Uno studio della FISAC CGIL sul credit crunch

La stretta creditizia delle banche italiane è, ormai, un dato di fatto certificato dalla Banca d’Italia. Quando il costo del servizio di credito alle imprese sale in presenza di tassi di mercato costanti o decrescenti non è possibile negare l’evidenza. Ciò che oggi sembra banale, non lo era probabilmente un mesetto fa, quando le aziende di credito si affannavano a ripetere in ogni occasione che l’erogazione del credito non era stata ridotta. La Fisac Cgil Puglia ha pubblicato un mese fa uno studio basato su autorevoli fonti (Banca d’Italia, CGIA, pareri di economisti e personalità istituzionali) attraverso il quale ha dimostrato che il credit crunch era cominciato ben prima di ottobre 2011.Gli inequivocabili segnali della stretta erano stati individuati a livello europeo da attenti osservatori già ad Aprile 2011: il meccanismo di propagazione della paura tra le banche ha poi determinato l’avvitamento della situazione con una velocità che gli economisti conoscono bene. L’analisi parte da una visione generale del settore bancario a livello europeo per arrivare al dettaglio regionale e provinciale. I dati sono aggiornati al 14/10/2011. La Fisac Cgil Puglia e la Fisac Cgil Brindisi si ripromettono di aggiornare l’analisi con cadenza periodica.

Fisac Cgil Brindisi – La Segreteria

Credit crunch in Italia e Puglia

 

La premessa

 

Quando si parla di contrazione del credito e di riduzione dei finanziamenti concessi alle imprese si parla di banche; in altri termini si parla della cinghia di trasmissione di stimoli monetari e fiscali (se esistono) all’economia reale.  Se, per motivi esterni o endogeni, questa cinghia di trasmissione non funziona bene, il sistema economico soffre e, a lungo andare, collassa. Una crisi di liquidità delle banche implica sempre una riduzione di concessione di credito e ciò determina un effetto collaterale gravissimo: soffrono anche le imprese finanziariamente e contabilmente sane che, quindi, cominciano a licenziare dando inizio a quell’avvitamento nefasto conosciuto bene dagli economisti. Tutte le aziende, infatti, hanno bisogno di anticipi di cassa da parte degli istituti di credito, a parte le pochissime imprese capaci di lavorare con mezzi propri. Se le aziende collassano non saranno in grado di restituire gli affidamenti concessi dalle banche.

Lo scopo del presente lavoro non è quello di ripercorrere le tappe della crisi economica esplosa nel giugno 2007 – con il fallimento dei due fondi hedge gestiti dalla banca Bear Sterns – e ancora non risolta, né quello di ascrivere responsabilità o proporre soluzioni[1]. Il ruolo delle banche; la loro regolamentazione; l’esigenza del controllo pubblico; la necessità dell’intervento degli Stati; il trasferimento di ricchezza dal settore pubblico al settore privato conseguente ad ogni salvataggio; l’incapacità di eliminare il moral hazard legato al clamoroso conflitto d’interessi tra regolato e regolatore (le sliding doors che permettono a politici di assumere incarichi di rilievo nelle banche e viceversa sono un bubbone ben lungi dall’essere estirpato): sono tutti argomenti appassionanti di analisi e riflessione che non saranno toccati. 

Il fine perseguito è capire se, a fronte di una crisi della circolazione di liquidità tra banche ormai conclamata, si è manifestato anche il pericoloso credit crunch degli sportelli bancari italiani nei confronti della clientela. E’ importante ricordare che una banca, proprio per la centralità dell’attività svolta, non è una semplice società privata: per quanto detto sopra assume su di se una Responsabilità Sociale d’Impresa rafforzata e sancita dai controlli che la Banca d’Italia effettua. La crisi di fiducia anche di un solo Istituto di Credito di Interesse Sistemico (S.I.F.I.) può provocare il collasso delle economie globali.

La fonte principale è la Banca d’Italia, con il Bollettino Statistico e la Base Informativa Pubblica, ma saranno utilizzati anche elaborazioni della C.G.I.A. di Mestre ed altri riferimenti desunti dalla stampa.

 

 

La velocità di propagazione del virus e la “sottostima interessata” del fenomeno

 

Nonostante i banchieri di tutto il mondo si siano affannati a ripetere che le proprie banche sono solide, la verità è che gli istituti di credito, per la natura della funzione svolta e per l’incredibile controvalore delle attività controllate nel loro assetto attuale, annoverano nel proprio bilancio voci facilmente deprezzabili e difficilmente liquidabili in caso di crollo di fiducia[2]. Fin quando la regolamentazione degli istituti di credito permetterà loro di presentare, come nel caso di Dexia, bilanci con attivi a leva di difficile quantificazione e facile deprezzamento, il solo sospetto di difficoltà sui mercati finanziari genererà la crisi di fiducia che caratterizza questi giorni e che blocca totalmente il mercato interbancario[3]. Gli interessi enormi in gioco – gestiti da poche persone – frenano la necessaria riforma: più attivi significano più utili e se, malauguratamente, si verifica il credit cruch da sfiducia, c’è sempre il salvatore di ultima istanza, ovvero lo Stato (ovvero noi).

La verità è che le banche sono, chi più chi meno, “zombie che camminano” da almeno 10 anni, per dirla con il premio Nobel Paul Krugman, ed i «banchieri sono ciechi perché salvare le apparenze anche nelle fasi di crisi fa necessariamente parte del loro mestiere. Per questo Keynes definiva ironicamente il banchiere “il più romantico ed il meno realistico degli uomini”»[4]. Ma anche il meno realistico degli uomini non può negare l’evidenza, una volta messo di fronte al dato oggettivo; ed ecco che, alla luce degli avvenimenti del 2008, la consecutio temporum che porta al credit crunch interbancario di Ottobre 2011– cioè l’azzeramento delle operazioni di prestito overnight ed a lunga scadenza tra banche – segue sempre lo stesso schema logico che ha avuto come esito finale la deflagrazione del credit crunch 2008 e la crisi del ‘29 :1) qualcuno fa notare, sulla base dei numeri, che alcuni “vizi” mai eliminati si stanno ripresentando con una virulenza preoccupante[5]; 2) i destinatari di questi “avvertimenti” circostanziati – banchieri e non –  sembrano non intendere gli schricchiolii e continuano a farsi sentire[6]; 3) gli amministratori delegati delle banche presentano bilanci in utile e, anzi, chiedono l’allentamento di vincoli – in alcuni crasi con tracotanza assurda – per “aiutare” il sistema economico con più concessione di credito[7] 3) lo scenario macroeconomico peggiora e ciò comporta un veloce deterioramento del clima di fiducia, poiché le banche non conoscono con precisione la composizione dei bilanci delle altre banche e preferiscono non prestarsi soldi ; 4) le autorità di vigilanza e le banche centrali nazionali ed internazionali, dopo aver sollecitato una ricapitalizzazione degli istituti di credito ben prima dello step 3, non possono far altro che lasciare fallire una o più banche, con tutte le conseguenze che questa scelta comporta[8], ovvero preparare una rete di sicurezza con soldi e garanzie pubbliche, che è ciò che si sta verificando in queste ore in Europa 5) Solo a questo punto, magari dopo aver presentato un risultato di bilancio del trimestre precedente in attivo, il “romantico” banchiere alza bandiera bianca e dichiara la propria resa a giochi fatti.

Deutsche Bank è un caso emblematico di quanto detto: l’amministratore delegato della maggiore banca tedesca Ackermann, regina della leva finanziaria e del rischio, dopo aver registrato utili nel secondo trimestre pari ad 1,2 Mld di euro ed aver confermato in data 26/07/2011 il target di utili a 10 Mld a fine 2011 di Euro, ha candidamente dichiarato in data 05/09/2011:« molte banche europee non sopravviverebbero se fossero costrette a rivedere il valore di bilancio dei titoli di Stato che hanno in portafoglio sulla base degli attuali valori di mercato». Giusto per far capire che una di queste banche è quella da lui gestita, ha poi dichiarato in data 04/10/2011 che la sua banca non avrebbe raggiunto gli obiettivi prefissati ed ha annunciato il licenziamento di 500 persone. Il giorno dopo il Cancelliere Merkel ha annunciato la ricapitalizzazione delle banche mentre la BCE ha garantito liquidità “illimitata” per almeno 1 anno. Ecco le parole testuali del Cancelliere: «Se si giunge alla conclusione che le banche non sono sufficientemente capitalizzate è sufficiente allora che si proceda in questo senso tenuto conto della situazione sui mercati finanziari».

La rete di protezione è in pieno allestimento.

Ma la domanda vera è: possibile che una banca grande e strutturata come Deutsche Bank non abbia riconosciuto i molteplici segni premonitori della tempesta in arrivo?  E’ possibile che le condizioni oggettive di mercato mutino nel  giro di 3 mesi tanto da determinare un credit crunch completo?

 

 

 

Situazione in Italia e Puglia

 

Una volta assodato l’ottimismo interessato dei banchieri e la loro tendenza ad ignorare segnali importanti, c’è poco da fare per neutralizzare un credit crunch globale quando il meccanismo del panico si attiva: la velocità con cui il sistema entra in corto circuito è impressionante.  

Ancora a fine Luglio 2011 la Banca d’Italia ha affermato che «Il credito bancario al settore privato non finanziario continua a crescere a ritmi sostenuti, pari in maggio al 5,7 per cento sui tre mesi al netto della stagionalità e in ragione d’anno. I prestiti alle imprese sono aumentati del 6,1 per cento; quelli alle famiglie del 5,2, sospinti soprattutto dalla dinamica dei mutui per l’acquisto di abitazioni. [….]. L’andamento molto sostenuto dei prestiti alle imprese continua a riflettere principalmente la dinamica della domanda, derivante dalle esigenze di finanziamento per scorte e capitale circolante (cfr. il par. 3.2)»[9]. E quindi la Banca d’Italia ha avvertito che i prestiti non andavano a finanziare capitale fisso ed investimenti in innovazione. L’ appendice statistica allegata al Bollettino è molto interessante perché, anche se aggiornata a fine Maggio 2011, fornisce una tavola sinottica in grado di esemplificare visivamente la velocità con cui il credit crunch del 2009 si è abbattuto sulle imprese[10]. Proprio sulla base di questi dati di Bankitalia, il Presidente dell’ABI Mussari ha criticato fino a fine luglio 2011 le parole del Governatore Draghi – che fin dal 2009 ha praticato una politica di moral suasion finalizzata all’irrobustimento del capitale delle banche italiane[11]; riferito all’ennesimo invito in tal senso, Mussari ha infatti affermato, in pieno stile Ackermann: «La ponderazione delle pmi non è congrua: c’è qualche banca in Europa che è andata in difficoltà per il deterioramento dei crediti alle PMI? No, non c’è»[12].

L’affermazione di Mussari va chiarita. Per ogni operazione di prestito una banca è obbligata per legge a destinare a “riserva” una quota di capitale “pregiato”. Le regole di Basilea 3 prevedono di immobilizzare una quota crescente di capitale proprio nel momento in cui l’economia reale è particolarmente debole, impedendo – a detta dei banchieri – un sostegno alle PMI ed ai privati quando c’è un maggior bisogno. I dati Bankitalia di Luglio (ma riferiti a Maggio) dimostrerebbero che le banche sanno fare il proprio lavoro proprio quando ce n’è bisogno (quindi in piena crisi) e che, quindi, non ci sarebbe necessità di apporre a riserva quote crescenti di capitale non utilizzabili per concedere altro credito.

Chi ha ragione tra Mussari e Draghi?

La carica istituzionale ricoperta da Draghi gli impone di preservare il sistema bancario a garanzia del funzionamento dell’economia reale ma le banche continuano ad avere il problema di essere too big to fail (troppo grandi per fallire): dopo il 2008 le banche italiane non hanno ridotto le proprie attività secondo un programma del quale Basilea 3 è solo uno step. Ridurre le attività diverse dalla concessione di credito – che, ripetiamo, dovrebbe essere il core business di una banca – significa fare meno affari; si tratta però, come abbiamo, visto di affari rischiosi. Resta da capire se si sarebbe potuto distrarre il maggior capitale invocato da Mussari per prestare soldi alle PMI da investimenti in operazioni di altro tipo. I numeri dicono di si. Le banche hanno un potere ricattatorio – è proprio questo il moral hazard di cui si parla – proprio perchè, se sono abbastanza grandi e abbastanza piene di “prodotti tossici” non necessariamente di natura derivativa – sanno bene che un prestatore (o concedente) di ultima istanza ci sarà. E’ rimasto però un solo prestatore di “ultimissima” istanza, la BCE, che farà pagare caro ai cittadini dell’Unione – chi più chi meno – trent’anni di follie finanziarie.

Certo, se gli istituti di credito avessero fatto il proprio mestiere probabilmente l’economista Tito Boeri non formulerebbe questi cattivi pensieri: «i rischi di una grande recessione sono oggi in gran parte legati ad un problema di accesso al credito. Sono aumentati del 10% in Agosto sia i costi dei mutui per la casa che i tassi medi praticati alle imprese, pur in un contesto di tassi interbancari calanti [….]. Questo è un segno inequivocabile del fatto che le banche, di fronte alla svalutazione pesantissima dei loro patrimoni associata alla perdita di valore dei titoli di Stato che hanno in portafoglio, stanno tagliando fortemente i finanziamenti ad imprese e famiglie»[13].

Ma come fa Boeri a sostenere che c’è credit crunch se il penultimo Bollettino Economico Bankitalia prova il contrario? Negli ultimi tre mesi, non coperti dal penultimo Bollettino Economico, si è sicuramente verificato anche in Italia l’avvitamento pericolosissimo dell’economia sancito in Europa dal vertice Merkel – Sarkozy. Le banche Italiane saranno comunque nuovamente da ricapitalizzare anche se l’Italia, come tutti credono e sperano, non dovesse fallire; soprattutto se il futuro è fatto di crescita stentata e se cisarà, come sembra ormai scontato, il fallimento pilotato della Grecia. Lo stesso Ad di Unicredit Ghizzoni ha ventilato l’ipotesi di un intervento di questo tipo ultimamente.

 

Ben prima della pubblicazione in data 14/10/2011 del Bollettino Bankitalia n° 66, c’è chi ha dimostrato che le banche italiane sono più deboli e più costose delle altre[14]. Il Prof. Baglioni, su www.lavoce.info chiarisce che un aumento dello spread tra il tasso interbancario a tre mesi e quello ad un giorno (figura sotto) vuol dire una sola cosa: le banche chiedono un’interesse maggiore per prestare i soldi tra loro anche sulle brevi scadenze; la triplicazione di questo spread negli ultimi 60 giorni (quindi dall’inizio di un concitatissimo agosto) significa che il mercato interbancario è praticamente bloccato. C’è un credit crunch equiparabile a quello che ha caratterizzato i giorni da fine 2008 a Marzo 2009. Proprio da inizio Agosto 2011 il dott. Mussari preferisce occuparsi di “manifesti per la crescita” e non parla più dei vincoli di Basilea 3, ben sapendo che liquidità (sicuramente) e capitale (probabilmente) potranno arrivare rispettivamente da BCE e EFSF attraverso salvataggi concordati.  Ora le banche italiane si riforniscono al “bancomat BCE” a un costo dell’1,5%, alto rispetto a quello che potrebbero spuntare se si prestassero i soldi tra loro. E «nel mese di agosto, le banche italiane hanno aumentato il tasso d’interesse sui prestiti di 30 centesimi di punto rispetto al mese precedente (sulle nuove operazioni). Per la precisione, il tasso sui prestiti alle imprese non finanziarie è passato dal 3,34 per cento di luglio al 3,65 per cento di agosto. Nello stesso periodo, il tasso d’interesse sui mutui alle famiglie per l’acquisto della casa è passato dal 3,22 per cento al 3,50 per cento. Contemporaneamente i tassi d’interesse interbancari sono diminuiti: l’Irs a dieci anni ­- che costituisce il punto di riferimento per stabilire il prezzo dei mutui a tasso fisso – si è ridotto di 35 centesimi (dal 3,25 al 2,90 per cento) tra luglio e agosto; l’Euribor a tre mesi ­- il parametro per i mutui a tasso variabile ­- è calato di 5 centesimi (da 1,60 a 1,55 per cento)».[15] Insomma, le banche italiane si difendono dal calo di redditività (margine d’intermediazione), ridotto a causa di un abbassamento del tasso BCE, aumentando il tasso di prestito praticato alla clientela anche se, secondo il Monthly Outlook Settembre 2011 di ABI, il tasso annuale di crescita del credito concesso alla clientela  è sceso in Agosto solo al  5% dal 5,4% di Luglio, ma è sempre più altro dell’omologo indice di Agosto a livello europeo (+2,3%)[16].

 

La C.GI.A. di Mestre ha quantificato la maggiorazione di costo sopportato dalle imprese per effetto dell’aumento dei tassi praticati dalle banche italiane: 2,6 Mld su uno stock di prestiti erogati alle imprese pari a 924 Mld[17]. Dal suo osservatorio privilegiato, il Centro Studi della CGIA ha assodato che «non sono poche le segnalazioni avvenute in questi giorni che denunciano situazioni molto particolari, dove il costo del denaro applicato ad alcune aziende si è impennato sino a superare il tasso del 10%»; l’ulteriore fatto sconvolgente è che «questa situazione – conclude Bortolussi – sta facendo emergere  il pericolo di una nuova stretta creditizia, con una grossa novità rispetto al recente passato. Se all’inizio della crisi molte piccole aziende rifiutate dai grandi istituti di credito si rifugiavano presso le Banche di Credito Cooperativo o i Confidi,  adesso anche queste realtà non sono più in grado, perché a corto di liquidità, di fungere da sportello-rifugio».

Ecco la maggior spesa sopportata dalle imprese pugliesi da inizio 2011 ad inizio Ottobre.

 

Prestiti bancari alle imprese ed effetti del rincaro dei costi del credito ad Ottobre 2011

Dato regionale e provinciale

Prestiti totali (mln Euro)

Maggiori spese da inizio 2011

(mln Euro)

 

 

Totale imprese

(mln euro)

euro per impresa

Puglia

25.730,8

72

212

Bari

11.561,8

32,3

315,9

Taranto

2.194,0

6,1

146,7

Lecce

3.960,0

11,1

175,0

Brindisi

1.657,6

4,6

141,0

Foggia

4.285,3

12,0

191,7

Barletta-Andria-Trani

2.072,1

5,8

160,0

Elaborazione Centro Studi CGIA Mestre su dati ISTAT

 

Appare evidente come le banche pratichino costi più alti alle aziende che lavorano in un contesto imprenditoriale più vivace (si osservi l’incremento di spesa media per impresa in provincia di Bari: un salasso).

Il fondamentale lavoro di chi tutela gli interessi degli artigiani e delle piccole imprese (la CGIA di Mestre) permette di focalizzare l’attenzione su alcuni dati pubblicati periodicamente dalla Banca d’Italia che, probabilmente, non godono sempre della necessaria attenzione. Secondo uno studio pubblicato dalla CGIA in data 29/09/2011[18], sulla base di dati forniti periodicamente da Bankitalia agevolmente verificabili, l’80% del controvalore dei prestiti bancari in Italia (1.400 Mld di euro circa al 31/03/2011) va al primo 10% degli affidati. Ciò sarebbe normale in un paese in cui le aziende più grandi sono anche le più affidabili; ma in Italia la quota di sofferenze a carico dei maggiori affidati (grandi società o gruppi industriali) sul totale delle sofferenze di sistema  è passato dal 72,8% del 2000 al 78,8% del 2011. «Non vorremmo che questa anomalia fosse dovuta al fatto che nella grande maggioranza dei casi nei Consigli di Amministrazione dei più importanti istituti di credito italiani sono presenti proprio questi grandi imprenditori o manager a loro molto vicini », dice Bortolussi[19]

                Quota finanziamenti concessi in Puglia al primo 10% degli affidati al 31/03/2011

PROVINCIA

Finanziamenti

per cassa[20]

(milioni di euro utilizzati)

Quota finanziamenti concessi al primo 10 % degli affidati

Foggia

6.012

68,3%

Bari

16.037

67,9%

Lecce

5.714

62,0%

Brindisi

2.544

57,0%

Barletta-Andria-Trani

2.896

58,3%

Taranto

3.802

53,6%

Totale Regione Puglia

37.005

63,6%

Elaborazione Fisac Puglia da CGIA Mestre su Bollettino Statistico Bankitalia – II Trimestre 2011, pagg. 23 e seg. TDC30021

 

La tabella soprastante dimostra come la situazione pugliese sia leggermente diversa rispetto al dato nazionale. Un grado di complessità minore del tessuto imprenditoriale territoriale è direttamente proporzionale alla riduzione della concentrazione dei finanziamenti al primo decile degli affidatari. Spicca il dato di Taranto: l’accordato affidato ad Ilva S.p.A. è evidentemente conteggiato nella “quota finanziamenti” lombarda dal momento che la sede legale Ilva è in Lombardia e che si tratta di segmento corporate gestito dalle funzioni aziendali centrali delle banche.

La tabella sottostante chiarisce che anche in Puglia si preferisce concedere affidamenti a grandi aziende che spesso sono meno affidabili delle imprese di dimensione inferiore.

 

Quota delle sofferenze di pertinenza dei maggiori affidati al 31/03/2011

PROVINCIA

Sofferenze[21]

 (milioni di euro)

Quota delle sofferenze in capo al 10% dei maggiori affidati (milioni di euro)

Foggia

553

72,7%

Bari

1.522

79,2%

Lecce

544

72,8%

Brindisi

238

71,2%

Barletta-Andria-Trani

364

72,2%

Taranto

530

72,7%

Totale Regione Puglia

3.751

75,2%

Elaborazione Fisac CGIL Puglia da CGIA Mestre. Bollettino Statistico Bankitalia – II Trimestre 2011, pagg. 74  e seg. TDC30206

 

La certificazione ufficiale del drammatico credit crunch italiano è arrivata puntualmente in data 14/10/2011, quando, nel Bollettino Trimestrale, la Banca d’Italia ha ammesso che «La crescita della raccolta delle banche italiane, al netto dell’interbancario interno e delle passività verso l’Eurosistema e le controparti centrali, è stata dello 0,6 per cento nei dodici mesi terminanti in agosto (dall’1,8 per cento in maggio;tav. 6). Il rallentamento è ascrivibile principalmente alla dinamica dei depositi da non residenti, buona parte dei quali raccolti sul mercato interbancario estero, divenuta negativa in agosto (-2,5 per cento, dal 6,6 in maggio). La raccolta obbligazionaria al netto della componente interbancaria è cresciuta del 4,2 per cento (dal 4,4), sostenuta dalle emissioni effettuate nella prima parte dell’anno; in luglio e in agosto si è pressoché azzerata la raccolta sui mercati all’ingrosso. Si è invece attenuata la flessione dei depositi da residenti (-0,1 per cento, dal -1,3 in maggio); tra questi, resta positiva la crescita dei depositi di famiglie e società non finanziarie»[22]. La Banca d’Italia fotografa il crollo della raccolta sul mercato interbancario estero – una vera e propria “fuga” dall’Italia –  e l’improvviso stop alla seconda fonte di approviggionamento di liquidi che le banche italiane tradizionalmente utilizzano: le  emissioni obbligazionarie; in pratica le banche hanno effettuato le proprie emissioni obbligazionarie programmandole all’inizio dell’anno poiché sapevano che, con ogni probabilità, i costi di provvista sarebbero aumentati nel corso dell’anno per una aumento dei tassi dettato dalla politica BCE. Il costo di provvista è effettivamente aumentata, ma non per un’ aumento dei tassi BCE conseguente alla ripresa economica, bensì per l’effetto dell’aumento del rischio paese. «In conseguenza delle difficoltà di raccolta sui mercati all’ingrosso, il ricorso delle banche italiane alle operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema è aumentato a circa 89 miliardi di euro alla fine di agosto (da circa 34 miliardi in maggio). In agosto la raccolta dei primi cinque gruppi bancari è diminuita del 3,4 per cento sui dodici mesi, a fronte di un incremento del 2,1 registrato dalle altre banche (escludendo le filiali di intermediari esteri). Le mutate condizioni monetarie e le recenti tensioni sul debito sovrano si sono riflesse sul costo della raccolta bancaria. Rispetto a maggio, il rendimento sui conti correnti delle famiglie è aumentato di un decimo di punto percentuale (allo 0,4 per cento), di quattro decimi quello offerto sui depositi con durata prestabilita fino a due anni (al 2,1 per cento) e di sette decimi quello sulle nuove emissioni obbligazionarie a tasso variabile (al 3,8 per cento). La crescita del credito bancario al settore privato non finanziario si è indebolita,attestandosi in agosto al 4,0 per cento sui tre mesi (dal 4,8 per cento di maggio), al netto della stagionalità e in ragione d’anno. Tale andamento ha riflesso sia il rallentamento dei prestiti alle famiglie (al 3,7 per cento), in particolare del credito al consumo e degli altri prestiti diversi dai mutui, sia la decelerazione dei finanziamenti alle imprese (al 4,2 per cento).

Al netto delle sofferenze e dei pronti contro termine, in agosto il credito al totale dell’economia ha rallentato (al 2,5 per cento dal 3,2 in maggio), riflettendo l’indebolimento della dinamica sia dei finanziamenti concessi dai primi cinque gruppi bancari (1,2 per cento) sia di quelli erogati dagli altri intermediari (3,6 per cento). »[23]. E quindi, come aveva anticipato il Prof. Baglioni su www.lavoce.info, il credith crunch determina il ricorso delle banche al costoso “bancomat Bce”: più che raddoppiate le operazioni di prestito dalla BCE da 34 Mld in maggio a 89 Mld di euro in Agosto.

 

Prestiti bancari in Italia per area geografica e settore di attività economica nel Mezzogiorno

(variazione percentuale su 12 mesi)[24]

Periodi

Amm.ni pubbliche

Società finanziarie ed assicurative

 

Totale prestiti imprese

A+B+C

Imprese medio- grandi

A

Imprese piccole

 

B[25]

Famiglie produttrici

 

C[26]

Famiglie consumatrici

Ist. Sociali senza scopo di lucro

Totale

2009  Dic

8,0

-4,5

0,7

0,9

0,0

0,4

4,5

6,5

2,8

2010 Mar

5,8

-1,2

1,1

1,7

-0,6

-0,1

5,6

0,9

3,3

 

2010 Giu

2,0

-2,0

2,6

3,8

-0,5

-0,4

5,3

0,5

3,5

2010- Sett

1,6

-0,4

3,8

4,6

1,3

1,4

4,8

3,6

3,9

2010  Dic

0,9

-3,9

3,5

4,2

1,7

2,0

4,4

0,6

3,5

2011  Mar

-0,3

-7,3

4,2

4,9

2,0

2,1

4,3

3,9

3,6

2011  Giu

3,8

-10,2

4,1

4,8

1,9

2,1

3,9

3,5

3,8

2011 Luglio

5,6

-18,8

3,9

4,9

1,2

1,6

3,8

1,1

3,7

2011 Agosto

1,1

-21,0

3,9

5,0

0,9

1,2

3,6

-1,9

3,1

Fonte: Bolettino Statistico n° 66, Ottobre 2011 Tavola A9, pag. 58 – Banca d’Italia

 

La Tavola A9 consente di capire che il tasso di crescita annuo dei prestiti nel Sud Italia è appena sopra il tasso di inflazione: aziende e famiglie riescono appena a coprire  – e a costi crescenti – le necessità correnti. L’analisi disaggregata del dato globale conferma, però, la “sensazione” di stretta creditizia nel Sud percepita agli sportelli di provincia dagli operatori di banca operanti nelle filiali: piccole aziende e imprese individuali soffrono una riduzione credito accordato in termini reali. Risultano in aumento, invece, i finaziamenti alle grandi aziende, quelle responsabili della maggior parte delle sofferenze di sistema. Il crollo dei prestiti bancari tra banche ed assicurazioni certifica il calo di fiducia e la “chiusura dei rubinetti” anche al Sud Italia. Da notare che la mancanza di fiducia tra banche è aumentata a partire da Dicembre 2010 in perfetta sintonia con il “meccanismo procedurale” descritto e ben noto ai banchieri, a dispetto delle loro dichiarazioni ufficiali. Insomma: chi gestisce una banca sa bene che la mancanza di prestiti interbancari è la causa scatenante (ed anche il sintomo inequivicabile) di una prossima contrazione del credito concesso agli sportelli.

Fa impressione constatare l’aumento delle sofferenze delle aziende in Italia (famiglie produttrici ed aziende non finanziarie) che, ad Agosto 2011 ammontano a 75,5 Mld di euro, in aumento di 1 mld di Euro rispetto all’omologo dato di Luglio[27]: questa è l’ulteriore inequivocabile conferma che il credit crunch si è da tempo trasferito all’economia reale e che l’aumento delle sofferenze, con il ben noto “effetto di ritorno”, induce le banche a rischiare ancora meno e a valutare negativamente concessioni di credito che qualche tempo fa avrebbero garantito senza problemi.  Le sofferenze ascritte alle famiglie consumatrici (mutui ipotecari su immobili e crediti al consumo) sono 23,6 Mld di euro al 31/08/2011, in aumento di 600 milioni in un solo mese. Le banche hanno dunque iscritto a sofferenza affidamenti per cassa pari a circa 100 Mld di euro al 31/08/2011: un’enormità destinata a crescere nel futuro immediato.

 

La Banca d’Italia pubblica il Bollettino statistico trimestrale e una serie di Supplementi a cadenza variabile (prevalentemente mensili). Le informazioni statistiche vengono diffuse sul sito Internet della Banca d’Italia (www.bancaditalia.it, sezione “Statistiche”), in formato pdf o mediante la “Base Informativa Pubblica on-line”. La versione pdf del Bollettino è statica in quanto contiene le informazioni disponibili al momento della pubblicazione. L’edizione on-line invece è dinamica in quanto i dati precedentemente pubblicati vengono rivisti alla luce delle eventuali rettifiche nel frattempo pervenute: in questa sezione possono essere consultati gli ultimi dati disponibili; la disaggregazione a livello provinciale è, però, effettuata con ritardo.

Incrociando i dati della Base Informativa Pubblica, Tavola TSC20810 e Tavola TSC20910, si può ottenere la serie storica del tasso percentuale di sofferenze su affidamenti accordati ed utilizzati nel sistema bancario italiano.  

 

Tasso percentuale delle sofferenze bancarie su accordato utilizzato sistema imprenditoriale italiano

Data

Crediti Accordati ed utilizzati  per tutte le attività economiche

Sofferenze totali imprese ed aziende individuali

Tasso percentuale delle sofferenze su crediti utilizzati

31/08/2011

1.001.777

75.517

7,53%

31/07/2011

1.000.684

74.516

7,44%

31/06/2011

1.004.325

73.565

7,32%

31/05/2011

998.773

72.634

7,27%

31/04/2011

985.482

71.546

7,26%

31/03/2011

992.379

70.616

7,11%

31/02/2011

994.553

69.378

6,97%

31/01/2011

989.890

68.353

6,90%

30/08/2010

952.392

53.999

5,66%

Fonte: elaborazione Fisac CGIL Puglia da dati Bankitalia – B.I.P. Tavole TSC 20810 e TSC 20910. Dati in milioni di Euro

 

Come si evince facilmente dall’elaborazione Fisac, le sofferenze del sistema bancario aumentano costantemente da Agosto 2010 ed hanno raggiunto un livello drammatico già ad Agosto 2011, anche senza il dato di Settembre ed Ottobre, mesi in cui la stretta creditizia si è ulteriormente accentuata stante la probabile contrazione del denominatore del rapporto. Insomma: anche se le sofferenze totali non dovessero aumentare, il tasso percentuale è destinato ad aumentare drammaticamente. Il sistema bancario italiano può rimanere in piedi solo grazie ad una “pulizia” dalle sofferenze ottenibile grazie a ricapitalizzazioni o a una crescita economica inverosimile nell’immediato. 

 

Il dato disaggregato a livello regionale e provinciale è desumibile dalle Statistiche Creditizie e Provinciali aggiornate a Luglio 2011. 

 

Sofferenze lorde su prestiti bancari a consumatori ed imprese residenti in Puglia a Luglio 2011

Localizzazione

prestiti accordati ed utilizzati a consumatori ed imprese al netto dei P/T

Sofferenze totali consumatori ed imprese

Tasso percentuale delle sofferenze di consumatori ed imprese su prestiti

Bari

23.932

1.783

7,44%

Taranto

7.001

852

12,16%

Brindisi

4.165

279

6,69%

Lecce

8.823

627

7,10%

Barletta-Andria- Trani

4.656

421

9,04%

Foggia

9.123

702

7,69%

Puglia

57.700

4.665

8,08%

Fonte: elaborazione Fisac CGIL Puglia su Statistiche Creditizie Provinciali – Banca d’Italia

 

Il dato provinciale è analizzabile con un livello di dettaglio molto particolareggiato: è possibile scomporre, ad esempio, i prestiti accordati in prestiti tra consumatori ed imprese ed analizzare l’impatto delle sofferenze su ogni ramo. E’ anche possibile analizzare l’andamento nel tempo delle grandezze a partire da Gennaio 2008. Il dato percentuale di Taranto, obiettivamente clamoroso, sconta già un livello percentuale di sofferenze molto alto (7,43%)al Gennaio 2008. Un livello così alto di sofferenze non può essere ascritto esclusivamente al degrado economico del tessuto imprenditoriale e sociale tarantino; nel computo delle sofferenze, infatti, rientrano circa 250 milioni di euro prestati da Banca Intesa al Comune di Taranto, che rientrano nell’ambito di sofferenze del sistema bancario nei confronti della amministrazioni locali. In ogni caso il dato delle sofferenze lorde della Provincia di Taranto, depurato dal debito del comune fallito, ammonta all’8,54% sui prestiti bancari: un’enormità.

La Tabella dedicata al flusso nuove sofferenze, che pubblica i dati provinciali sulle flusso percentuale delle sofferenze al 31/07/2011 rispetto alle sofferenze dello stesso mese dell’anno prima, indica tutti valori positivi: le sofferenze continuano a crescere anche a livello regionale, e da ciò consegue un maggior rigore nella concessione di affidamenti da parte di tutte le filiali di aziende di credito pugliesi. Sarà interessante analizzare i dati di Agosto e Settembre non appena saranno disponibili: la situazione potrebbe presentare un’ulteriore clamoroso peggioramento.  



[1] Molto è stato scritto in merito da diversi autori e ciascuno di essi ha approfondito alcune tematiche specifiche, attribuendo la responsabilità della bolla finanziaria esplosa sui mercati dei capitali a motivazioni più o meno differenti. A titolo esemplificativo ma non esaustivo cfr La Valanga, Massimo Gaggi, Ed. Laterza 2009; I nodi al pettine, Marco Onado, ed. Laterza 2009; La grande crisi, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, ed. Il Saggiatore 2008; Bancarotta, Joseph Stiglitz, Einaudi 2010; La veduta corta, Tommaso Padoa Schioppa, Il Mulino 2009; Finanzcapitalismo, Luciano Gallino, Einaudi 2011; Gli economisti che sbagliano, Alessandro Roncaglia, Laterza 2010. 

[2] L’esempio attualissimo è il colosso franco-belga Dexia. Una banca d’affari specializzata in prestiti agli enti locali, ricapitalizzata con 6,4 Mld di Euro di fondi pubblici dopo il fallimento Lehman, aveva superato brillantemente gli inutili (e ridicoli) stress “rafforzati” di fine giugno 2011 che, come riporta Giovanni Stringa nel Corriere della Sera del 05/10/2011 a pag. 38,  avevano fatto registrare un Core tier 1 di “sicurezza” dell’11,4%. Il “capitale ponderato per il rischio” non è un indicatore di solvibilità  e può trarre in inganno; già durante la crisi Lehman banche come Goldman  Sachs (con un Core tier 1 del 14% e utili di decine di mld di dollari) hanno dovuto chiedere alla FDIC americana il permesso di diventare anche banche commerciali per avere accesso ai depositi della clientela retail , poiché il credit  crunch le aveva quasi costrette a dichiarare fallimento. Lehman aveva addirittura chiesto un prestito al governo americano di 10 mld di dollari restituito con comodo.  

[3] Sull’importanza della “qualità” dell’attivo di una banca si legga Le 4 lezioni di Dexia, Prof. Donato Masciandaro, il Sole 24 Ore del 05/10/2011, pag. 1. In questo articolo il professore giudica inutili le prescrizioni di Basilea 3 al riguardo e valuta positivamente la creazione della bad bank che preservi le attività buone dell’istituto di credito. Per informazioni di carattere tecnico sulla probabile risoluzione del problema Dexia si consulti Una “bad bank” per il futuro di Dexia, Moussanet, Sole 24 Ore del 07/10/2011  pag. 7 

[4] La citazione è tratta da un’intervista rilasciata dal Prof. Emiliano Brancaccio a Liberazione e pubblicata in data 17/07/2011. Nell’intervista il Prof. Brancaccio, docente di Economia Politica presso l’Università del Sannio, critica con anticipo profetico la validità ed il fondamento scientifico degli stress test sulle banche superati in cavalleria anche da banche come Dexia.  

[5] Uno studio R&S di Mediobanca sui primi 18 gruppi bancari europei, per esempio, rilevava l’allarmante incremento (+26%) dei derivati nei bilanci delle banche europee nel primo semestre 2010. Lo studio è stato pubblicizzato da Giuseppe Oddo a pag. 42 del Sole 24 Ore del 19/11/2010; da notare che il controvalore nominale indicativo dei derivati era pari a 4.000 Mld di euro (due volte il PIL tedesco) ed il 6% degli stessi derivati era illiquido. Il fatto straordinario era che già a Novembre 2010, quindi, era risaputo che le banche europee avevano in media una quantità di derivati pari al 36% dei mezzi propri ed al 38% del capitale di vigilanza delle stesse: una follia! Ricordiamo che sono proprio i derivati illiquidi, in caso di credit crunch da sfiducia, a dover essere immediatamente eliminati dai bilanci delle stesse poiché senza valore; e saranno proprio queste “attività” (?!) a finire per prime nella bad bank creata appositamente per Dexia a spese del contribuente. Lo stesso studio individuava in Intesa Sanpaolo e Unicredit gli istituti del campione europeo con il 57% delle proprie attività costituite da tradizionali prestiti ad imprese  e privati. Se un istituto di credito ha – o dovrebbe avere – il proprio core business nei crediti a famiglie ed  imprese, ci si chiede in che cosa consista la restante parte di attività. Un altro studio di inestimabile valore scientifico fu quello effettuato dagli economisti della Stern School of Business di New York coordinati dal grande economista Robert Engle, il quale attestava l’inefficacia della legge Dodd- Frank  indicacando in Bank of America la banca più sottocapitalizzata in Usa in caso di crisi. Cfr Sole 24 Ore del  28/03/2011 pag. 29

[6] Il Rapporto Prometeia del 05/11/2010 attestava un R.O.E. medio delle nostre banche al 2,3% (redditività ai minimi) soprattutto a causa degli accantonamenti per perdite su crediti, mentre gli AD delle stesse banche festeggiavano gli incoraggianti dati di bilancio del terzo trimestre del 2010. Cfr Sorpresa: le banche italiane non stanno poi così bene, Stefano Feltri, Fatto Quotidiano del 13/11/2010, in cui l’autore metteva in evidenza un particolare interessante: l’aumento di utili di una banca può anche essere disgiunto dall’aumento del margine d’intermediazione, cioè dalla parte di guadagno attinente l’attività core di un istituto di credito che nel credito ha la propria attività principale. Basta aumentare le commissioni da raccolta gestita scaricate al cliente o, come rileva Feltri in questo caso, ridurre gli accantonamenti pro-quota di perdite su crediti anche se i crediti deteriorati aumentano. Le banche italiane erano cioè diventate più confidenti e meno attente alla gestione del rischio già nel quarto trimestre 2010.

[7] Cfr Banche too big to fail: Jamie Dimon non vuole l’applicazione di Basilea 3, Arturo Zampaglione, La Repubblica Affari&Finanza del 13/06/2011, pag. 10; Istituti in pressing contro Basilea 3, Alessandro Merli, Sole 24 Ore del 18/09/2011, pag 3.  L’applicazione di Basilea 3 implica una maggiore riserva di capitale proprio per ridurre la leva finanziaria e, quindi, il rischio di vendita affannosa di attività deprezzate in caso di credit crunch. Incredibile che la richiesta di non applicazione di Basilea 3 sia continuata anche in piena crisi di debito dei paesi sovrani quando era ormai chiaro che le banche avrebbero dovuto essere ricapitalizzate.   

[8] Le conseguenze del fallimento non controllato di Lehman – dettato dalla necessità di fornire alla comunità economica mondiale un esempio di come i liberisti USA avrebbero lasciato fare al mercato e  non avrebbero tollerato altri salvataggi dopo Fannie Mae, Freddie Mac ed AIG – sono ancora nitidamente ricordate in tutto il mondo. A seguito di questo fallimento lo Stato USA ha dovuto garantire tutte le banche ed i contribuenti americani ed europei hanno pagato un conto salato.

[9] Bollettino Economico n° 65 Banca d’Italia, Luglio 2011, pag. 30; è uno dei più aurorevoli documenti ufficiali della Banca d’Italia ma ha il “difetto” di raccontare ed analizzare dati con un ritardo di tre mesi.

[10]http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/bollec/2011/bolleco65/bollec65/be65_appendice.pdf , Italia Tav. 2.20

[11]Draghi, in qualità di Governatore di Bankitalia e del FSB, ha sempre invitato le banche – in particolare italiane – ad aumentare il capitale velocemente. Già in occasione del G20 di Washington era naturalmente consapevole che alcune banche avrebbero potuto e dovuto farlo (e tra queste annoverava quelle italiane) ben in anticipo sulla tabella di marcia prevista da Basilea 3. Altre banche non avrebbero potuto farlo per “modelli di business sbagliati”. Cfr  prima pagina del Sole 24 Ore del 17/04/2011, dedicata al problema delle ricapitalizzazioni.

[12]Cfr Sole 24 Ore del 15/07/2011, pag. 38

[13] E’ il momento dei segnali forti, Tito Boeri, Repubblica del 01/10/2011, pag. 1  Boeri è professore ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano ed ex  economista dell’OCSE e collaboratore del FMI.

[14] http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002579.html. Banche Italiane, più deboli e costose; Angelo Baglioni, 01/10/2011. Il Prof. Angelo Baglioni insegna Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative. Ha recentemente insegnato anche al Master in Economia e Banca presso la Facoltà di Economia R.M.Goodwin dell’Università di Siena. Dal 1988 al 1997 è stato economista presso l’Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo), come responsabile della Sezione Intermediari Finanziari.

[15] Dati Abi  desunti dal Monthly Outlook del Settembre 2011 (Tab. 4)

[16] Si ricorda al lettore che un tasso di crescita negativo indica recessione economica e stress insostenibile per il sistema bancario.

[19] Due casi su tutti: l’incredibile vicenda della Fondazione San Raffaele, oberata da 1,5 Mld di debiti accumulati a causa di una scellerata politica di gestione dell’“affare sanitario” in Italia corroborata però dal rinnovo di linee di credito sempre concesse senza troppi problemi; la “grana” Zalesky che ha determinato un buco nei conti Intesasanpaolo che può potenzialmente arrivare a 3,5 Mld di euro.

[20] Ammontare dei crediti per cassa, al netto delle sofferenze, censite dalla Centrale Rischi, accordati o erogati dagli Istituti di Credito. Questi finanziamenti costituiscono l’86% del totale dei prestiti erogati dalle banche italiane.

[21] Comprendono la totalità dei rapporti per cassa in essere con soggetti in stato di insolvenza o in sistuazioni sostanzialmente equiparabili, a prescindere dalle garanzie che li assistono.

  1. [22] Bollettino trimestrale Statistico n° 66 Banca d’Italia, pag. 33. I dati sono aggiornati al 31/08/2011.

[23] Bollettino trimestrale Statistico n° 66 Banca d’Italia, pag. 34.

[24] I dati di agosto 2011 sono provvisori. I prestiti escludono i pronti contro termine e le sofferenze. La ripartizione per area geografica si basa sulla residenza della clientela. Le variazioni percentuali sono corrette per tenere conto dell’effetto contabile di cartolarizzazioni e riclassificazioni

[25] Società in accomandita semplice ed  in nome collettivo con numero di addetti inferiore a 20 addetti.

[26] Società semplici, società di fatto ed addetti fino a 5 addetti.

[27] Tavola 2.10 (TSC 20910) Sofferenze per branche di attività economica dei residenti in Italia. Suppl. Moneta e Banche del 06/10/2011

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