È accaduto e può accadere ancora.

(AP Photo)

Birmania, strage di manifestanti per la libertà.

Myanmar, ex-Birmania, 1° febbraio 2021. Blindati dell’esercito presidiano le strade della capitale. Sono passate poche ore dal colpo di stato in Myanmar con cui i militari hanno preso il potere arrestando il capo del governo di fatto Aung San Suu Kyi ed altri esponenti del suo partito, vincitori delle elezioni di novembre. Il paese è nel caos: banche chiuse, collegamenti telefonici interrotti, internet e tv private oscurate. Le forze armate hanno confermato il golpe e hanno istituito lo stato di emergenza per un anno dopo i presunti brogli delle ultime elezioni presidenziali vinte appunto dalla premio Nobel per la pace San Suu Kyi. Brogli in realtà smentiti dall’apposita commissione elettorale. Dal carcere della capitale dove è detenuta, la leader destituita ha esortato la popolazione a rispondere e a protestare con tutto il cuore contro il colpo di stato.

Aung San Suu Kyi ha passato buona parte della vita agli arresti domiciliari, reclusa per le sue idee democratiche; da decenni lotta per garantire maggiori diritti al popolo birmano oppresso dal regime militare. Fondatrice della Lega Nazionale per la Democrazia nel 1988, sarebbe dovuta diventare primo ministro nel 1990 ma l’esercito la costrinse al confino. Da allora è diventata un simbolo di resistenza. Non poteva lasciare il paese né ricevere visite di parenti. È stata liberata solo nel 2010. Ha ottenuto prima un seggio parlamentare, poi un ministero, fino al titolo di consigliere di stato. Vincitrice del premio Nobel per la pace e di numerosi altri riconoscimenti, negli ultimi anni la sua figura è stata messa in discussione dopo il genocidio dei Rohingya, la minoranza musulmana in Myanmar, contro il quale non si è schierata.

A pochi giorni dal golpe, nonostante i militari abbiano bloccato Internet, apprendiamo che in migliaia sono scesi in piazza per protestare e che la giunta militare ha scelto di rispondere con la repressione armata. È un’escalation di violenza: i militari sparano contro la folla proiettili veri, non solo di gomma; ci sono i primi morti; aumenta la rabbia e la protesta si amplifica coinvolgendo ogni angolo del paese. I manifestanti chiedono non più solo la liberazione di Aung San Suu Kyi ma la riforma della costituzione del 2008 che ha cementato il dominio dei militari in nome della cosiddetta democrazia disciplinata.

Dopo un mese, immagini per lo più intrasmissibili raccontano una carneficina premeditata: tra le vittime ci sono anche donne e bambini. “La brutalità dell’esercito birmano contro i manifestanti è immorale ed indifendibile”, dichiara il dipartimento di stato americano. Il segretario ONU Guterres ha espresso sgomento per le uccisioni, gli arresti arbitrari, le torture in carcere e chiede ai militari di consentire la visita di un inviato speciale delle Nazioni Unite come primo fondamentale passo per calmare la situazione. Ma la situazione, invece, degenera: alcuni manifestanti, pare, concentrano la propria rabbia su fabbriche cinesi e Pechino chiede di prendere le misure necessarie per garantire la sicurezza del personale cinese. La giunta ne approfitta per introdurre la legge marziale in alcuni distretti: i trasgressori, processati dai tribunali militari, vanno incontro ad ergastolo o pena di morte. I capi dell’opposizione reagiscono lanciando appelli a continuare ogni tipo di protesta mentre Aung San Suu Kyi, accusata di corruzione, continua ad essere detenuta in un luogo sconosciuto senza poter comunicare con il suo legale.

Decine di militari hanno passato il confine con l’India pur non sparare sui propri connazionali ma altri cercano le persone casa per casa, sparano nelle strade, colpiscono tutti i passanti. La popolazione resiste ormai da più di due mesi. I dimostranti intonano preghiere e slogan ma i soldati hanno l’ordine di sparare ad altezza d’uomo, terrorizzare chi ancora osa contrapporsi in nome della Libertà. Eppure, il regime ha recentemente raccolto anche l’appoggio della Russia; appoggio che più che presa di posizione sulla questione birmana sembra essere una contrapposizione all’asse Europa – Gran Bretagna – Stati Uniti.

Dal 1° febbraio più di 250 sarebbero stati i morti e 2600 gli arresti. È ragionevole pensare che in realtà le vittime siano molte di più. La giunta militare ha preso e vuol mantenere con la forza un potere ben più ampio di quello che avrebbe ottenuto vincendo il confronto elettorale. È il caso limite di ciò che troppo spesso accade in molti campi: la concentrazione del potere in una sola persona o in una casta; adducendo i pretesti più svariati, il fine ultimo è quello di accumulare ricchezza.

La libertà è uno di quei diritti che diamo per scontati invece è un bene fragile e ben ragione ha il popolo birmano di rivendicare il diritto ad agire liberamente e di condannare gli arresti e gli omicidi arbitrari.

È bene ricordare che i lavoratori e gli studenti non hanno reagito al golpe utilizzando la violenza. Hanno usato come “armi” gli scioperi e le manifestazioni e hanno subito, per tutta risposta, una sanguinosa reazione.

Lungi dal ritenere che la violenza si elimini con altra violenza, riteniamo che occorra un atteggiamento meno timido ed una condanna unanime da parte degli altri Stati. Dovremmo scioperare tutti, manifestare tutti contro ogni forma di dittatura.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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