Come Nani sulle spalle dei Giganti

Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.” Con queste parole, Bernardo di Chartres, filosofo, XII secolo, spiegava che i pensatori moderni sono dei nani rispetto ai grandi del passato come Platone o Aristotele ma possono contribuire allo sviluppo del sapere potendo contare su solide basi.

Da allora ad oggi enormi progressi sono stati effettuati in tutti i campi del sapere e sono emerse nuove discipline. Qualcosa tuttavia è cambiato. In passato il progresso si basava sullo studio, sul sacrificio, sulla sperimentazione e, di conseguenza, sul tempo.

Ai tempi di Bernardo di Chartres tra le cose più rare da trovare vi erano i libri e le scuole e solo ai più ricchi era consentito fruirne. Oggi pare invece che la risorsa più carente sia il tempo. Esistono campi in cui senza la giusta dedizione è impossibile muoversi dallo status quo. Esistono altri settori invece, come quello economico, in cui scelte rapide e non completamente ponderate sembrano portare ad un qualche risultato.

Un esempio ne è la gestione delle Banche e, in generale, delle grandi aziende. Non è un compito facile: gli economisti insegnano che vi sono problemi di reperimento ed allocazione di risorse, di equilibrio tra costi e ricavi, che le economie di scala possono risultare vincenti come pure possano egregiamente cavarsela le aziende che puntano su prodotti di nicchia; sono tutti problemi che richiedono tempo e sacrifici per essere risolti e ancora più arduo è risolverli in tempi di globalizzazione e crisi economica. Ecco, allora, che si cercano scorciatoie: si pensa di risolvere tutto con fusioni, incorporazioni, cessioni di rami d’azienda e, soprattutto, tagli al costo del personale. In molte realtà gli organici sono stati ridotti del 50%.

Insomma, i moderni manager pensano a distribuire oggi quanta più ricchezza possibile agli azionisti, tagliando sulle risorse che andrebbero investite sul futuro. Questo modo mediocre di pensare comporterà inevitabilmente la riduzione della capacità produttiva delle aziende e quindi il loro ulteriore impoverimento.

Non c’è evidentemente la volontà di sforzarsi, come pure indicato dai sindacati, per investire in tecnologie maggiormente produttive, nella riqualificazione se non addirittura nell’assunzione di nuovi lavoratori che costituiscono la vera risorsa di un’azienda e salvaguardare così il nostro futuro.

Danilo Gianniello

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Smart Working? così no

La casa è il futuro del lavoro ma non a queste condizioni

Il futuro è nel segno dello smart working, ma non di quello a cui ci stiamo abituando in questi mesi. Perché l’adeguamento forzato a un telelavoro reinventato dalla sera alla mattina a causa della pandemia, per lo più organizzato con i mezzi propri dei dipendenti non è un vero modello di lavoro da remoto. È vero che i cambiamenti hanno già portato vantaggi a tutte le parti coinvolte, ma il bilancio finale dei benefit che ottiene il dipendente lavorando da casa è decisamente più magro dei risparmi che può portare a casa l’azienda, specialmente in prospettiva. 

Come potrebbe essere

«Dagli studi emerge un aumento del benessere del lavoratore con lo smart working grazie a un migliore bilanciamento dell’equilibrio vita-lavoro», dice Paola Profeta, associata del dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’università Bocconi. Ma il vero smart working non è quello che si è imposto con la pandemia: «Per completare la transizione servirà un forte salto tecnologico, che andrà governato per non aumentare le disuguaglianze tra le diverse categorie». In particolare per quanto riguarda il gap di opportunità tra uomini e donne, che il lavoro da remoto può aiutare a colmare. Sempre che non si trasformi in un recinto riservato alle donne che, soprattutto in Italia, devono conciliarlo con il lavoro domestico che continua a gravare su di loro.

Per fare il vero salto di qualità sarà anche necessario cambiare la cultura aziendale, implementando sempre di più un modello di valutazione che guardi agli obiettivi da raggiungere più che alla quantità di ore lavorate. 

«Una transizione spesso difficile da gestire, soprattutto per le piccole e medie imprese», dice Valerio De Stefano, professore di Diritto del lavoro all’università di Leuven, in Belgio. «È una scelta necessitata, ma d’altro canto non si può neanche tradurre in un lavoro a ogni ora del giorno, non si può essere sempre connessi». 

Oltre agli aspetti pratici, il problema principale per gestire un cambiamento così vasto è la mancanza una base legislativa che lo renda strutturale. 

Gli adeguamenti che aziende e dipendenti hanno dovuto fare durante il primo lockdown e che stanno riprendendo in questo secondo periodo di chiusure locali sono spesso stati gestiti in maniera informale, senza che prima ci fosse una contrattazione sindacale o un accordo personale come prevede la legge: la deroga per l’utilizzo della “procedura semplificata” (cioè senza necessità di compromessi individuali) è stata prolungata dal ministero del Lavoro fino al 31 gennaio.

Il quadro normativo

In realtà il quadro normativo su cui costruire ci sarebbe pure. Nel 2017 il governo Gentiloni ha prodotto la prima legge che incentiva il lavoro agile. Per lo smart working il testo prevede una trattativa singola dell’azienda con ogni lavoratore. Attualmente il tavolo a tre tra associazioni datoriali, sindacati e ministero è sospeso a causa della pandemia ma, spiegano dal ministero, riprenderà dopo l’approvazione della legge di Bilancio. Cioè non prima di gennaio.

Continuano invece, secondo quanto riferisce la Cisl, alcune trattative con singole aziende che si vanno ad aggiungere ad accordi sul telelavoro preesistenti (conclusi soprattutto con imprese di grandi dimensioni, che hanno introdotto lo smart working già anni fa). La contrattazione collettiva, pur rappresentando un ambito in cui è difficile fissare delle soglie di telelavoro accettabili per tutti, potrebbe essere però il luogo in cui introdurre la difesa di alcuni diritti minimi, come quello alla disconnessione.

Uno dei problemi principali che vengono infatti registrati dai sindacati è la tendenza a intendere il lavoro da casa come una deroga totale ai limiti dell’orario di lavoro. Forse anche per sfruttare al massimo la maggiore produttività dei dipendenti. Secondo i primi risultati di un sondaggio dedicato allo smart working realizzato da McKinsey, i lavoratori rilevano un aumento dell’efficienza propria e dei colleghi, anche perché investono il tempo che altrimenti impiegherebbero per gli spostamenti in ulteriore impegno per l’azienda. 

Tutto questo, però, produce anche una mania di controllo che in futuro potrebbe rappresentare un vero problema. Gilberto Gini è il responsabile nazionale della Smart workers union, il primo sindacato digitale d’Italia, nato poco prima della pandemia che oggi ha già quasi un migliaio d’iscritti. «Anche in Italia – dice – si comincia a parlare dei cosiddetti bossware (i software che controllano attenzione e abitudini dei dipendenti, ndr), ma grazie alla legge europea sulla privacy e al nostro statuto dei lavoratori ci sono moltissime limitazioni per il loro uso. Con l’aumentare del lavoro da remoto le spinte per controllare i lavoratori e carpirne i dati richiederanno da parte del sindacato una nuova tutela per i propri associati».

Costi fissi

L’altra grande questione che andrà chiarita, una volta usciti dalla pandemia, sarà quella dei costi fissi che prima ricadevano sul datore di lavoro e oggi pesano sullo smart worker: attrezzatura, dotazioni da ufficio, bollette e così via. Una serie di spese che nel periodo del primo lockdown sono rimaste tutte a carico dei dipendenti. Un’ingiustizia che però ha permesso a tante aziende di non sospendere il lavoro. «Durante l’emergenza il dipendente va a perdere, ma se ben negoziato il regime di smart working può essere organizzato tenendo conto delle esigenze di tutti, intervenendo per esempio il lavoro senza limiti e risolvendo la questione dell’aggravio di spese», dice De Vincenzo.

Altri governi sono già intervenuti in questa direzione. Secondo l’istituto olandese Nibud, un organismo di ricerca statale che fornisce informazioni e consulenza sulle finanze delle famiglie, il costo dello smart working in termini di spese quotidiane è di due euro. Un dato che è già stato registrato dal governo dell’Aja che ha provveduto, fin da marzo, a corrispondere un incentivo di 363 euro mensili ai dipendenti pubblici in smart working. Secondo il Nibud, dovrebbe essere sempre il datore di lavoro a occuparsi anche di attrezzatura e altre dotazioni da ufficio.

Anche il resto d’Europa si sta attrezzando: in Spagna è stata approvata una legge che obbliga le aziende a finanziare costi e attrezzature necessari al telelavoro, mentre il Bundestag tedesco sta discutendo una legge per fissare i diritti minimi degli smart worker. In Francia è arrivato il via libera a un limite di orario d’invio per le mail. 

In Italia il contributo per l’acquisto di nuove dotazioni non l’ha avuto praticamente nessuno. Neanche la quasi totalità dei dipendenti di Unicredit attualmente in smart working. «Ci siamo però impegnati per concludere convenzioni vantaggiose per le necessità dei nostri lavoratori e abbiamo speso molto in laptop e licenze» dice Emanuele Recchia, responsabile relazioni sindacali e welfare del gruppo bancario. 

Gli unici a mantenere un obbligo di presenza (per quanto gestito con una turnazione) sono i dipendenti attivi nelle agenzie, considerate attività essenziali. Intanto l’azienda ha deciso di chiudere temporaneamente alcune sedi regionali rimaste praticamente vuote e la prospettiva è quella di un regime misto tra remoto e presenza. «Lo smart working prevede un’alternanza della situazione in cui si lavora», dice la professoressa Profeta. Ma anche in Unicredit ormai capita addirittura che le persone vengano assunte o passino da un team all’altro senza che ci sia mai un incontro fisico coi colleghi. «È un eccesso che non fa bene, come anche quello di presenza, si fa difficoltà a fare gruppo», continua la professoressa. Per ricreare un ambiente di lavoro stimolante la banca ha cercato di implementare nuove abitudini, come i caffè virtuali o una etiquette per la gestione dei sottoposti da parte dei responsabili. 

Non è prevista attualmente una data di rientro per chi sta lavorando da casa, e la consapevolezza che il modello misto diventerà strutturale è diffusa anche in altre grandi aziende italiane, come Eni, che attualmente in Italia fa lavorare da casa 15mila persone e prevede che in futuro circa un terzo dei dipendenti calcolati su un singolo giorno possa lavorare da remoto. Anche Enel ha trasferito il 55 per cento dei suoi dipendenti in telelavoro, completando l’equipaggiamento di chi non era ancora pronto a lavorare da casa nelle prime due settimane. Intesa Sanpaolo aveva già stanziato nel triennio 2018-2021 3 miliardi di euro per la digitalizzazione e oggi lavorano da remoto 63mila dipendenti su 90mila.

Un gigante della consulenza come Accenture, che pratica lo smart working fin dal 2009 e a inizio pandemia ha messo da subito in telelavoro i suoi 17mila dipendenti in Italia, ha sviluppato un programma in cinque punti, che oltre all’attenzione al dipendente e allo spazio di lavoro fa perno anche su una riorganizzazione flessibile che possa essere adeguata in maniera veloce alle esigenze del momento, anche in vista del futuro a lungo termine. Almeno per ora le più flessibili sembrano essere le grandi aziende. Di quelle che abbiamo interpellato alcune utilizzano sistemi di autocertificazione per segnalare la presenza (Eni), ma c’è tolleranza sugli orari. Fin quando i risultati arrivano.

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Lisa Di Giuseppe

roma

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Che brutta Finanza

La finanza ha copiato il peggio della politica

La pandemia fa paura, ma anche la storiaccia di Unicredit non scherza. Un vento di follia travolge le istituzioni del capitalismo, dalle quali dipende il futuro di tutti. Capiamoci: imprese e famiglie italiane hanno affidato a Unicredit 470 miliardi di euro. E in una tiepida sera di novembre siamo costretti a scoprire (prima era un fondato sospetto) che un gruppetto di professionisti con redditi a molti zeri gestiscono la seconda banca italiana come fosse la tabaccheria di famiglia.

Scandalizza la coltre opaca dietro cui i loro giochini sono nascosti, prima di tutto a oltre 80mila dipendenti privi di alternative per vivere, e subito dopo agli azionisti che hanno investito sulla banca i loro risparmi. In due giorni le azioni Unicredit hanno perso in Borsa il 12 per cento del valore, che vuol dire essersi fumati un paio di miliardi. Perché tutto questo? Di sicuro c’è solo che il manager francese Jean-Pierre Mustier sarà disarcionato dalla poltrona di amministratore delegato, non subito ma fra sei mesi. Tutto il resto è “retroscena”, come quelli sul rimpasto di governo: pettegolezzi, sapidi aneddoti sull’insofferenza dei dirigenti per l’obbligo della cravatta rossa, cherchez la femme e tutta la chincaglieria da commedia all’italiana.

Un importante sindacalista rileva che Mustier «ha dato sempre l’impressione di stare in Unicredit senza molto entusiasmo». Ah. Era demotivato? Gli italiani lo avevano deluso? Aveva la saudade della nativa Chamalières? O della Legione straniera di una felice giovinezza? Il livello del dibattito è questo, peccato che ci sia in gioco il futuro del sistema bancario italiano.

Perché è stato mandato via? Mica sentono il dovere di dirlo. In un comunicato di pura poesia l’interessato dichiara: «È emerso che la strategia del piano Team 23 e i suoi pilastri fondanti non sono più in linea con l’attuale visione del Consiglio». Ah. E che cosa non va nel piano Team 23? Lo stesso comunicato, quattro righe prima: «Il Sig. Mustier e il management team (ma come parlano?, ndr ) rimangono impegnati sull’esecuzione del piano strategico Team 23». E uno dovrebbe comprare azioni Unicredit?

Pare, ma nessuno lo dice, anche se in gioco ci sono i soldi di tutti, che Mustier non volesse accollarsi il salvataggio del Monte dei Paschi. Tutti gli altri sì, pare. A cominciare dal presidente in pectore, Pier Carlo Padoan, l’uomo che da ministro dell’Economia ha nazionalizzato il Monte dei Paschi, come azionista di controllo ha finito di scassarlo, si è fatto eleggere a Siena come salvatore della banca e adesso salta la barricata e si appresta a rimediare al casino che ha combinato accollando l’inguaribile di Siena all’Unicredit. Cabaret puro.

Adesso si capisce perché Unicredit ha sentito il bisogno di avere come vicepresidente il manager farmaceutico pensionato Lamberto Andreotti, figlio ormai settantenne del compianto senatore Giulio. È quello il faro, per una classe manageriale che di moderno ha solo l’abuso di un inglese mal pronunciato. Sospettosi e complottisti immaginano (non del tutto a torto) i santuari della finanza telecomandati da potenze straniere e cordate massoniche, “menti raffinatissime” e poteri occulti. Sono ottimisti.

Il sistema finanziario è guidato da arruffoni in grado solo di imitare trame, omertà e supercazzole della politica. Italiana. Il settore privato l’hanno rovinato e adesso la cassa, il poco che è rimasto, ce l’ha lo stato. E loro, in ginocchio, si adeguano, in attesa della prossima nomina.

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Giorgio Meletti

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Fatti non foste…

E’ un martedì mattina, sono in macchina in via Provinciale San Vito a Brindisi. Sono in fila e mi sto dirigendo verso il centro per andare a lavorare. Subito sotto, ma anche di fronte, la Fontana Tancredi sono parcheggiate una serie di macchine della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia Comunale. Lì, proprio di fronte il monumento, c’è il dormitorio destinato ad ospitare gli immigrati. Nel piazzale antistante c’è un camion dell’Ecotecnica. Intuisco che si sta effettuando la pulizia dei locali. L’anomalia è nel fatto che in mezzo al piazzale ci sono ammucchiate biciclette, materassi, valige, e mucchi di bancali impacchettati.

Non mi posso soffermare, accelero ma noto con la coda dell’occhio che non c’è nessun ragazzo di quelli alloggiati nel dormitorio.

Durante la mattina, nell’attimo in cui sorseggio rapidamente un caffè versato dal mio thermos, apro Facebook e cerco qualche notizia. La trovo e individuo, puntuale come l’orologio del Big Ben, i commenti razzisti: “Che schifo”, “Ma guardate che porcile”, “Trasformano tutto in una discarica!”, “Ma quando finirà questa vergogna?”, ecc. ecc.

Guardo il caffè nel bicchierino di carta. Mi alzo, vado nel bagno riservato ai dipendenti e lo butto. Lo schifato sono io, mi si chiude lo stomaco.

Brindisi è una piccola città tranquilla. Ha un porto bellissimo, uno dei porti naturali più belli al mondo, e ha una storia importante. Era, secoli fa, chiamata “la Porta d’Oriente”, perché da qui partivano le navi verso i principali porti dell’Oriente in Grecia, in Albania, in India.

Ora è, come tante cittadine italiane, una città in profonda crisi economica e sociale. E’ stata oggetto di una industrializzazione selvaggia fondata su enormi industrie chimiche e destinate alla produzione di energia. Tutti settori che sono entrati in una crisi profonda e senza sbocchi. La distruzione del territorio e l’inquinamento sono rimasti mentre i posti di lavoro sono volati via. Brindisi è stata protagonista, come tante cittadine e paesi del meridione, ad un importante fenomeno di migrazione verso il nord industriale. Ora è al centro di un progressivo fenomeno di migrazione di ragazze e ragazzi che vanno a studiare fuori regione e poi cercheranno un posto di lavoro altrove se non all’estero dove le competenze sono apprezzate e riconosciute. Qui sono rimasti lavori legati all’industria residua, al commercio e soprattutto all’agricoltura. Sono lavori che richiedono poche competenze e maggiore manualità e prestanza fisica. Sono lavori duri, con orari lunghi e spesso, troppo spesso, mal pagati se non proprio oggetto di sfruttamento.

La sera chi percorre le strade periferiche buie e isolate incontrerà molti di quei ragazzi di origine africana o mediorientale che tornano al dormitorio pedalando sulle loro biciclette arrugginite, senza luci e protetti solo dai giubbotti, quando li hanno, catarinfrangenti. Tornano da una lunga e durissima giornata di lavoro nei campi. Lavorano per tutto l’anno perché la terra è sfruttata sempre al ritmo delle colture stagionale. Ulivi, vitigni, pomodori, carciofi, meloni, frutta, broccoli, finocchi, insalate, zucchine, patate, rape, radicchio, carote, e così via. Quando il sabato mattina si va a fare la spesa negli ipermercati, sempre in periferia, se ne vedono decine piegati sulla terra a dissodare la terra, o a seminare o, quando è il momento, a raccogliere il frutto della stagione.

In città non si hanno notizie di spaccio di droga effettuato da quei ragazzi, non si conoscono notizie di insidie alle ragazze brindisine, non si leggono furti nelle strade o negli appartamenti con protagonisti uomini africani. Non ci sono i soliti fenomeni utilizzati da chi non aspetta altro per giustificare il proprio razzismo. Si incontrano ai semafori, dove cercano raccattare qualche moneta in cambio di un artigianale lavaggio dei vetri delle macchine, o nei piccoli supermercati dei quartieri ad aiutare le persone a portare la spesa, a mettere a posto i carrelli o a dare una mano ai dipendenti di quei negozi, in cambio di qualche moneta. Sono lì, sorridenti, gentili, di poche parole.

Eppure, pur avendo la compagnia di questa presenza tranquilla la città ha rigurgiti razzisti come, purtroppo, si registrano ovunque. Mi chiedo, e vi chiedo, chi di voi riuscirebbe a vivere a migliaia di chilometri di distanza dal proprio paese, dalla propria gente, dagli affetti, costretto a raccattare qualsiasi lavoro senza che vengano riconosciuti diritti, rispetto, un giusto salario, una casa decente dove poter costruire una vita dignitosa? Chi di noi sarebbe disposto a lavorare duramente nei campi sotto qualsiasi clima per pochi euro all’ora? Chi di noi, costretto a vivere in un dormitorio dove il proprio spazio è un materasso basso, usato, e una brandina e nulla di più, riuscirebbe a conservare le proprie cose in modo ordinato e pulito? Chi riuscirebbe a mantenersi pulito e profumato con un bagno in comune con decine, se non centinaia, di persone?

Vi rispondo io: nessuno!

Qualcuno dirà: perché non se ne restano a casa loro? Vorrei vedere noi cosa faremmo se le nostre case fossero bombardate da granate ogni giorno. Cosa saremmo disposti a fare per mettere in salvo le persone a cui teniamo? Forse basterebbe sfogliare gli album di foto dei nostri antenati per scoprire che un tempo non lontano eravamo noi in quella situazione ed emigravamo in posti lontani pur di costruire una vita migliore.

Quando, in questi giorni, la sera si passa davanti al dormitorio si vedranno questi ragazzi in piedi, distanziati e con il viso coperto dalla mascherina, che aspettano in silenzio il momento in cui potranno rientrare. La gran parte di loro ha trascorso una intera giornata a lavorare all’aperto, senza nessuna sicurezza di alcun tipo.

Eppure li giudichiamo, li denigriamo, li schifiamo. Certo, non sono tutti santi e integerrimi. Ma perché, essere bianchi e italiani automaticamente significa essere persone perbene?

Siamo nel 2020. La pandemia del coronavirus ha dimostrato inequivocabilmente che i confini non esistono, che i muri si scavalcano, che nessuno da solo si può salvare. Questo pianeta è piccolo ed è pieno di esseri umani. La storia delle donne e degli uomini ha dimostrato che si cresce e si migliora solo mescolando razze, religioni, culture. Solo in questo modo si punta a crescere ed a costruire un nuovo mondo. La Storia è fatta di muri alzati e poi abbattuti. Solo integrando queste persone, accogliendole e conoscendo chi siano è possibile accettarle e avviare un vero confronto. Da questo confronto non si potrà che migliorare tutti. Non è certo confinandoli in una gabbia per paura di essere contaminati che si potrà costruire un futuro migliore. Per tutti noi, senza distinguere tra Noi e Loro. Perché oggi questo modo di pensare non ha più senso e, permettetemelo, non ha più diritto di cittadinanza.

Galileo Casone

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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A VOCE ALTA

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne in memoria dell’assassinio delle sorelle Mirabal avvenuto nel 1960 per mano di agenti segreti di informazione del regime della Repubblica Dominicana. Prima di essere uccise furono torturate, stuprate e massacrate perche’ attiviste politiche .  L’unica loro colpa fu quella di essere attiviste politiche.

Da allora le donne continuano a lottare per conquistare il giusto posto nella società, per i loro diritti, per la parità di genere, semplicemente per vivere in libertà , per essere pari all’uomo ,  lottare ancora perchè il mondo  nella propria  casa,   in strada  e nei posti di lavoro diventi  un luogo sicuro; ma tanto si deve ancora fare perché la cultura patriarcale venga completamente abbandonata per far posto ad una nuova cultura che non sia piu’ quella del dominio di un essere su un altro  e dove  “ le strade libere le fanno le donne che le attraversano”. Riscrivere la storia , bonificare i testi scolastici che riproducono stereotipi di genere non piu’ accettabili, modificare il linguaggio e tanto ancora.

Purtroppo ancora oggi leggiamo sui libri di testo scolastici che mentre la mamma stira il papà legge il giornale; mentre la mamma cucina il papà lavora; abbiamo la stampa che trasforma un carnefice in un padre amorevole e grande lavoratore ma semplicemente non accettava la fine di un amore (amore che???); emerge compassione per un assassino che ha commesso un femminicidio se non anche un
infanticidio.

Inoltre la violenza può manifestarsi sotto forma di stalking, reveng porn, violenza psicologica, che sono altrettante forme di potere per determinare la sottomissione di un genere non solo rispetto all’uomo di turno ma rispetto all’ordine culturale e patriarcale ancora vigente.

E’ proprio di questi giorni la notizia di una maestra che ha dovuto licenziarsi dopo essere stata oggetto di reveng porn da parte del suo ex; anziché essere sotto accusa lui è lei che viene messa alla gogna mediatica; la frase che si sente dire è “ Se l’è cercata”.


Ma è anche di questi giorni la bella notizia di una donna di origini mindiane, Kamala Harrys, eletta vice presidente d’America; una splendida notizia che speriamo abbia un impatto notevole contro le discriminazioni di genere, di classe e di razza in tutto il mondo;  ma a questo punto una riflessione è d’obbligo: quali ripercussioni avrà in India il Paese di origine della madre di Kamala, dove le bambine vengono uccise appena nate in quanto considerate una disgrazia, dove le donne e soprattutto le ragazzine tutti i giorni subiscono abusi e violenze facendola molto spesso franca? Resterà tutto come prima?

Un Paese non può definirsi democratico e neppure civile finchè ci saranno discriminazioni e disuguaglianze di genere, finchè un uomo guadagnerà più di una donna, finchè la cura della casa e della famiglia saranno quasi ad esclusivo carico della donna, finchè una donna sarà oggetto di desiderio e possesso, finchè la donna avrà solo obblighi mentre l’uomo la” liberta’ del suo privilegio   ma soprattutto finchè ci saranno femminicidi

L’atto più coraggioso è continuare a pensare in modo autonomo. A voce alta. (Coco Chanel)

Rosa Maffei

Segretaria Generale

Fisac/CGIL Comprensorio di Brindisi

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I traumi del revenge porn

Il revenge porn è un crimine, chi lo subisce è una vittima.
Una vittima è una maestra d’asilo della provincia di Torino il cui ex-compagno, a cui lei aveva inviato privatamente alcuni scatti personali, ha condiviso le foto più intime su una chat Whatsapp con gli amici del calcetto. La moglie di uno degli amici riconosce in quelle foto la maestra di suo figlio e a sua volta le invia alla dirigente scolastica.
Quella donna poteva essere aiutata, sostenuta e tutelata invece è stata giudicata e condannata all’esilio.
La direttrice della scuola l’ha giudicata “non compatibile con il lavoro”, le ha detto che se non si fosse dimessa avrebbe avuto “un marchio per tutta la vita, e non avrebbe mai più trovato lavoro neanche a pulire i cessi di Porta Nuova”. La dirigente ha anche convocato una riunione e raccontato l’accaduto a tutte le colleghe. Stremata, l’insegnante ha rassegnato le sue dimissioni.
La direttrice ha affermato che la maestra avrebbe dovuto dimettersi perché altrimenti sarebbe potuto succedere che “una madre si presentasse al mattino e dicesse: io non lascio mio figlio a una p…”.
Quand’anche ciò fosse accaduto? Un dirigente, in generale un responsabile di un ufficio, avrebbe potuto rispondere a quel genitore che vita privata e lavoro sono distinte, che sulla qualità dell’insegnamento non ci fosse da discutere e che la maestra fosse una delle tante vittime di questa nuova forma di violenza sulle donne.
L’insegnante ha subito anche un’azione disciplinare: “Siamo venuti a conoscenza da parte di alcuni genitori che lei risulta essere stata protagonista di video e foto porno diffuse sui canali social che hanno scatenato il malcontento di alcuni genitori che minacciano la revoca delle iscrizioni. Non volendo entrare nel merito del suo rapporto, mi trovo costretta a contestarle un comportamento irresponsabile”. Una decisione fredda quanto assurda, un mero adempimento burocratico.
Forse la Scuola non ha le risorse per difendere i propri insegnanti quando necessario, probabilmente non è una sua competenza ma che dei suoi funzionari abbiano aggiunto violenza alla violenza è inaccettabile.
A quando pare c’è ancora bisogno di ribadire che una donna debba essere libera di esprimersi e manifestarsi come vuole e che abbia il diritto di essere rispettata. Nel caso specifico: una donna che invii in modo riservato una foto al proprio compagno ha il diritto alla privacy; è chi viola tale diritto a dover essere condannato.
Quella maestra non andava consolata, ma tutelata dalla legge. Bisognerebbe condannare, invece, chi l’ha messa alla gogna.
È necessario mettere da parte il perbenismo ipocrita e concentrare i propri sforzi per la concreta difesa delle donne da ogni forma di violenza.

Il Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Anno 2020. Racconto di un virus

E così fu il caos.

Confusione. Nessuno sapeva cosa, nessuno sapeva chi, nessuno sapeva come…però tutti sapevano tutto. E tutti ne parlavano! Ognuno aveva qualcosa da dire, qualcosa da imporre come verità assoluta…persino i numeri, rinomatamente oggettivi e inconfutabili, cominciarono ad assumere significati diversi, il calcolo delle probabilità diventò improbabile e la statistica un’opinione.

E poi la pioggia di notizie: martellante, incessante, disarmante. Notizie di contagi, di positivi, di asintomatici contagiosi che però forse non sono proprio contagiosi. Notizie di collasso del sistema, ipotesi funeste e prospettive disastrose e poi, nell’incertezza del non sapere a cosa credere, LA PAURA!

La paura entrò a far parte della quotidianità. Si aveva paura di tutti e di tutto: del vicino, del parente, del conoscente. Paura di fare la spesa, paura di passeggiare paura anche di respirare. E poiché, spesso le nostre paure diventano le colpe degli altri, si cominciò ad accusarsi reciprocamente, ad additarsi come untori ad autoproclamarsi popolo di incivili, che non rispetta le regole imposte, che è causa del suo male e che quindi deve piangere se stesso!!!

Il caos aumentava, la fobia prendeva il sopravvento, attanagliava gli animi, oscurava le menti e rendeva vulnerabili. Una sola indicazione ripetuta incessantemente: proteggersi, stare a casa, isolarsi da tutti. Locali chiusi, palestre chiuse, musei chiusi, cinema chiusi. E così, nelle sua dimora, la gente si chiudeva nello sconforto dato dal terrore, diffidando di tutto e di tutti e, nell’elaborazione delle continue sollecitazioni negative, trasformava la sua paura in PSICOSI. Una psicosi che dilagava, a tutti i livelli, portando ulteriore confusione e innescando una spirale di delirio collettivo e di malessere. Qualcuno provava a trasmettere qualche messaggio positivo per ristorare gli animi ed aiutare a reagire ma, puntualmente il tentativo veniva fagocitato dal bisogno impellente di pessimismo, unico e solo elemento in grado di tenere alto il livello di guardia

Debilitata nello spirito e nel corpo, la gente si ammalava di tutto, anche più di prima, ma non si curava più perché aveva paura di andare dal medico, e d’altronde il medico non la poteva visitare perché aveva paura di contagiarsi. Gli anziani, categoria fragile, vivevano in un clima di terrore ancora più opprimente….gli adolescenti pativano l’impossibilità di vivere la loro spensieratezza.

La situazione andò fuori controllo, la gente cominciò a rassegnarsi all’impotenza come se fosse stata sottoposta ad una lobotomizzazione collettiva, non si viveva più per la paura di morire e non ci si chiedeva più neanche il perché di tutto quel caos. E allora?

Allora bisognerebbe comprendere che la pandemia è anche distruzione del vivere civile e che è assolutamente necessario rimanere “essere umani “ anche se tutto intorno a noi sembra essere incline alla follia!

Anna Pennetta

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Quando sei martello, batti

Quando sei martello, batti…

Lo spietato cinismo di Erdogan.

Recentemente sono state diffuse le dichiarazioni del presidente turco Erdogan che si è scagliato contro i leader europei definendoli «fascisti» e «nazisti» per la «persecuzione» perpetrata ai danni dei musulmani. Il dittatore turco ha anche invitato le nazioni musulmane ad andare in soccorso dei fedeli in Francia e ha chiesto ai suoi compatrioti di non comprare più i prodotti francesi.

Erdogan ha pronunciato il suo discorso in un momento in cui l’Europa è impegnata nella lotta contro il Covid, battaglia ben lontana dalla sua conclusione e che vede l’Unione già stremata fisicamente ed economicamente e non più compatta come un tempo. Il dittatore con spietato cinismo ha quindi approfittato di questa debolezza per sferrare il suo attacco a ciò che l’Europa rappresenta in termini di Libertà e Democrazia. E per farlo ha strumentalmente utilizzato la visione di un’Europa anti-Islamica.

Lo ha fatto per vigliaccheria, per consolidare il suo potere e perché in questo momento è ancora più facile influenzare le menti. E ci è riuscito.

Pochi giorni dopo un ventunenne tunisino è entrato nella basilica di Notre-Dame in pieno centro di Nizza, dove c’erano pochissimi fedeli. Il giovane si è avventato su una signora compiendo lo stesso gesto costato la vita due settimane fa al professor Samuel Paty che aveva mostrato in classe delle caricature su Maometto: le ha tagliato la testa. Il sagrestano si è avvicinato ed è stato sgozzato a sua volta. Un’altra donna ha resistito alle coltellate ed è fuggita dal portone della chiesa dirigendosi, alla ricerca di un riparo, verso il bar più vicino dove poco dopo però è morta. Un testimone ha chiamato i soccorsi. Sono stati quattro poliziotti delle squadre locali di Nizza a entrare in azione, pochi minuti dopo la strage: individuato il killer, lo hanno neutralizzato aprendo il fuoco e ferendolo alla spalla. Mentre lo medicavano continuava a ripetere in modo incessante ‘Allah Akbar’.

La notte del 2 novembre un nuovo attentato terroristico è avvenuto Vienna: la capitale austriaca è stata colpita al cuore da un attacco compiuto in sei punti del centro della città, rivendicato dall’ISIS, che ha portato alla morte di 4 persone e al ferimento di altre 22. Un assalitore è stato ucciso dalla polizia: un ventenne nato a Vienna da genitori macedoni e simpatizzante dell’Isis già condannato perché aveva tentato di andare in Siria. Si cercano eventuali complici e si parla di “rete” terroristica.

Non abbiamo dubbi e remore nell’affermare che gli attentati siano stati innescati dalle parole di Erdogan. Lui deve esserne considerato colpevole al pari degli attentatori e ai movimenti pseudoreligiosi cui si ispirano. Nella realtà storica l’Europa ha accolto popoli di qualsiasi religione fuggiti per cause di forza maggiore dalla loro terra e storia. La reazione degli Stati Uniti al terribile attacco alle Torri Gemelle nel 2001 ha provocato una diffusa pulsione anti islamica nel mondo, sino a sfiorare una vera e propria guerra di religione. In realtà si è persa l’occasione di un reale confronto culturale e religioso che costruisse nuovi ponti e nuove accoglienze. Il fondamentalismo islamico da un lato e quello occidentale dall’altro hanno provocato danni e disastri inimmaginabili. Per difendersi da persone e visioni così bisogna essere forti e per essere forti bisogna essere uniti. Questo significa anche che, oggi, i Paesi Europei devono attuare una politica comune di accoglienza ed inserimento di coloro che fuggono dalla fame e dalle guerre. Occorre affrontare insieme i problemi legati alla pandemia di Covid 19 mettendo al primo posto i valori della Salute e della dignità dell’uomo affrontare poi compatti i problemi di natura economica.

Presto, potremo indignarci. Presto, sarà nostro dovere ricordare chi è realmente Erdogan e ricordare chi ha perso la vita per colpa dei dittatori come lui.

Danilo Gianniello

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Incertezza e Futuro

Incertezza: questa è la sensazione prevalente che ci pervade in questi giorni, si insinua nei meandri della nostra mente e ci attanaglia con prepotenza.

Mancano punti di riferimento di qualsiasi tipo: religiosi, politici, morali, economici.

Alle consuete preoccupazioni tipiche della vita di ognuno di noi si aggiungono le problematiche connesse al virus e alla tenuta democratica del paese, messa seriamente a repentaglio dalla crisi economica e da irrefrenabili rigurgiti sovranisti.

Le informazioni ci bombardano continuamente con notizie quanto mai contraddittorie: sedicenti esperti, virologi, politici, tuttologi si affannano a minimizzare o, al contrario, giustamente, a terrorizzare.

Raggirati e anestetizzati da subdole manovre opportunistiche o vittime di una sorta di pazzia collettiva, nonostante i molteplici esempi visivi della reale letalità del virus, molti si autoconvincono della inesistenza della pandemia, innescando un insidioso e lesionistico meccanismo perverso con cui il virus si autoalimenta.

Con un sapiente scaricabarile tra Stato e Regioni, si evita di prendere decisioni per evitare responsabilità, ignorando che l’astenersi dal decidere è esso stesso decisione.

Le aziende, dal canto loro e le banche in particolare, hanno l’ obbligo di dare attuazione ai diversi Dpcm, emanati a tutela della salute di dipendenti e clienti, ma risultano quanto mai riluttanti a dare piena attuazione alle richieste dei sindacati e dei lavoratori. Per questo motivo il sindacato in questo periodo deve essere ancora più proattivo nel farsi portavoce delle istanze dei lavoratori, deve più che mai agire come soggetto di intermediazione tra governo, lavoratori e aziende. Deve farsi carico della necessità che i dati relativi ai contagi vengano trasmessi con TRASPARENZA e TEMPESTIVITÀ, che vengano applicati i protocolli relativi a prevenzione e sanificazione.

Solo con un ruolo attivo e coordinato di tutti gli attori in campo (governo, partiti politici, sindacati, personale sanitario) e solo con un comportamento responsabile di ogni cittadino possiamo sperare di superare questo difficile periodo e porre le basi perché la pandemia diventi una opportunità di miglioramento in ogni settore e in ciascuno di noi.

Alessia Friggione

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Il Futuro e le Macerie

I Dpcm del 18 e del 25 ottobre 2020 vanno letti e interpretati con una lente di ingrandimento che sia il punto di vista del mondo del lavoro. Parlo di tutti quei lavoratori, pubblici e privati, che ogni giorno devono timbrare un cartellino alle 8.00-8.15 e che lo devono fare portandosi sul groppone tutta una serie di problemi e di impegni legati alla situazione personale e /o familiare. Eppure sono quelli che devono comunque presentarsi sul luogo di lavoro, tirare fuori il meglio di sé e rispondere del proprio operato a sé stessi o a qualcun altro.

Se hanno una famiglia, dei figli, dei genitori hanno sulle spalle delle responsabilità. Hanno una visione della loro vita. Hanno aspettative. Hanno preoccupazioni. Hanno delle paure. Eppure ogni giorno fanno il loro dovere.

In questo Dpcm viene disegnata un’idea di società. E’ un mondo in cui la produzione ha la priorità assoluta e smentisce, incomprensibilmente, ciò che il Governo aveva fatto la primavera scorsa. E’ un mondo in cui le attività produttive devono continuare la loro attività produttiva con una semplice “raccomandazione” di utilizzare la modalità del lavoro agile. E’ una raccomandazione, non una scelta strategica. La produzione ha la meglio su tanti aspetti fondamentali per la crescita di un paese. Si è scelto di continuare a far lavorare, sia pure con alcuni limiti importanti, tutti mentre si è deciso di chiudere tutte le attività culturali e sportive amatoriali e dilettantistiche.

Perché è un problema?

Perché il Governo decide di chiudere quegli sport frequentati e quelle attività culturali, cinema, teatri, dalla stragrande maggioranza delle ragazze e dei ragazzi.

L’idea che si applica è che vanno chiuse proprio quelle attività in cui, con l’attività mentale e fisica di equipe, i ragazzi recuperano un equilibrio psico-fisico importante che in molte zone del paese significa evitare che restino in mezzo ad una strada con tutti i rischi che ne conseguono.

Si dice che non si possono colpire le attività economiche. Ma anche le attività culturali e quelle sportive dilettantistiche lo sono e perdere i fondi recuperati con la chiusura dei teatri, delle sale cinematografiche, della partecipazione alle gare o ai campionati significa farle chiudere. E’ un danno alle persone. E’ un danno all’economia anche se è un’economia “povera” per la logica neoliberista.

Il problema si scarica alla fine sulle famiglie o su chi segue quelle ragazze e quei ragazzi. E cosa dicono i Dpcm su questo punto? Quali sono gli strumenti per assistere quelle lavoratrici e quei lavoratori che ogni giorno dovranno timbrare il cartellino alle 8.00-8.15? Quali sono i permessi a cui le donne e gli uomini potranno far ricorso per assistere i propri figli? Come potranno accompagnare i propri ragazzi a scuola con gli orari scaglionati e con un ingresso minimo alle 9 se loro, invece, dovranno essere dentro una filiale di banca, un supermercato, un bar, un ufficio pubblico, una scuola, un ospedale, un laboratorio di analisi, un negozio alle 8 del mattino?

C’è un invito allo smart working. Ma chi deciderà sarà controllato da qualcuno? E chi non può far ricorso al lavoro agile?

C’è un altro inciso e va detto. Uno dei problemi dell’aumento del contagio da coronavirus è il sovraccarico del trasporto pubblico nelle ore di punta. Per decongestionarlo si consiglia, nel solito dpcm, di far entrare i ragazzi che continueranno ad andare a scuola con orari scaglionati, ingresso minimo, come detto, alle ore 9.

Va bene. Ma, ad esempio, nella piccola provincia in cui viviamo come in tutte le province dove non ci sono grandi centri urbani, la società di trasporto pubblico ha deciso che le linee sono concentrate fino alle 8 del mattino e poi riprendono in tarda mattinata. Quindi gli studenti che ne fanno ricorso dovranno comunque utilizzare quelle stesse corse che utilizzano ora e poi, una volta scesi, che faranno? Bighelloneranno per la città per qualche ora in attesa di entrare? E se dovesse piovere? E se dovesse far freddo? E se si dovessero assembrare ancora di più?

Questi sono i pensieri di un genitore che si sentirà sulla coscienza il peso di non poter accompagnare o badare come vorrebbe la propria figlia o figlio.

Perché in quei dpcm non ci sono gli strumenti per le lavoratrici e per i lavoratori. Perché loro dovranno continuare a lavorare ed esporsi in prima persona al contagio. Perché la produzione deve continuare. Poi non fa nulla se saranno i primi, al momento della crisi, ad essere messi in cassa integrazione, o vedersi modificato il contratto, oppure sentire il presidente di Confindustria, Bonomi, tuonare che è ingiusto prorogare il divieto di licenziamento, che i CCNL vanno svuotati per favorire la contrattazione aziendale al fine di distribuire una produttività che non c’è più da decenni e che comunque è ridicolo parlare di aumenti del salario. Solita storia: togliere i diritti certi per inserire flessibilità dai contorni incerti.

Sono le stesse aziende che dicono da un decennio che la tecnologia sostituisce il lavoro umano, che ormai gli esuberi sono enormi, che un robot fa il lavoro di dieci persone. Ma sono le stesse aziende che, nel momento esatto in cui è necessario far ricorso alla tecnologia per impostare una organizzazione del lavoro diversa, non hanno investito nemmeno un nichelino in hardware, software, infrastrutture e soprattutto in competenze informatiche. Perché in questi ultimi anni troppo spesso è sufficiente alzare la voce per nascondere il fallimento di una intera classe dirigente aziendale.

Eppure ogni giorno quelle lavoratrici e quei lavoratori si fanno carico di tenere in piedi un sistema produttivo e di servizi alla collettività che altrimenti sarebbe saltato in aria. Lo fanno perché sentono forte il desiderio di salvare la società in cui vivono, le vecchie facce che incontrano ogni giorno sulla metro, sui pullman, sui treni, dal giornalaio, dentro i posti di lavoro. Nonostante troppo spesso siano sfruttati, mal pagati, alcune volte non riconosciuti come persone ma solo come numeri che devono produrre un risultato.

Ma quelle lavoratrici e quei lavoratori hanno dentro di sé ben chiara un’idea di futuro, un’idea di società da costruire.

E in quell’idea al centro ci sono le persone, ci sono i loro figli, in cui sia possibile realizzare l’equilibrio tra desideri, potenzialità e realizzazione di sogni. Sì, anche la realizzazione di un sogno.

E quel sogno è anche dentro una palla da tirare, una bracciata in una vasca, una corsia in cui correre, un bicchiere di vino da bere in compagnia. Ma è necessario che sia tutto dentro quel futuro, ogni tassello incastrato insieme agli altri.

Oggi è il tempo di difendere la salute pubblica. Oggi non è il tempo di colpevolizzare nessuno ma solo fare delle scelte lungimiranti e predisporre una organizzazione potente, veloce, operativa, efficiente. In cui quelle persone non siano lasciate da sole, smarrite, dentro una stanza in cui far trascorrere i giorni di una eventuale quarantena da cui non si sa se si uscirà vivi oppure no.

Quindi è arrivato il momento di far sentire forte la voce di quelle lavoratrici e di quei lavoratori.

E’ arrivato il momento di dichiarare una mobilitazione contro una classe imprenditoriale inadeguata a questi tempi drammatici e per far comprendere ad una classe politica impreparata che oltre ai no mask e ai negazionisti ci sono cittadine e cittadini che hanno un’idea collettiva e che sanno difenderla da chi ha solo l’obiettivo di distruggere questo paese.

E’ un momento delicato. Il futuro prossimo si costruisce con le scelte di questi giorni. Il mondo del lavoro deve far sentire con forza le proprie ragioni a tutela della salute pubblica, della democrazia nel paese, del futuro dei giovani a cui, invece, lo si sta rubando.

La Redazione Fisacbrindisi.it

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