Il Referendum del 20 e 21 settembre 2020

La posizione della Fisac/CGIL di Brindisi

La DEMOCRAZIA è il valore fondante della nostra Repubblica, è stata conquistata negli anni con dure lotte e una drammatica guerra mondiale e, per tale ragione, deve essere difesa strenuamente.

Questo è il punto di partenza fondamentale da tenere presente nel prendere una decisione consapevole ogni qualvolta che, proprio in virtù di questo principio, siamo chiamati ad esprimere il nostro volere nelle consultazioni elettorali.

La Democrazia è un bene supremo, costituzionalmente garantito, e trova la sua espressione nei 139 articoli della nostra Carta Costituzionale, straordinaria sintesi dei Diritti e Doveri fondamentali dei cittadini (Parte prima) e fonte essenziale dei delicati equilibri tra i poteri statali (Parte seconda- Ordinamento della Repubblica) (Potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario).

Gli artt. 56 e 57, relativi ai principi base da seguire per la costituzione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, sono stati più volte oggetto di revisione con Leggi Costituzionale del 1963 e del 2001 e sono, ad oggi, oggetto di un tentativo di revisione con REFERENDUM confermativo del 20 e 21 Settembre del 2020 di una Legge votata dalla maggioranza del Parlamento e il cui obiettivo è la riduzione del numero dei parlamentari.

La Fisac/CGIL del Comprensorio di Brindisi ritiene che questa manovra, la quale produrrebbe un risibile risparmio economico per i cittadini, vada, di fatto, a distorcere il delicato equilibrio succitato, che alteri la Rappresentatività delle minoranze e dei territori e comprometta, quindi, la scelta, sicuramente oculata, fatta dai padri costituenti.

E’ invece essenziale un profondo RINNOVAMENTO QUALITATIVO della attuale classe

politica. E’ indispensabile, indifferibile ed urgente una profonda revisione della LEGGE ELETTORALE in senso proporzionale; è auspicabile una reintroduzione delle preferenze, al fine di rendere percorribile l’art. 67 della Costituzione, secondo cui “ OGNI MEMBRO DEL PARLAMENTO RAPPRESENTA LA NAZIONE ED ESERCITA LE SUE FUNZIONI SENZA VINCOLO DI MANDATO”).

Pertanto la Fisac/CGIL ritiene essenziale che ogni cittadino si rechi alle urne ed esprima la preferenza secondo la propria coscienza, tenendo presente che, trattandosi di referendum confermativo, non occorre raggiungere un quorum minimo, quindi ogni voto risulta necessario.

Il Referendum, per quanto espresso, è un elemento di distrazione dall’obiettivo di rendere più efficace e usufruibile la democrazia nel nostro paese.

Il popolo deve scegliere chi votare togliendo la discrezionalità nella composizione delle liste dei candidati ai vincoli di chi detiene il potere ed è ancor più urgente un innalzamento qualitativo della classe politica in un paese che ormai da troppo tempo vive una profonda crisi sociale, economica e culturale.

Il solo taglio del numero dei parlamentari, senza le riforme correttive, ridurrà ulteriormente gli spazi per l’esercizio della Democrazia.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Un’Italia o tante Italie?

E’ stato pubblicato il primo Rapporto Censis sullo stato della trasformazione digitale in Italia. Ed è emerso un quadro differente da quello che ci si aspettava. Una volta tanto non è certificata la consueta differenza tra Nord e Sud, ma emerge invece un quadro a macchia di leopardo che è molto interessante da leggere e da approfondire. E’ un quadro di quella che è l’Italia oggi rispetto ai ritardi di una evoluzione tecnologica ormai indispensabile per aprirsi al futuro. Pubblichiamo un articolo del giornalista di Repubblica, Riccardo Luna, esperto dell’argomento.

Buona lettura.

La Redazione

ROMA — Si fa presto a dire che l’Italia digitale è indietro. Che ci sono tante parti del paese dove la rete veloce ancora non arriva. Che gran parte delle scuole non sono connesse. Si fa presto a dire che siamo ultimi in Europa per le competenze digitali dei cittadini (lo certifica l’ultima pagella dell’Unione Europea, giugno 2020). In realtà quando parliamo del divario digitale italiano non c’è l’Italia, ci sono tante “Italie”: il nostro ritardo complessivo è fatto da situazioni diverse in cui incidono diversi fattori: l’età, il genere, il titolo di studio. Ma più in generale quando parliamo dell’Italia digitale esiste, come per il resto del paese, un Nord e un Sud: esistono regioni non lontane dalla media europea ed altre che invece sembrano vivere in un film in bianco e nero; e inoltre esistono province che, pur inserite in contesti arretrati, sono riuscite a mettersi in marcia ottenendo risultati clamorosi e brillanti. Non accade per caso: la digitalizzazione è in parte un processo tecnologico; l’altra componente è fatta dalle competenze delle persone. Si tratta di una differenza fondamentale con altre innovazioni rivoluzionarie come per esempio l’elettrificazione di un secolo fa che non richiedeva particolari competenze per goderne: bastava accendere un interruttore o al massimo inserire una spina nella presa elettrica. Internet è diverso, non basta portare la banda ultralarga perché qualcuno la usi: Internet devi imparare ad usarlo e devi anche sapere quali rischi e quali opportunità ci sono nel navigare. Si può vivere senza? È una domanda mal posta: non si tratta di voler essere moderni a tutti i costi o, al contrario, dire che “si stava meglio prima” e ostentare uno snobismo analogico: gli indicatori sulla diffusione e l’uso di Internet sono fortemente correlati alla crescita economica. Dove Internet è più utilizzato il Pil è più alto; e quindi dove il Pil è più alto, Internet è più utilizzato. Non è questa la sede per stabilire quale sia la causa e quale l’effetto, ma la correlazione esiste, chiara e forte; e non esiste per esempio, sull’uso del social, dove invece si verifica un fenomeno contrario, nel senso che il maggior utilizzo dei social si riscontra in aree depresse dal punto di vista socio-economico. Queste e altre considerazioni sono contenute nel primo rapporto Censis sullo stato della trasformazione digitale in Italia. È stato realizzato poco prima del lockdown, che pure è stato un potente acceleratore, non solo delle competenze di molti, ma della consapevolezza di tutti. Tutti adesso hanno capito che una società digitale evoluta è la condizione necessaria per la resilienza. Un paese dove Internet sia diffuso ed utilizzato, resiste più agevolmente anche ad una pandemia: le scuole non chiudono, molti lavori non si fermano, il commercio continua e i rapporti umani si mantengono. Il Rapporto Censis è stato commissionato dall’Operazione Risorgimento Digitale, una iniziativa comune di una trentina di aziende tecnologiche e associazioni per affrontare assieme il divario digitale italiano e se non proprio chiuderlo (la distanza oggi è davvero troppo ampia), almeno ridurlo significativamente. Del resto non c’è scelta: la crescita dell’Italia, la possibilità che il recovery plan europeo abbia successo passa anche da qui, da un “upgrade” del capitale umano complessivo del paese. Per questo il Rapporto Censis sullo stato della trasformazione digitale va letto con attenzione. Perché ci dice da dove partiamo in questa rincorsa. Quello che pubblichiamo oggi in anteprima su Repubblica non è un ordine di arrivo, una classifica finale: piuttosto una “pole position”, una griglia di partenza. La metafora della gara di Formula 1 non è stravagante: con il decreto semplificazioni, in questi giorni in conversione al Senato, il governo si è dato un obiettivo ambiziosissimo: rendere digitali tutti i servizi della pubblica amministrazione entro il 28 febbraio 2021. Vuol dire che i cittadini di qualunque comune dal 1 marzo devono, se lo vogliono, poter fare tutto online. Dal punto di vista dei numeri si tratta di fare una trasformazione rapida come un time-lapse: dopo 15 anni di rinvii e false partenze, in 200 giorni dobbiamo provare a recuperare il tempo perduto. Non accadrà con una bacchetta magica: serve uno scatto in avanti, di tutti. Ne saremo capaci? Intanto vediamo da dove partiamo. Il Censis ha costruito due ranking: il primo misura il progresso socio-economico delle 281 regioni europee. Fra le italiane in testa le province di Trento e Bolzano, Emilia- Romagna, Lombardia e Friuli Venezia Giulia: ma la prima italiana è al 164esimo posto, e occupiamo l’ultimo posto assoluto, con la Sicilia. Se guardiamo solo agli indicatori digitali, non cambiano le prime posizioni italiane ma partiamo dal 213esimo posto; e in fondo troviamo la Calabria. Il Censis ha poi realizzato un altro ranking, provinciale, prendendo in considerazione dati di utilizzo di Internet ancora più puntuali: come la diffusione di SpiD (l’identità digitale pubblica); la possibilità di pagare online i servizi pubblici (Pago-PA); il numero di imprese che hanno ottenuto un voucher per digitalizzarsi o per assumere un “innovation manager”; i domini web registrati e i siti che offrono ecommerce. La pagella digitale recita: prima Milano, poi Roma, Bologna e Firenze; nella top ten, con Cagliari, Torino e Pisa, a sorpresa anche Modena e Ascoli Piceno al quinto e sesto posto: All’ultimo posto, Rieti, ma le altre nove posizioni di coda sono tutte occupate da province di Sicilia, Calabria e Campania. Alcuni dettagli: nella classifica che tiene conto solo dei servizi della pubblica amministrazione al primo posto c’è Ravenna. Trieste, che complessivamente galleggia a metà classifica, è al terzo se consideriamo solo l’utilizzo di Internet da parte dei cittadini (segno che PA e imprese non sfruttano appieno il capitale umano territoriale). Il secondo posto per la trasformazione digitale delle imprese, dietro Milano, va a Pescara per motivi che andrebbero indagati ma che confermano che la trasformazione digitale non si riceve per investitura divina, non si cala dall’alto con una legge, ma dipende dalla buona volontà delle donne e degli uomini di un comunità. ©RIPRODUZIONE RISERVATA Riccardo Luna su Repubblica del giorno 11 agosto 2020.

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Teleworking

In questi giorni ovunque si possono leggere opinioni, approfondimenti, studi sullo Smart Working. Li si può leggere su un qualsiasi quotidiano, o rivista, o giornale on line. E’ in atto una lunga discussione sul fatto che in questi mesi le lavoratrici e i lavoratori stiano effettivamente svolgendo le loro attività in smart working oppure in semplice telelavoro. In particolare sulla stampa mainstream, come i quotidiani la Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa, il Sole 24 Ore o MilanoFinanza, si ragiona sull’efficacia dello smart working nella ripresa delle produttività aziendali.

Insomma, ovunque la si guardi questa questione, a noi pare che la discussione sia sempre incentrata esclusivamente dal punto di vista delle imprese, e quasi mai da quello delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma in una fase ancora emergenziale, perché si continua a convivere con il Covid 19 e con la sua pericolosità, non è giusto ragionare su un tema così delicato mettendo al centro solo le necessità di ripresa degli affari delle imprese.

La discussione andrebbe tarata anche sulle necessità dei lavoratori, sul dover coniugare le esigenze di vita delle persone alle esigenze della produzione. Le persone, il Lavoro, continuano a doversi misurare ogni giorno con i bisogni familiari che hanno tante sfaccettature: vanno dal dover seguire i figli, agli anziani, alla tutela dal rischio del contagio, alle difficoltà di spostamento per raggiungere i posti di lavoro.

La risposta a queste necessità dovrebbe arrivare dall’uso della Tecnologia e dalla Contrattazione tra imprese e sindacati. Cioè sarebbe indispensabile che ogni lavoratore fosse dotato di strumenti e infrastrutture che gli consentano, adesso, e non in un futuro lontano, di poter svolgere le proprie attività in qualsiasi luogo e con un uso flessibile dell’orario in modo da consentirgli comunque di soddisfare sia le esigenze personali che quelle aziendali.

La Contrattazione, invece, è indispensabile per individuare, e scrivere, le norme che tutelino la privacy delle persone e individuino dei limiti ben precisi nella separazione tra orario di lavoro e orario di vita, e blocchino qualsiasi tentativo delle imprese di controllare le attività dei lavoratori in qualsiasi momento. Il cosiddetto”diritto alla disconnessione” deve essere chiaro nelle modalità di accesso e di utilizzo. Senza alcuna confusione retorica.

Ma in queste settimane cosa accade nelle banche italiane? Nella grande varietà di organizzazione nelle diverse aziende di credito spicca comunque una tendenza netta: la drastica riduzione percentuale di utilizzo della modalità di lavoro in smart working. Ossia, proprio in quel settore in cui i management hanno dichiarato in ogni luogo che ormai la tecnologia pone la questione di una drastica riduzione degli organici, si sta verificando l’opposto. Le banche senza la presenza fisica nelle filiale degli organici al completo vanno in affanno, non riescono a reggere i ritmi di lavoro. E questo avviene perché le infrastrutture tecnologiche rallentano, per inadeguatezza e carenza di investimenti adeguati, la produttività di chi lavora in smart working, o telelavoro che sia. C’è anche un altro preoccupante elemento: le banche vanno in crisi nel momento in cui devono sostituire una organizzazione del lavoro fondata sul controllo e sul clima di pressione con una organizzazione fondata invece sulla condivisione degli obiettivi, sul rapporto di fiducia e sulla collaborazione a distanza. Questo accade perché le banche hanno ripreso a vessare i dipendenti con campagne psicologiche di forti pressioni commerciali. Il ruolo sociale delle aziende di credito è sostituito rapidamente con la ripresa della vendita indiscriminata di prodotti proprio a quelle famiglie, imprese, persone che sono uscite devastate di mesi di lockdown e faticano a riprendere un minimo di attività “normale”.

E’ un momento di svolta epocale in cui il ruolo del movimento dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali deve saper rimettere al centro l’attenzione per le esigenze dei dipendenti, individuando tempestivamente i punti di crisi. Le lavoratrici e i lavoratori devono essere tutelati ed è necessario mantenere alta l’attenzione su una diffusione e un equilibrato uso del lavoro in smart working, ribadendo l’assoluta centralità del lavoro umano, la neutralità degli strumenti tecnologici la cui funzione è quella di alleggerire la attività ripetitive, far risparmiare tempo e spreco di risorse, rendere semplici le routine dell’attività bancaria.

Solo dopo si potrà ragionare sul corretto utilizzo dello smart working, rendendolo volontario ed evitando che sia uno strumento di isolamento ed emarginazione ulteriore delle donne. I carichi familiari vanno equamente distribuiti e ciò deve essere un compito a carico dell’intera società con scelte politiche lungimiranti e coraggiose.

Intanto, però, prepariamo piattaforme rivendicative che mettano nero su bianco alcuni spunti che abbiamo lanciato in questo breve documento.

La Redazione

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Siamo tutti frattali

Parafrasando la presentazione de “I FRATTALI”, esposta nel primo numero dei nostri podcast, l’essere umano è, allo stato embrionale, una forma indefinita e, con il progressivo sviluppo, si declina in forme diverse, variegate, ma pur sempre simili alla forma madre.

Da questa prima riflessione ne consegue l’uguaglianza di ogni essere umano, ciascuno con le proprie peculiarità, con il proprio colore della pelle, con la propria identità sessuale, con il proprio credo religioso.

Siamo, quindi, tutti DIVERSI ma, in definitiva, tutti UGUALI.

La diversità è, e sempre deve essere, un valore aggiunto e non un pretesto per presumere la superiorità

di un individuo sull’altro o per giustificare alcuna forma di prevaricazione.

Le differenze, invece, nelle diverse epoche, sono state usate come fondamenta di assurde teorie razziste e

pretestuose giustificazioni di crudeli nefandezze nei confronti dei più deboli, degli indifesi, dei diversi.

Pertanto, la storia dell’uomo e’ costellata dal continuo contrapporsi di ideologie discriminatorie e razziste

e di movimenti di pensiero che riaffermano con fermezza l’assoluta uguaglianza nei diritti e nei doveri di ciascun individuo.

In questo ambito, il cammino lungo e difficile, intrapreso dalle donne con i movimento femministi nati nel tardo Illuminismo e durante la Rivoluzione Francese e sviluppatisi con forza durante il novecento, ha sinora conseguito notevoli risultati ma è ben lungi dall’essere concluso.

Novelle protagoniste dell’epoca moderna, noi tutte siamo le fortunate beneficiarie delle aspre lotte condotte con così tanta fatica.

Abbiamo ottenuto il diritto di voto in Italia (30.01.1945), il diritto al divorzio (1970), il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza (1978), siamo entrate nel mondo del lavoro e, nella storia più recente, abbiamo finalmente delle rappresentanti negli organismi comunitari e nelle Istituzioni europee più importanti (Merkel, Von Der Leyen, Lagarde, solo per citarne alcune). Siamo, tuttavia, ben lontane dal superare la “segregazione orizzontale” e il cosiddetto soffitto di cristallo, che , come in una gabbia dai muri trasparenti e infrangibili, attornia tutte noi e non per difenderci o tutelarci, ma per cristallizzarci in un immobilismo retrogrado e fortemente maschilista.

A parte esempi eclatanti di donne particolarmente fortunate, il cui numero è tristemente esiguo, la maggior parte di noi si barcamena giornalmente, con abile forza funambolica, in mille faccende domestiche e lavorative, cercando di essere, al contempo, madri, mogli/compagne, figlie e, infine, ma non certo ultimo, lavoratrici.

Si è mosse, più o meno inconsapevolmente, da intenti rivendicativi, volti a dimostrare a noi stesse e a tutti gli altri, di valere quanto, e anche più, di un uomo, di avere pari intelligenza, di poter eseguire con eguale competenza e capacità qualsiasi mansione ci venga affidata. E’ messa quotidianamente a dura prova la resistenza fisica e mentale, con risultati, nella maggior parte dei casi, non adeguatamente rapportati agli sforzi profusi.

Laddove le possibilità di carriera non siano scandite da criteri obiettivi, i ruoli apicali sono, nella maggior parte dei casi, ricoperti dal sesso privilegiato, ossia da uomini. Raramente sono ricoperti da donne e ancor più raramente sono riconosciute le competenze e le capacità di organizzazione e di gestione. Talvolta, invece e fa male dirlo, si trovano a ricoprire ruoli di rilievo gestendoli come se fossero uomini, rinunciando alle proprie identità e perseguendo il puro potere. Ciò induce, nel lungo termine, a conseguenze negative per l’intero sistema, per tutti gli attori coinvolti, ma soprattutto per il futuro delle stesse donne.

Concludiamo, pertanto, che sino a quando non vengano stabiliti, in banca o in qualsiasi altro posto di lavoro, dei criteri di avanzamento oggettivi, sino a quando gli stipendi non siano rapportati a parametri qualitativamente apprezzabili e, dunque, non semplicemente rimesse alla discutibile valutazione di un funzionario( capetto) di turno, la strada da percorrere e’ ancora molto lunga.” DIO ha messo la felicita’ dappertutto, è ovunque, in tutto ciò di cui possiamo fare esperienza. Abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di vedere le cose.”( INTO THE WILD -JON KRAKAUER).

Alessia Friggione

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Mansplaining

Ed ecco la seconda puntata dei Frattali, il podcast-pillola della Fisac/CGIL di Brindisi. In questa puntata parliamo dell’educazione al linguaggio non discriminatorio, con una notizia sorprendente, del mansplaining e degli effetti drammatici del Covid sull’occupazione femminile in Italia che, comunque, è sempre il fanalino di coda in Europa.

Buon ascolto!

La Redazione

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Frattali

Da questa settimana vi presentiamo una novita: un podcast che non è un podcast. Nel senso che la forma tecnica del podcast è ormai molto diffusa e forse anche un po’ abusata. Noi abbiamo scelto, invece, di presentarvi settimanalmente, sperando di riuscirci, delle brevi pillole audio. Sono, appunto, i nostri Frattali. La spiegazione di che cosa siano è nella introduzione della prima puntata, pubblicata qui sotto. E’ una iniziativa nuova e che speriamo risulti anche moderna nella forma e nel contenuto. Saremmo contenti se ci riportaste le vostre impressioni, critiche o pareri favorevoli.

Buon ascolto e …. Sigla!

La Redazione

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Philips Roth e l’antirazzismo

La recensione odierna è un link ad un ottimo articolo sull’opera di Philip Roth, uno dei più grandi scrittori contemporanei. Roth è probabilmente il più importante e profondo autore americano. Ciononostante non ha mai vinto il premio Nobel per la letteratura. Nell’articolo che vi proponiamo c’è un’analisi accurata della contemporaneità di Roth e dei temi della sua opera.

Philip Roth e la macchia umana dell’antirazzismo

Comic face made by author, Philip Roth, while standing near Jewish center and Hebrew school he probably attended as a boy. (Photo by Bob Peterson//Time Life Pictures/Getty Images)
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Banche, Credito e Covid 19

Pubblichiamo il link ad un interessante articolo pubblicato sul quotidiano Il Sole 24 Ore. L’emergenza Covid, come da noi più volte scritto e analizzato, ha posto il problema dell’arretratezza tecnologica del sistema bancario italiano, sia in termini di software che di hardware. La spinta ad una accelerazione è evidente ed è un elemento positivo, sia per la clientela che per le banche stesse. In modo altrettanto evidente è emerso quanto siano indispensabili i dipendenti che hanno garantito la sopravvivenza ad una emergenza drammatica mettendo la faccia e il corpo giorno dopo giorno. D’altronde l’organizzazione stessa delle aziende di credito ha spinto fin dalle prime riaperture ad un rientro massiccio a lavorare nelle filiali, cercando in tutti i modi di ridurre il ricorso al lavoro agile, limitato di fatto alle categorie delle lavoratrici e dei lavoratori cosiddetti “fragili”, ai quali non si poteva obiettare granché.

Pertanto qualsiasi tipo di analisi sulla necessità, evidente, di investimenti sulla digitalizzazione delle banche e sull’aggiornamento delle infrastrutture tecnologiche non può prescindere da questo dato: la centralità assoluta del fattore umano nell’organizzazione del lavoro all’interno, e all’esterno, delle filiali. Si deve lavorare velocemente in questa direzione normando l’uso dello smart working come strumento per agevolare l’equilibrio tempo di vita-tempo di lavoro; spingendo su una maggiore autonomia dei dipendenti e su un minor controllo da parte delle aziende.

Link all’articolo

La Redazione

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Star Trek è antirazzista

Da questa settimana presentiamo una novità. Abbiamo deciso di scrivere alcune recensioni di strumenti culturali che mettano al centro idee che abbiano come tema il mondo del lavoro o fenomeni sociali importanti e legati, direttamente o indirettamente, all’attualità. Scriveremo di libri, di film, di serie TV, di podcast, di fumetti. Ci sono tanti strumenti per affermare un’idea, un disagio o un conflitto. Noi saremo lì a scandagliare, ad osservare, annusare e dopo parlarne con voi.

STAR TREK: PICARD.

Genere: fantascienza. Piattaforma: Amazon Prime Video.

Star Trek, ovvero le avventure della nave stellare Enterprise; Picard, uno dei suoi comandanti più conosciuti. 

All’inizio di questa nuova serie, troviamo Picard, ormai in pensione, estremamente riflessivo di giorno ed in preda a strani ed inquietanti sogni di notte. Si sente abbandonato e inutile ma sente di avere ancora un’ultima missione da compiere. Per farlo, dovrà tornare nello spazio e avrà bisogno di vecchi e nuovi amici.

Ognuno dei dieci episodi da 45 minuti offre avventura ed effetti speciali ma lascia spazio anche all’introspezione; è un manifesto contro il razzismo; è una denuncia dei soprusi dei ricchi e potenti a scapito dei poveri e degli indifesi.

Guardatelo, vi piacerà. E poi diteci cosa ne pensate.

Danilo Gianniello

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La Qualità della Finanza

di Mario Calderini da La Repubblica del 18/06/2020

Non quanta finanza ma quale finanza. Non quanto, non su cosa, ma come si investirà: questa è la risposta nuova che attendiamo dagli Stati generali. Che si dovrà investire bene, tutto, subito e in progetti sostenibili, inclusivi e digitali lo sappiamo già da tempo e se non le sapessimo ce le ricorderebbe quel peculiare florilegio di ottime idee e banalità sconcertanti che sono le schede di Colao.

Investimenti è la parola che più volte ha ripetuto il ministro Gualtieri appena uscito nei giardini della Villa. Giusto e comprensibile, in un momento in cui è disponibile all’azione di governo una massa di risorse che tutta insieme non si era forse mai vista. I buoni propositi non sono però tanto diversi da quelli che non hanno impedito all’Italia di sprecare molte generazioni di fondi strutturali (e anche lì l’Europa ci controllava stretto). Quello che si può invece provare a fare è innovare radicalmente gli strumenti finanziari, in particolare quelli dedicati ad attrarre investimenti privati, partendo dal principio che la finanza non è neutra ma lo strumento scelto determina l’esito trasformativo dell’intervento e la realizzazione di un valore sociale e collettivo.

Sarebbe quindi bello che a Villa Pamphili si trovasse un po’ di tempo per discutere di strumenti di ingaggio pubblico-privato che tengano lontane le forme di finanza estrattiva e attraggano quelle generative e trasformative, capaci di perseguire, insieme ai rendimenti finanziari, un impatto sociale positivo e misurabile.

Il cosiddetto Impact Investing ha molte di queste caratteristiche e in particolare una classe di strumenti chiamata Outcome Funds: si tratta di fondi che si propongono di risolvere problemi sociali complessi attivando forme di partenariato con il privato in cui il contratto ha per oggetto risultati sociali misurabili e non attività svolte. È una forma di attuazione degli schemi di pay by results, in cui il pubblico funge da pagatore finale rimborsando con interessi l’investitore privato se e solo se una terza parte indipendente acclara un certo risultato e un risparmio di spesa pubblica che giustifica l’esborso. Uno schema già ampiamente sperimentato nel mondo anglosassone e in Israele con i social impact bonds, col Fundo social in Portogallo, o in Francia coi Contrats à impact social. Una gamma di strumenti su cui non mancano in Italia controparti credibili, nel private equity come nei fondi per le infrastrutture.

Quando l’Europa si rese conto che il piano Junker derivava pericolosamente verso investimenti facili, materiali e piuttosto vantaggiosi per il privato, lasciando scoperti molti investimenti a forte valore sociale, avviò lodevolmente una riflessione con la Commissione guidata da Romano Prodi, mettendo successivamente in campo la Social Window da 4 miliardi di InvestEu e altri strumenti basati sull’impatto e sul lungo termine. Purtroppo, ciò si è ad oggi schiantato contro un’interpretazione piuttosto modesta da parte della filiera che parte dalle istituzioni finanziarie europee (Fei e Bei) e finisce alle National promotional banks (la Cassa Depositi e Prestiti), che intrise di una cultura finanziaria straordinariamente ortodossa si sono piegate alla volontà politica della Commissione solo superficialmente, collassando gli obiettivi di impatto sociale e ambientale in esercizi di maniera e liste di indicatori che verniciano di un’esile parvenza di sostenibilità gli investimenti. Next Generation Eu è invece un’ottima occasione per rinnovare nel segno della profonda capacità trasformativa gli strumenti finanziari, ricordando che la finanza privata non può definirsi a impatto se la generazione di bene comune non è intenzionale, misurabile e addizionale.

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