Il Futuro e le Macerie

I Dpcm del 18 e del 25 ottobre 2020 vanno letti e interpretati con una lente di ingrandimento che sia il punto di vista del mondo del lavoro. Parlo di tutti quei lavoratori, pubblici e privati, che ogni giorno devono timbrare un cartellino alle 8.00-8.15 e che lo devono fare portandosi sul groppone tutta una serie di problemi e di impegni legati alla situazione personale e /o familiare. Eppure sono quelli che devono comunque presentarsi sul luogo di lavoro, tirare fuori il meglio di sé e rispondere del proprio operato a sé stessi o a qualcun altro.

Se hanno una famiglia, dei figli, dei genitori hanno sulle spalle delle responsabilità. Hanno una visione della loro vita. Hanno aspettative. Hanno preoccupazioni. Hanno delle paure. Eppure ogni giorno fanno il loro dovere.

In questo Dpcm viene disegnata un’idea di società. E’ un mondo in cui la produzione ha la priorità assoluta e smentisce, incomprensibilmente, ciò che il Governo aveva fatto la primavera scorsa. E’ un mondo in cui le attività produttive devono continuare la loro attività produttiva con una semplice “raccomandazione” di utilizzare la modalità del lavoro agile. E’ una raccomandazione, non una scelta strategica. La produzione ha la meglio su tanti aspetti fondamentali per la crescita di un paese. Si è scelto di continuare a far lavorare, sia pure con alcuni limiti importanti, tutti mentre si è deciso di chiudere tutte le attività culturali e sportive amatoriali e dilettantistiche.

Perché è un problema?

Perché il Governo decide di chiudere quegli sport frequentati e quelle attività culturali, cinema, teatri, dalla stragrande maggioranza delle ragazze e dei ragazzi.

L’idea che si applica è che vanno chiuse proprio quelle attività in cui, con l’attività mentale e fisica di equipe, i ragazzi recuperano un equilibrio psico-fisico importante che in molte zone del paese significa evitare che restino in mezzo ad una strada con tutti i rischi che ne conseguono.

Si dice che non si possono colpire le attività economiche. Ma anche le attività culturali e quelle sportive dilettantistiche lo sono e perdere i fondi recuperati con la chiusura dei teatri, delle sale cinematografiche, della partecipazione alle gare o ai campionati significa farle chiudere. E’ un danno alle persone. E’ un danno all’economia anche se è un’economia “povera” per la logica neoliberista.

Il problema si scarica alla fine sulle famiglie o su chi segue quelle ragazze e quei ragazzi. E cosa dicono i Dpcm su questo punto? Quali sono gli strumenti per assistere quelle lavoratrici e quei lavoratori che ogni giorno dovranno timbrare il cartellino alle 8.00-8.15? Quali sono i permessi a cui le donne e gli uomini potranno far ricorso per assistere i propri figli? Come potranno accompagnare i propri ragazzi a scuola con gli orari scaglionati e con un ingresso minimo alle 9 se loro, invece, dovranno essere dentro una filiale di banca, un supermercato, un bar, un ufficio pubblico, una scuola, un ospedale, un laboratorio di analisi, un negozio alle 8 del mattino?

C’è un invito allo smart working. Ma chi deciderà sarà controllato da qualcuno? E chi non può far ricorso al lavoro agile?

C’è un altro inciso e va detto. Uno dei problemi dell’aumento del contagio da coronavirus è il sovraccarico del trasporto pubblico nelle ore di punta. Per decongestionarlo si consiglia, nel solito dpcm, di far entrare i ragazzi che continueranno ad andare a scuola con orari scaglionati, ingresso minimo, come detto, alle ore 9.

Va bene. Ma, ad esempio, nella piccola provincia in cui viviamo come in tutte le province dove non ci sono grandi centri urbani, la società di trasporto pubblico ha deciso che le linee sono concentrate fino alle 8 del mattino e poi riprendono in tarda mattinata. Quindi gli studenti che ne fanno ricorso dovranno comunque utilizzare quelle stesse corse che utilizzano ora e poi, una volta scesi, che faranno? Bighelloneranno per la città per qualche ora in attesa di entrare? E se dovesse piovere? E se dovesse far freddo? E se si dovessero assembrare ancora di più?

Questi sono i pensieri di un genitore che si sentirà sulla coscienza il peso di non poter accompagnare o badare come vorrebbe la propria figlia o figlio.

Perché in quei dpcm non ci sono gli strumenti per le lavoratrici e per i lavoratori. Perché loro dovranno continuare a lavorare ed esporsi in prima persona al contagio. Perché la produzione deve continuare. Poi non fa nulla se saranno i primi, al momento della crisi, ad essere messi in cassa integrazione, o vedersi modificato il contratto, oppure sentire il presidente di Confindustria, Bonomi, tuonare che è ingiusto prorogare il divieto di licenziamento, che i CCNL vanno svuotati per favorire la contrattazione aziendale al fine di distribuire una produttività che non c’è più da decenni e che comunque è ridicolo parlare di aumenti del salario. Solita storia: togliere i diritti certi per inserire flessibilità dai contorni incerti.

Sono le stesse aziende che dicono da un decennio che la tecnologia sostituisce il lavoro umano, che ormai gli esuberi sono enormi, che un robot fa il lavoro di dieci persone. Ma sono le stesse aziende che, nel momento esatto in cui è necessario far ricorso alla tecnologia per impostare una organizzazione del lavoro diversa, non hanno investito nemmeno un nichelino in hardware, software, infrastrutture e soprattutto in competenze informatiche. Perché in questi ultimi anni troppo spesso è sufficiente alzare la voce per nascondere il fallimento di una intera classe dirigente aziendale.

Eppure ogni giorno quelle lavoratrici e quei lavoratori si fanno carico di tenere in piedi un sistema produttivo e di servizi alla collettività che altrimenti sarebbe saltato in aria. Lo fanno perché sentono forte il desiderio di salvare la società in cui vivono, le vecchie facce che incontrano ogni giorno sulla metro, sui pullman, sui treni, dal giornalaio, dentro i posti di lavoro. Nonostante troppo spesso siano sfruttati, mal pagati, alcune volte non riconosciuti come persone ma solo come numeri che devono produrre un risultato.

Ma quelle lavoratrici e quei lavoratori hanno dentro di sé ben chiara un’idea di futuro, un’idea di società da costruire.

E in quell’idea al centro ci sono le persone, ci sono i loro figli, in cui sia possibile realizzare l’equilibrio tra desideri, potenzialità e realizzazione di sogni. Sì, anche la realizzazione di un sogno.

E quel sogno è anche dentro una palla da tirare, una bracciata in una vasca, una corsia in cui correre, un bicchiere di vino da bere in compagnia. Ma è necessario che sia tutto dentro quel futuro, ogni tassello incastrato insieme agli altri.

Oggi è il tempo di difendere la salute pubblica. Oggi non è il tempo di colpevolizzare nessuno ma solo fare delle scelte lungimiranti e predisporre una organizzazione potente, veloce, operativa, efficiente. In cui quelle persone non siano lasciate da sole, smarrite, dentro una stanza in cui far trascorrere i giorni di una eventuale quarantena da cui non si sa se si uscirà vivi oppure no.

Quindi è arrivato il momento di far sentire forte la voce di quelle lavoratrici e di quei lavoratori.

E’ arrivato il momento di dichiarare una mobilitazione contro una classe imprenditoriale inadeguata a questi tempi drammatici e per far comprendere ad una classe politica impreparata che oltre ai no mask e ai negazionisti ci sono cittadine e cittadini che hanno un’idea collettiva e che sanno difenderla da chi ha solo l’obiettivo di distruggere questo paese.

E’ un momento delicato. Il futuro prossimo si costruisce con le scelte di questi giorni. Il mondo del lavoro deve far sentire con forza le proprie ragioni a tutela della salute pubblica, della democrazia nel paese, del futuro dei giovani a cui, invece, lo si sta rubando.

La Redazione Fisacbrindisi.it

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