I giorni del Condor

Covid, Banche e le pressioni commerciali. Tutto cambia per non cambiare nulla

E’ un tempo difficile. Ormai è quasi un anno che l’Italia è stritolata dalla morsa violenta del Covid19. In questo lungo periodo la nostra vita è cambiata, le certezze consolidate si sono polverizzate, le giovani generazioni sono rinchiuse dentro i monitor dei pc o dei tablet, una devastante crisi economica e sociale sta impoverendo, giorno dopo giorno, tante persone e famiglie;

un’intera generazione sta scomparendo colpita da questa malattia terribile.

Negli ultimi due mesi qualche timida speranza si sta affacciando grazie alle azioni di contenimento e alla scienza che è riuscita, in un tempo brevissimo, a produrre i vaccini per bloccare la diffusione del coronavirus.

Noi siamo dipendenti di banca. Sin dall’inizio siamo stati considerati dal governo un’attività essenziale. Le organizzazioni sindacali del settore sono riuscite a far attivare alle aziende delle rigorose misure a protezione delle lavoratrici e dei lavoratori. Ovviamente il rischio è rimasto molto alto sin da subito proprio per la particolare capacità di diffusione del virus. Le misure del Governo per aiutare le categorie produttive e le famiglie colpite dalla crisi e dal blocco di molte attività hanno messo al centro l’operatività delle filiali e dei dipendenti bancari. L’organizzazione del lavoro ha subito profonde modifiche in tempi rapidissimi per consentire a tutta la rete bancaria di operare al massimo per far fronte alle milioni di richieste in applicazione delle delibere governative.

Le lavoratrici ed i lavoratori hanno risposto con il massimo impegno sia nell’ottica di aiutare le persone e le aziende, sia per aiutare le banche a sopravvivere in questa fase così complicata.

Dai risultati delle trimestrali e dalle proiezioni di chiusura dei bilanci 2020, salvo casi isolati e già noti per difficoltà esistenti da tempo, indicano che la crisi è stata ben affrontata e si sono ottenuti risultati lusinghieri, soprattutto per i principali gruppi bancari.

Eppure. Già, c’è un eppure. In questo mese di gennaio nei gruppi bancari sono stati predisposti i budget commerciali. E, sorpresa, questi programmi di vendita e di crescita prevedono un aumento vertiginoso degli obiettivi da raggiungere. Nelle filiali sono iniziate le riunioni per presentare questi obiettivi di vendita e i toni usati nei confronti dei dipendenti si sono alzati di tono, le richieste di maggiore produttività si accompagnano a espressioni facciali indurite dei responsabili commerciali, le parole usate sono più spigolose, le minacce di ripicca in caso di mancato raggiungimento da velate sono diventate dirette.

Le banche in un batter d’occhio hanno dimenticato lo sforzo enorme dei mesi scorsi. Le lavoratrici e i lavoratori sono diventati dei fannulloni e si dà per scontato che chi ha lavorato, o lavora, in smart working è uno sfaccendato che ruba lo stipendio.

Le pressioni hanno tante forme, dalle mail, alle telefonate, ai gesti, alle pressioni per mettere in secondo piano le esigenze personali. Ci si sta dimenticando che i dipendenti sono persone che hanno anziani, adolescenti o bambini a cui badare con le scuole fisicamente chiuse.

Gli effetti sui dipendenti sono gravi e crescenti. In particolare è da evidenziare lo stress da lavoro correlato, la pressione psicologica che si mescola alla paura della pandemia, all’ansia per il futuro, alle preoccupazioni per gli effetti sulle famiglie o sui propri cari.

Noi ci saremmo aspettati un cambio di strategia da parte delle banche. Avremmo immaginato la predisposizione di un nuovo modello organizzativo in cui si utilizzasse al meglio la professionalità e le competenze per aiutare l’economia e la società a predisporre piani di ricrescita, prodotti mirati per aiutare chi è in difficoltà evitando ulteriori indebitamenti non più sopportabili, l’uso della gestione patrimoniale per rimettere in moto in modo adeguato i risparmi fermi in gran quantità nelle banche. Invece non viene fatto nulla di tutto questo. Troppo spesso l’indifferenza per il dolore delle persone spinge a far vendere comunque prodotti che, invece, comportano ulteriori indebitamenti per chi già non è in grado di andare avanti a causa di questa drammatica crisi.

Come Fisac/CGIL riteniamo che sia arrivato il momento di alzare un muro contro queste pratiche scorrette che corrono il rischio di strangolare le famiglie e le imprese e di minare la salute psicologica e fisica delle lavoratrici e dei lavoratori bancari.

Non è più accettabile questo modo di fare banca.

Noi chiediamo alle segreterie nazionali di far procedere l’ABI all’immediata attuazione del protocollo sulle politiche commerciali e di aprire un tavolo negoziale che disciplini in tempi rapidi la diffusione dello strumento dello Smart Working e di una nuova organizzazione del lavoro in cui il lavoratore torni ad essere centrale e in cui sia adeguatamente protetta la sua dignità. Senza l’enorme impegno profuso dalle donne e dagli uomini che lavorano in prima linea, sia quelli che operano nelle filiali che quelli che hanno operato in lavoro agile, la banche non avrebbero retto anch’esse all’urto della crisi.

E’ ora che questo impegno sia riconosciuto, rispettato e tutelato adeguatamente.

Non è più accettabile che le persone siano trattate come numeri verso cui non c’è alcun rispetto.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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