Ha vinto il No alla proposta di riforma costituzionale. Ha vinto la Costituzione che è stata difesa nella sua interezza. Ha vinto il desiderio insopprimibile degli italiani di esercitare la democrazia, la voglia di partecipare, di esserci, di contribuire a costruire il futuro del paese. L’alta percentuale di partecipanti al voto lo dimostra, così come dimostra che è la politica mediocre ad allontanare le persone dal voto.
Ma noi non festeggiamo. Perché siamo consapevoli che la precedente riforma del Titolo V della Costituzione era pessima e anche perché il Parlamento va ridisegnato. Siamo soddisfatti che una brutta riforma, incomprensibile e mal scritta sia stata sconfitta.
Noi non eravamo contro Renzi ma eravamo contro parte delle sue politiche. Siamo contro tutte le politiche sul lavoro del suo Governo il cui obiettivo, ancora una volta, è stato quello di abbattere diritti e regole certe in nome di una fantomatica flessibilità che avrebbe dovuto dare spazio e occupazione ai più giovani. In realtà quelle politiche hanno solo regalato soldi alle imprese continuando a garantire e tutelare un lavoro precario e sottopagato. Ora anche i famigerati dati statistici lo dimostrano in modo indiscutibile. E’ di oggi il dato Istat che certifica che circa il 30% delle famiglie italiane è sotto la soglia di povertà. Questo è un dato terribile che dovrebbe far riflettere e spingere a ridisegnare tutta l’azione politica, sociale ed economica del nostro paese. Invece continua a dominare la melina della brutta politica, quella che mette al centro giochi di potere e riposizionamenti per mantenerlo, il potere. Noi riteniamo che non sia il momento di andare ad elezioni anticipate. E’ il momento della responsabilità. Ma non di una responsabilità qualsiasi o che continui a perseguire obiettivi deboli. E’, invece, il momento di rimettere al centro la buona politica, il lavoro e il riscatto sociale. E’ il momento in cui servono buone leggi, scritte bene e mirate. Servirebbe un senso di responsabilità diffuso anziché continuare ad alimentare divisioni e partigianerie.
Il settore del credito è quello che più di tutti in queste settimane è a rischio. Ed è incomprensibile il silenzio della politica sul suo destino. Sembra che non ci si renda conto che un crollo del sistema creditizio comporterebbe ricadute sociali ed economiche terribili. E invece il quadro è da far venire la pelle d’oca: la rete delle BCC è in crisi, la Legge sulle Banche Popolari è stata bloccata dal Consiglio di Stato, l’aumento del Capitale Sociale del Monte dei Paschi e di Unicredit di fatto è stato sospeso dopo il referendum. Anche in questo caso un Governo arruffone è intervenuto in modo confuso e male. Si è entrati a piedi uniti nella governance del Monte, licenziando Viola per poi rimetterlo in sella nelle Popolari; si è scritta male una legge sulla Banche Popolari che ora sono in mezzo al guado in pieno temporale finanziario. Si è evitato però di fare chiarezza sulle manovre speculative di qualcuno che nel frattempo ha fatto affari riducendo sul lastrico banche, risparmiatori e mettendo a rischio il futuro dei dipendenti bancari.
La situazione è molto seria. E’ positivo che il tentativo di rendere inefficace la nostra bella Costituzione sia andato a vuoto. Ora bisogna lavorare per ricostruire un paese e attutire gli effetti nefasti delle contrapposizioni guerrafondaie della campagna referendaria. L’Italia ha bisogno di tante cose, ma soprattutto di uscire dal mito dei “tagli” al welfare, agli enti locali, a tutte quelle istituzioni che accompagnano gli ultimi e gli emarginati che oggi sono una percentuale enorme. E’ necessario investire sulla scuola, sulla sanità, sulle pensioni, sul lavoro ai giovani, sulla vera innovazione e sulla tecnologia. Non su quella che taglia i posti di lavoro, ma su quella che migliora la qualità di vita dei lavoratori e li aiuta a liberare tempo per sé, per gli affetti, per la cultura.
E’ ora di diventare un paese normale.
La Redazione