Fatti non foste…

E’ un martedì mattina, sono in macchina in via Provinciale San Vito a Brindisi. Sono in fila e mi sto dirigendo verso il centro per andare a lavorare. Subito sotto, ma anche di fronte, la Fontana Tancredi sono parcheggiate una serie di macchine della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia Comunale. Lì, proprio di fronte il monumento, c’è il dormitorio destinato ad ospitare gli immigrati. Nel piazzale antistante c’è un camion dell’Ecotecnica. Intuisco che si sta effettuando la pulizia dei locali. L’anomalia è nel fatto che in mezzo al piazzale ci sono ammucchiate biciclette, materassi, valige, e mucchi di bancali impacchettati.

Non mi posso soffermare, accelero ma noto con la coda dell’occhio che non c’è nessun ragazzo di quelli alloggiati nel dormitorio.

Durante la mattina, nell’attimo in cui sorseggio rapidamente un caffè versato dal mio thermos, apro Facebook e cerco qualche notizia. La trovo e individuo, puntuale come l’orologio del Big Ben, i commenti razzisti: “Che schifo”, “Ma guardate che porcile”, “Trasformano tutto in una discarica!”, “Ma quando finirà questa vergogna?”, ecc. ecc.

Guardo il caffè nel bicchierino di carta. Mi alzo, vado nel bagno riservato ai dipendenti e lo butto. Lo schifato sono io, mi si chiude lo stomaco.

Brindisi è una piccola città tranquilla. Ha un porto bellissimo, uno dei porti naturali più belli al mondo, e ha una storia importante. Era, secoli fa, chiamata “la Porta d’Oriente”, perché da qui partivano le navi verso i principali porti dell’Oriente in Grecia, in Albania, in India.

Ora è, come tante cittadine italiane, una città in profonda crisi economica e sociale. E’ stata oggetto di una industrializzazione selvaggia fondata su enormi industrie chimiche e destinate alla produzione di energia. Tutti settori che sono entrati in una crisi profonda e senza sbocchi. La distruzione del territorio e l’inquinamento sono rimasti mentre i posti di lavoro sono volati via. Brindisi è stata protagonista, come tante cittadine e paesi del meridione, ad un importante fenomeno di migrazione verso il nord industriale. Ora è al centro di un progressivo fenomeno di migrazione di ragazze e ragazzi che vanno a studiare fuori regione e poi cercheranno un posto di lavoro altrove se non all’estero dove le competenze sono apprezzate e riconosciute. Qui sono rimasti lavori legati all’industria residua, al commercio e soprattutto all’agricoltura. Sono lavori che richiedono poche competenze e maggiore manualità e prestanza fisica. Sono lavori duri, con orari lunghi e spesso, troppo spesso, mal pagati se non proprio oggetto di sfruttamento.

La sera chi percorre le strade periferiche buie e isolate incontrerà molti di quei ragazzi di origine africana o mediorientale che tornano al dormitorio pedalando sulle loro biciclette arrugginite, senza luci e protetti solo dai giubbotti, quando li hanno, catarinfrangenti. Tornano da una lunga e durissima giornata di lavoro nei campi. Lavorano per tutto l’anno perché la terra è sfruttata sempre al ritmo delle colture stagionale. Ulivi, vitigni, pomodori, carciofi, meloni, frutta, broccoli, finocchi, insalate, zucchine, patate, rape, radicchio, carote, e così via. Quando il sabato mattina si va a fare la spesa negli ipermercati, sempre in periferia, se ne vedono decine piegati sulla terra a dissodare la terra, o a seminare o, quando è il momento, a raccogliere il frutto della stagione.

In città non si hanno notizie di spaccio di droga effettuato da quei ragazzi, non si conoscono notizie di insidie alle ragazze brindisine, non si leggono furti nelle strade o negli appartamenti con protagonisti uomini africani. Non ci sono i soliti fenomeni utilizzati da chi non aspetta altro per giustificare il proprio razzismo. Si incontrano ai semafori, dove cercano raccattare qualche moneta in cambio di un artigianale lavaggio dei vetri delle macchine, o nei piccoli supermercati dei quartieri ad aiutare le persone a portare la spesa, a mettere a posto i carrelli o a dare una mano ai dipendenti di quei negozi, in cambio di qualche moneta. Sono lì, sorridenti, gentili, di poche parole.

Eppure, pur avendo la compagnia di questa presenza tranquilla la città ha rigurgiti razzisti come, purtroppo, si registrano ovunque. Mi chiedo, e vi chiedo, chi di voi riuscirebbe a vivere a migliaia di chilometri di distanza dal proprio paese, dalla propria gente, dagli affetti, costretto a raccattare qualsiasi lavoro senza che vengano riconosciuti diritti, rispetto, un giusto salario, una casa decente dove poter costruire una vita dignitosa? Chi di noi sarebbe disposto a lavorare duramente nei campi sotto qualsiasi clima per pochi euro all’ora? Chi di noi, costretto a vivere in un dormitorio dove il proprio spazio è un materasso basso, usato, e una brandina e nulla di più, riuscirebbe a conservare le proprie cose in modo ordinato e pulito? Chi riuscirebbe a mantenersi pulito e profumato con un bagno in comune con decine, se non centinaia, di persone?

Vi rispondo io: nessuno!

Qualcuno dirà: perché non se ne restano a casa loro? Vorrei vedere noi cosa faremmo se le nostre case fossero bombardate da granate ogni giorno. Cosa saremmo disposti a fare per mettere in salvo le persone a cui teniamo? Forse basterebbe sfogliare gli album di foto dei nostri antenati per scoprire che un tempo non lontano eravamo noi in quella situazione ed emigravamo in posti lontani pur di costruire una vita migliore.

Quando, in questi giorni, la sera si passa davanti al dormitorio si vedranno questi ragazzi in piedi, distanziati e con il viso coperto dalla mascherina, che aspettano in silenzio il momento in cui potranno rientrare. La gran parte di loro ha trascorso una intera giornata a lavorare all’aperto, senza nessuna sicurezza di alcun tipo.

Eppure li giudichiamo, li denigriamo, li schifiamo. Certo, non sono tutti santi e integerrimi. Ma perché, essere bianchi e italiani automaticamente significa essere persone perbene?

Siamo nel 2020. La pandemia del coronavirus ha dimostrato inequivocabilmente che i confini non esistono, che i muri si scavalcano, che nessuno da solo si può salvare. Questo pianeta è piccolo ed è pieno di esseri umani. La storia delle donne e degli uomini ha dimostrato che si cresce e si migliora solo mescolando razze, religioni, culture. Solo in questo modo si punta a crescere ed a costruire un nuovo mondo. La Storia è fatta di muri alzati e poi abbattuti. Solo integrando queste persone, accogliendole e conoscendo chi siano è possibile accettarle e avviare un vero confronto. Da questo confronto non si potrà che migliorare tutti. Non è certo confinandoli in una gabbia per paura di essere contaminati che si potrà costruire un futuro migliore. Per tutti noi, senza distinguere tra Noi e Loro. Perché oggi questo modo di pensare non ha più senso e, permettetemelo, non ha più diritto di cittadinanza.

Galileo Casone

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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