Chiacchiere e verità: la crisi nelle banche

Non passa giorno in cui non si senta parlare di crisi delle banche, di tagli degli sportelli e del personale, fusioni e cessioni di rami d’azienda.

Provate a chiederne le ragioni ad un top manager: questi partirà con una lezioncina di macroeconomia, vi parlerà di stagnazione, di società di rating che declassano il Paese per via del debito alto e del Pil; vi dirà che i tassi di interesse sono bassi e che di conseguenza occorre ricercare i ricavi attraverso le commissioni e l’efficienza; concluderà asserendo che le fusioni sono necessarie per condividere i costi per l’innovazione tecnologica, per trovare i capitali da destinare a riserve per crediti deteriorati e reclami.

Quanto sopra esposto appare ineccepibile da un punto di vista logico ma è priva di informazioni che vogliamo invece rimarcare e che possono essere riassunti in una domanda: come si è giunti alla crisi?

Nei tempi che furono, le banche svolgevano una funzione ben precisa, raccoglievano denaro dai risparmiatori remunerandoli ad un certo tasso e lo prestavano ad un tasso più alto. Il tutto avveniva in maniera lineare: conti correnti, libretti e certificati di deposito da una parte e mutui e prestiti dall’altra; in mezzo, dalla differenza fra i tassi attivi e passivi, le banche traevano profitto che in parte destinavano a riserve. Non era un sistema perfetto ma funzionava. Gli istituti di credito, ponendo la giusta attenzione nel prestare capitali, potevano contribuire alla crescita di una periferia, di una città o di una regione. Potevano contribuire, come hanno fatto, allo sviluppo dell’agricoltura, dell’industria, degli ospedali e delle università.

Peccato che il sistema capitalistico sia viziato. Si parla di fallimenti del mercato riferendosi all’aumento della disoccupazione e dei prezzi; è più semplice dire che non ci si accontenta mai, che si vuol guadagnare sempre di più.

Le banche, infatti, non si sono accontentate: hanno voluto espandersi sempre più, guadagnare sempre più: hanno acquisito altre banche, aperto filiali in tutto il mondo, investito capitali in operazioni altamente rischiose, concesso finanziamenti al di sopra delle garanzie e della capacità di rimborso. Sono diventate fragili nel patrimonio e hanno tirato fuori soluzioni che presto si riveleranno essere fallimentari. In nome dell’efficienza hanno effettuato tagli al personale, rinunciando di fatto alla risorsa più importante per ogni azienda. Ai dipendenti rimasti viene rivolta tutti i giorni, più volte al giorno, la stessa domanda: “Cosa hai prodotto oggi?” Ricevono pressioni commerciali di diversa natura, dalle e-mail con la classifica degli atti di vendita per gestore a telefonate intimidatorie. Da anni ormai occorre cercare i guadagni nelle commissioni: i correntisti, che prima ricevevano una minima remunerazione per i propri risparmi, ora devono pagare per avere un conto corrente anche se non mettono mai piede in banca; ai dipendenti il compito di proporgli contratti assicurativi e di investire in altre società collegate e in diamanti. Il risultato finale è un formale reclamo, se non una denuncia penale contro il dipendente, che comporta comunque il risarcimento del cliente da parte della banca che si indebolisce sempre più. Ricomincia poi il circolo vizioso dei tagli dei costi, in primis quello del personale, perché i brillanti manager del settore non vogliono fare altro che attuare soluzioni di breve periodo che consentano di distribuire utili agli azionisti.

Noi proponiamo di percorrere una strada più ardua, puntando ad ottenere risultati positivi e duraturi per tutti attraverso:

1) assunzioni per garantire un servizio diffuso e di maggiore qualità; assunzioni per svolgere un ruolo sui territori che aiuti a finanziare progetti al fine di combattere la disoccupazione e dar modo a più famiglie di sostenersi, risparmiare ed investire in case e beni di consumo;

2) riaprire le sedi nelle periferie ormai da tempo abbandonate. È nelle periferie che risiede la maggior parte della forza lavoro e bisogna credere ed investire nella loro riqualificazione; sorgeranno altre attività che produrranno nuova ricchezza da immettere nel sistema;

3) abolire la vendita di strumenti complessi e soprattutto di prodotti spazzatura;

4) vietare ogni sorta di pressione commerciale; non si tratta di non voler lavorare ma di volerlo fare con coscienza;

5) sì alle fusioni e alle cessioni solo a condizione del pieno mantenimento della forza lavoro.

Non vogliamo che queste parole rimangano chiacchiere. Vogliamo metterci al lavoro, farlo per bene e subito!

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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