libero.

Questo scenario ci allarma molto pur comprendendo, perché lo viviamo sulla nostra pelle di lavoratrici e lavoratori, che la crisi ha prodotto una situazione da cui è molto difficile uscire e le regole europee ormai impongono indici di patrimonializzazione e di pulizia del bilancio difficilmente raggiungibili da diverse delle principali banche italiane.

Le conseguenze, però, di tali operazioni vanno valutate con altrettanta attenzione. Perché le ricadute sarebbero sui lavoratori del settore ma anche sulle società e sulle economie di riferimento.

Le operazioni di fusione e/o incorporazione producono migliaia, decine di migliaia, di esuberi in un settore già molto colpito dagli anni passati. L’impatto è stato fortemente ammorbidito dal Fondo di Solidarietà del credito che accompagna alla pensione con un taglio delle retribuzioni almeno del 20% per un massimo di 60 mesi, cioè 5 anni alla maturazione del diritto alla pensione. Ciò non toglie che migliaia di filiali sono state chiuse e quelle rimanenti sono fortemente ridotte negli organici con un aumento molto importante dei carichi di lavoro e una riduzione del tempo di assistenza alla clientela. Inoltre sono stati accompagnati alla porta quelle lavoratrici e quei lavoratori con alti livelli di professionalità soprattutto nella gestione del credito, ossia dei finanziamenti concessi ai clienti. Mentre le nuove generazioni di colleghe e colleghi sono state bersagliate da pesantissime politiche commerciali accompagnate da altrettanti tagli nel salario variabile, quindi più lavoro e meno retribuzione parzialmente compensate con gli aumenti spuntati nei rinnovi del CCNL di categoria.

Quello che ci preoccupa è anche altro, oltre alla facile previsione di ulteriori tagli al personale, sia in termini di colleghe e colleghi considerati esuberi che di tagli in generale del costo del lavoro a cui le banche intendono puntare.

Un altro aspetto che ci allarma molto è l’impatto sui territori in cui le banche operano, sulle persone e sulle imprese. Perché gli accorpamenti di istituti di credito si accompagnano sempre ad una drastica revisione delle linee di credito ossia dei prestiti concessi sotto qualsiasi forma. E’ facile immaginare come un cliente, affidato sia dal Monte dei Paschi o da Ubi Banca e contemporaneamente affidato anche da Unicredit o Banca Intesa, all’atto della fusione si vedrebbe chiamato dalla nuova banca derivante dalla fusione per comunicargli il taglio dell’importo complessivo del finanziamento, altrimenti ci sarebbe una sovraesposizione creditizia.

Se ciò dovesse accadere il colpo ulteriore sui territori in crisi sarebbe grave.

Sappiamo bene che le banche devono fare utili e che non possono lavorare come se fossero enti di beneficenza. Ma sappiamo altrettanto bene che il credito è un motore fondamentale per il riscatto economico e sociale di un paese in crisi.

Pertanto queste operazioni di rafforzamento patrimoniale devono essere filtrate dal Governo del paese, da una politica creditizia che metta al primo posto la tutela delle famiglie e delle imprese, nonché la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori del credito su cui, invece, bisognerebbe rapidamente investire in termini di ulteriore crescita professionale e di competenze digitali. Servono anche investimenti adeguati in infrastrutture tecnologiche perché il lockdown ha dimostrato che senza l’impegno delle colleghe e dei colleghi, molto più flessibili delle organizzazioni aziendali, le banche italiane sarebbero saltate rapidamente a causa dell’inadeguatezza delle reti informatiche e degli strumenti informatici di cui sono dotati i lavoratori del settore.

La Redazione Fisacbrindisi.it

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