Che brutta Finanza

La finanza ha copiato il peggio della politica

La pandemia fa paura, ma anche la storiaccia di Unicredit non scherza. Un vento di follia travolge le istituzioni del capitalismo, dalle quali dipende il futuro di tutti. Capiamoci: imprese e famiglie italiane hanno affidato a Unicredit 470 miliardi di euro. E in una tiepida sera di novembre siamo costretti a scoprire (prima era un fondato sospetto) che un gruppetto di professionisti con redditi a molti zeri gestiscono la seconda banca italiana come fosse la tabaccheria di famiglia.

Scandalizza la coltre opaca dietro cui i loro giochini sono nascosti, prima di tutto a oltre 80mila dipendenti privi di alternative per vivere, e subito dopo agli azionisti che hanno investito sulla banca i loro risparmi. In due giorni le azioni Unicredit hanno perso in Borsa il 12 per cento del valore, che vuol dire essersi fumati un paio di miliardi. Perché tutto questo? Di sicuro c’è solo che il manager francese Jean-Pierre Mustier sarà disarcionato dalla poltrona di amministratore delegato, non subito ma fra sei mesi. Tutto il resto è “retroscena”, come quelli sul rimpasto di governo: pettegolezzi, sapidi aneddoti sull’insofferenza dei dirigenti per l’obbligo della cravatta rossa, cherchez la femme e tutta la chincaglieria da commedia all’italiana.

Un importante sindacalista rileva che Mustier «ha dato sempre l’impressione di stare in Unicredit senza molto entusiasmo». Ah. Era demotivato? Gli italiani lo avevano deluso? Aveva la saudade della nativa Chamalières? O della Legione straniera di una felice giovinezza? Il livello del dibattito è questo, peccato che ci sia in gioco il futuro del sistema bancario italiano.

Perché è stato mandato via? Mica sentono il dovere di dirlo. In un comunicato di pura poesia l’interessato dichiara: «È emerso che la strategia del piano Team 23 e i suoi pilastri fondanti non sono più in linea con l’attuale visione del Consiglio». Ah. E che cosa non va nel piano Team 23? Lo stesso comunicato, quattro righe prima: «Il Sig. Mustier e il management team (ma come parlano?, ndr ) rimangono impegnati sull’esecuzione del piano strategico Team 23». E uno dovrebbe comprare azioni Unicredit?

Pare, ma nessuno lo dice, anche se in gioco ci sono i soldi di tutti, che Mustier non volesse accollarsi il salvataggio del Monte dei Paschi. Tutti gli altri sì, pare. A cominciare dal presidente in pectore, Pier Carlo Padoan, l’uomo che da ministro dell’Economia ha nazionalizzato il Monte dei Paschi, come azionista di controllo ha finito di scassarlo, si è fatto eleggere a Siena come salvatore della banca e adesso salta la barricata e si appresta a rimediare al casino che ha combinato accollando l’inguaribile di Siena all’Unicredit. Cabaret puro.

Adesso si capisce perché Unicredit ha sentito il bisogno di avere come vicepresidente il manager farmaceutico pensionato Lamberto Andreotti, figlio ormai settantenne del compianto senatore Giulio. È quello il faro, per una classe manageriale che di moderno ha solo l’abuso di un inglese mal pronunciato. Sospettosi e complottisti immaginano (non del tutto a torto) i santuari della finanza telecomandati da potenze straniere e cordate massoniche, “menti raffinatissime” e poteri occulti. Sono ottimisti.

Il sistema finanziario è guidato da arruffoni in grado solo di imitare trame, omertà e supercazzole della politica. Italiana. Il settore privato l’hanno rovinato e adesso la cassa, il poco che è rimasto, ce l’ha lo stato. E loro, in ginocchio, si adeguano, in attesa della prossima nomina.

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Giorgio Meletti

editorialedomani.it

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