Il fantasma dell’Etica

Un tempo, ad una persona che manifestava la volontà di conservare i risparmi a casa propria, si diceva: piuttosto che tenerli sotto un mattone portali in banca, guadagni gli interessi e i tuoi soldi sono al sicuro. Oggi ci si chiede: qual è la differenza tra il subire una rapina a casa e vedere i propri soldi, frutto per i normali cittadini di una vita di lavoro, scomparire da un giorno all’altro divorati da titoli ed obbligazioni che all’improvviso si rivelano carta straccia?
Qualche giorno fa Luigino D’Angelo, un pensionato di 68 anni di Civitavecchia, si è suicidato. Un gesto che deriva direttamente dalle vicende drammatiche che stanno interessando la Banca Popolare dell’Etruria e i suoi clienti. Un dramma che chiama e coinvolge le coscienze di tutti coloro che hanno a che fare con il mondo del credito. Un uomo è morto perché un investimento sbagliato ha cancellato i risparmi di una vita.
E la prima domanda che ci si pone è: chi ha sbagliato? Di chi è la responsabilità? Del pensionato che ha investito tutti i suoi risparmi in un solo prodotto finanziario, senza diversificare il proprio investimento? Della banca che ha fortemente “invitato” i propri dipendenti a far sottoscrivere quel genere di prodotto? Del singolo dipendente che ha raggirato il cliente, nascondendogli la verità sulla rischiosità di quel prodotto finanziario?
In questi giorni, in effetti, l’attenzione dell’opinione pubblica e di degli organi di Vigilanza si concentra sul “come” quei prodotti sono stati venduti, sul “chi” ha consigliato male il sig. D’Angelo, sul “chi” ha carpito la sua fiducia vendendogli un prodotto che non era adeguato al suo “profilo di rischio”.
Centinaia di piccoli risparmiatori, clienti delle quattro Banche Popolari e Casse di Risparmio che sono sulle prime pagine dei giornali in questi giorni, sono coinvolti direttamente dall’azzeramento del valore delle obbligazioni subordinate emesse dai quattro istituti. Loro hanno perso gran parte, se non tutto, il capitale investito in quei prodotti.
Ma il problema è limitato a loro e deriva dallo stato di difficoltà di quei quattro piccoli istituti di credito?
In realtà la questione riguarda l’intero settore del credito, ormai avvezzo a collocare in quantità rilevante prodotti potenzialmente rischiosi senza una adeguata attenzione al corretto profilo di rischio della clientela che si rivolge agli sportelli bancari per investire, in modo adeguato, i propri risparmi.
Un dramma, insomma, che potrebbe coinvolgere molte più persone. Questo anche a causa di una serie di norme stabilite dall’Unione Europea che, in caso di crisi di una Banca, prevede che chi ne pagherà le conseguenze sono gli azionisti e i clienti con depositi superiori ai 100.000 euro.
Nella realtà le norme introdotte dall’Unione Europea e previste da un Decreto recente del Governo Italiano, obbligato in tal senso dall’essere parte della stessa Unione, sono un po’ più complicate di quanto venga semplificato in questi giorni sulla stampa. Ma di questo ne parleremo in un altro articolo.
Ora è importante fissare un punto su cui ragionare: di chi è la responsabilità, e quindi chi pagherà le conseguenze del proprio operato, della vendita scorretta di titoli rischiosi a cliente inadeguata?
E’ colpa delle Banche o è colpa dei dipendenti? O è colpa dei clienti, attratti esclusivamente dal proprio obiettivo di lucrare un tasso più alto senza valutare con attenzione la rischiosità delle operazioni sottoscritte?
Per un cittadino qualunque, cliente abituale od occasionale di una Banca italiana, la risposta è chiara ed è visibile all’ingresso di un qualsiasi sportello bancario, sia esso di un grande Gruppo o di una piccola realtà territoriale: la responsabilità è dell’attuale organizzazione delle Banche italiane. Perché questa organizzazione, omogenea in tutte le banche e i gruppi bancari, prevede una “linea di produzione” molto semplice: il management fissa obiettivi di Bugdet Commerciali periodici (annuali, semestrali, trimestrali, mensili, settimanali, giornalieri, orari) in cui decide la quantità (in termini di volumi finanziari sottoscritti) di titoli/prodotti commerciali bancari/assicurativi da vendere in ogni sportello. Tale numero non prevede che si tenga in considerazione le esigenze del territorio in cui si opera, tanto è esorbitante e impossibile da perseguire. Non prevede che si tenga conto delle esigenze individuali delle persone che si rivolgono ad uno sportello bancario. Prevede che si debba vendere quella quantità, punto e basta. E se non si dovesse raggiungere l’obiettivo previsto partiranno le minacce (verbali, telefoniche, scritte) verso i dipendenti. In alcuni casi se il mancato raggiungimento dei Budget dovesse ripetersi nel tempo, si arriverà alla destituzione dagli incarichi per i dipendenti e ai trasferimenti punitivi. Nella maggior parte dei casi non è vero, come si dice sulla stampa, che invece il raggiungimento del budget da parte dei risultati comporti premi economici o di carriera. Perché in quasi tutte le aziende di credito è in atto una drastica riduzione del costo del lavoro. I dipendenti sono vessati, perché o producono quanto richiesto dalle aziende o, semplicemente, ne pagheranno le conseguenze.
I clienti vivono quotidianamente il livello incredibile di stress a cui sono sottoposti i dipendenti bancari. Vedono con i loro occhi la velocità a cui sono costretti a muoversi (spesso ridotti a macchiette di sé stessi), il poco tempo, perché controllati e contingentati, che possono dedicare all’ascolto delle richieste della clientela. Vedono, e ascoltano, le minacce sottili e/o spregiudicate a cui sono sottoposti.
Con queste modalità organizzative non è possibile svolgere il proprio lavoro nel pieno rispetto delle norme e con una sacrosanta attenzione al profilo di rischio della clientela. E’ facile intuire che il confine tra giusto e sbagliato diventa labile.
Eppure nonostante questa situazione i dipendenti bancari tentano di svolgere il proprio lavoro con cura, attenzione, rispetto delle norme. Nei limiti del possibile. Quali sono questi limiti? La stessa struttura attuale delle Banche. La cui gestione è affidata a manager asserviti agli interessi del Capitale e degli Azionisti. Sono, cioè asserviti, al raggiungimento di obiettivi di breve termine che garantiscano adeguati utili a chi è portatore di interessi nelle Banche. Di conseguenza non è più un obiettivo, come nel passato, l’attenzione alla qualità dei capitali raccolti, alla bontà dei progetti economici e sociali da finanziare, l’attenzione anche sociale al territorio in cui si opera.
No, tutto questo non ha più valore, mentre lo ha esclusivamente il conseguimento di utili a qualsiasi costo. Troppo spesso questo significa “invitare” i clienti a sottoscrivere operazioni con prodotti finanziari rischiosi che però garantiscono, alla banca, commissioni e provvigioni fisse per lunghi periodi di tempo, nello stesso tempo legando, “fidelizzando”, per lungo tempo il cliente all’istituto di credito. E se qualcuno dovesse poi rimetterci le ossa del collo, beh sarebbero solo effetti collaterali e fisiologici.
Tutto questo è profondamente sbagliato.
E’ necessario che ognuno, in questo momento, si fermi, rifletta, e si renda conto di quali siano le proprie responsabilità. Perché quando un sistema inizia a compromettere il futuro delle persone vuol dire che quel sistema è sbagliato e va corretto rapidamente.
Tutti siamo responsabili della morte di Luigino D’Angelo. Perché è responsabile il Top Management della Banca di cui era cliente il pensionato; quel top management che non si è fatto scrupolo, pur avendo gestito male la Banca e conducendola al disastro, di incassare centinaia di milioni di euro come premio per il proprio operato. Perché responsabili sono anche le filiali che hanno subito senza reagire, con uno scatto di dignità, alle pressioni commerciali e agli inviti a far sottoscrivere quei prodotti. Perché responsabili sono anche i dipendenti che non hanno avuto il coraggio di dire un semplice No a quelle vendite. Perché lo è il sindacato che, pur avendo scritto, denunciato, e cercato di trattare sui protocolli etici per le attività commerciali, non ha combattuto con maggiore determinazione le storture di un sistema ormai perverso.
Il sindacato ha chiesto a tutti i livelli di prestare attenzione alle modifiche strutturali che stavano avvenendo nel mondo della Finanza e del Credito.
Un errore fondamentale è stato non prevedere, nei Protocolli e negli accordi firmati, una clausola di salvaguardia. Un accordo sulle Politiche Commerciali deve prevedere che, nel caso di mancata o non corretta sua applicazione, chi sbaglia paghi. I Protocolli sull’Etica della vendita devono essere resi concreti ed esigibili. Solo così si possono liberare i dipendenti dal giogo del ricatto attuato da tutte le banche.
Un tempo il credito era il baricentro, il volano dello sviluppo economico e sociale di una comunità. Oggi, invece, è diventato altro, nelle mani di avventurieri senza scrupoli che l’hanno spolpato per tutelare gli interessi di pochi.
Per cui, è bene fare attenzione. Molti, in questi giorni, punteranno il dito contro il dipendente che ha venduto quei titoli per distrarre l’attenzione da chi ha la responsabilità principale: chi ha spinto alla sottoscrizione selvaggia di quelle obbligazioni subordinate senza tener conto dei profili di rischio della clientela, e senza invitare all’uso di un corretto criterio di diversificazione negli investimenti finanziari. La responsabilità è di chi pensa che le persone che entrano in uno sportello bancario sia solo un osso da spolpare e non, invece, un patrimonio da salvaguardare. Le banche devono tornare ad una logica anche di servizio all’economia e alla società.
E’ ora, però, che anche i dipendenti si rendano conto che è arrivato il momento di rialzare la schiena e opporsi, insieme alle organizzazioni sindacali, ai Budget insensati e pericolosi per la clientela ma anche per il loro futuro professionale, per la loro dignità di lavoratori, e per lo stesso futuro della banca in cui si lavora.
La crisi è stato anche questo. Perdere di vista il reale senso di appartenenza ad una comunità.

La Redazione

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