La Repubblica delle scelte

Il 2 giugno del 1946, gli Italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. 

Oggi festeggiamo la nostra Repubblica ma soprattutto il fatto di aver potuto scegliere, opportunità ottenuta grazie al sacrificio di tanti connazionali. 

Nella gestione degli interessi pubblici non si può essere sicuri che si stia per compiere una scelta giusta o sbagliata, giudizio che può essere emesso soltanto valutandone gli effetti.

È pur vero che si può e si deve scegliere con onestà, trasparenza, senza secondi fini ed evitare di reiterare gli errori del passato. 

Scegliamo di accogliere gli immigrati e non di respingerli. Sono donne e uomini, sono lavoratrici e lavoratori.

Convogliamo i nostri sforzi nella tutela dell’ambiente e nella conversione ecologica delle attività produttive mentre invece si trivella ovunque in cerca di gas naturale e petrolio o per la realizzazione della cosiddetta Alta Velocità.

Scegliamo di migliorare la Sanità ed i Trasporti e favorire l’innovazione tecnologica. 

Combattiamo gli sprechi, riformiamo il fisco e lottiamo seriamente contro l’evasione fiscale.

Incentiviamo l’istruzione.

Reagiamo alle crisi con le assunzioni e non con i licenziamenti. Scegliamo il Lavoro, sempre!

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UN PAESE AL MASSIMO RIBASSO

PNRR. Il Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza. Un’altra occasione persa per l’Italia?

Durante la prima ondata della pandemia da coronavirus sembrò che finalmente la politica si fosse svegliata e avesse compreso i disastri provocati con le scelte degli ultimi 25 anni in cui il taglio forsennato al Welfare ne era stato la linea guida. Per cui, di fronte ad una tragedia come quella della pandemia, settori fondamentali come la Sanità, la Scuola e l’innovazione tecnologica erano in uno stato pietoso e non in grado di fornire le risposte che, invece, erano necessarie per garantire la difesa della popolazione e gli strumenti per affrontare l’emergenza e ripartire.

Il Governo Conte2 aveva elaborato una lista di priorità da affrontare che risultava convincente, insieme alle linee discusse nell’UE: l’urgente tutela dell’ambiente e un cambio rapido nelle scelte energetiche privilegiando le fonti rinnovabili e sostenibili, il finanziamento e potenziamento della Sanità Pubblica e della Scuola Pubblica, una svolta nello sviluppo delle reti e dell’innovazione tecnologica in particolare nel settore pubblico. Apparve subito come un indirizzo chiaro che fece sentire l’intero paese una collettività che lavorava insieme per un futuro condiviso e finalmente moderno. Anche il tema del Lavoro sembrava affrontato con il fine di garantire un futuro in cui la difesa della dignità e dei diritti del mondo del Lavoro potesse avere un ruolo centrale; rimettere al centro un’idea di futuro orientata a tutelare le giovani generazione e garantire loro un lavoro stabile, duraturo, ben retribuito.

Il Governo Conte è caduto per una serie di questioni di cui oggi non si parla più: il Mes, l’apertura della Scuola, la Vaccinazione di massa prima dell’estate, una discussione in Parlamento per l’elaborazione del PNRR. Tutte motivazioni che sono scomparse nell’orizzonte del dibattito politico e della stampa nazionale.

Il vero nodo politico era in realtà la gestione delle enormi risorse finanziarie erogate dall’UE con il Next Generation Plan nel nostro paese, attraverso il PNRR.

Invece le prime risposte politiche sui grandi temi previsti nel Piano ci appaiono molto deludenti. Se il punto più importante è il tema della transizione ecologica e il rispetto dell’ambiente ci appare molto contraddittoria la scelta di autorizzare le trivellazioni alla ricerca di gas e di petrolio nel Mar Adriatico. Così come ci appare contraddittorio il progetto di un ponte sullo Stretto di Messina, notoriamente zona a forte rischio sismico. Come lo è la scelta di ridurre i fondi destinati alla Scuola e alla Sanità, mentre resta del tutto inascoltato il bisogno di potenziare il sistema del trasporto pubblico per i pendolari e di cui tanto si è discusso come nodo centrale da sciogliere per far ripartire la scuola. Ci lascia dubbiosi anche il ridurre la questione dell’innovazione tecnologica ad un dibattito sulla gestione della rete cablata con il progetto di fusione della società di proprietà Enel, OpenFiber, nella TIM, ripristinando un monopolio privato in un settore delicato quale è la rete veloce per il traffico dei dati in Italia. Non ci sembra, invece, ci sia una discussione mirata sul finanziamento pubblico delle Start Up che pure sono numerose nel nostro paese e che per trovare una adeguata attenzione si devono rivolgere all’estero. Situazione che si è conclamata proprio nel tracciamento del Covid 19. Ricordate la app Immuni? Svanita nel dimenticatoio mentre, invece, una adeguato utilizzo della tecnologia nella lotta al virus poteva essere fondamentale. I clamorosi risultati nel campo dei vaccini sono una chiara dimostrazione di come sia fondamentale un adeguato finanziamento nell’innovazione tecnologica.

A noi, però, interessa osservare ciò che accade nel mondo del lavoro. E qui le perplessità diventano preoccupazione, se non rabbia. La scelta di eliminare il blocco dei licenziamenti a breve è incomprensibile e pericoloso, oltre che a dimostrare ancora una volta che gli interessi di Confindustria hanno la meglio su quelli del Lavoro. Nei prossimi mesi la rinascita del paese si fonderà sul ritorno al profitto delle imprese, piccole-medie e grandi, a danno delle lavoratrici e die lavoratori. E nonostante il blocco nel corso dell’ultimo anno comunque si sono persi circa 500.000 posti di lavoro, di cui oltre il 90% erano occupati da donne e giovani. La prospettiva è l’alta probabilità di un disastro sociale mai visto nella storia di questo paese. Eppure le lavoratrici e i lavoratori sono quelli che negli ultimi due anni hanno messo il proprio corpo a difesa delle imprese in cui lavoravano. Oggi, però, anziché parlare di difesa della loro funzione, della loro tutela sanitaria, anziché discutere di un riconoscimento in termini di diritti e di salario, di un miglioramento della loro condizione di lavoro, si parla, invece, di licenziamenti ed esuberi. I quali, ovviamente, sono da affrontare a carico della fiscalità generale. Ossia saranno gli stessi lavoratori a finanziare il loro licenziamento. E ancora una volta non sembra che si affronterà la fondamentale questione dell’evasione fiscale. Anzi si è riproposto il solito condono a chi evade e se si prova a discutere di una riforma fiscale che torni ad essere realmente progressista si assiste alla solita levata di scudi sponsorizzata dalla Lega salviniana, così abile nel distogliere l’attenzione dai veri problemi. La solita litania della lotta all’immigrazione nasconde la realtà della sottrazione del denaro pubblico, della quantità esorbitante di amministratori pubblici coinvolti in storie di tangenti e di malaffare (vedi caso Comune di Foggia e tanti altri), del lavoro terrificante che la destra in Italia fa nel campo dei social e della disinformazione. Un’altra questione importante che affronteremo in un altro documento.

In sintesi, siamo preoccupati. Lo siamo perché il rischio è di perdere una occasione unica che consentirebbe di far rinascere un paese che è invece incapace di guardare al futuro con uno spirito realmente innovativo. Un paese che continua ad essere nel profondo conservatore e legato ad una visione vecchia e stantìa dei rapporti sociali. L’Italia deve pensare ad un deciso salto di qualità sui temi dei diritti civili, della centralità del Lavoro, del ruolo fondamentale del Welfare Pubblico, soprattutto in una simile era pandemica. Per fare questo servono le risorse che si trovano lottando seriamente contro l’evasione fiscale e con una riforma nello spirito della Costituzione del Fisco. Un Fisco giusto, equo, progressivo. Perché non è più possibile assistere impotenti alla difesa degli interessi di una sparuta minoranza di ricchi, che lo diventano ogni giorno che passa sempre di più, a danno di una stragrande maggioranza di una popolazione che invece diventa sempre più povera, vecchia e malata. La rinascita non può esserci se si continua ad impoverire, sia economicamente che nei diritti, il Lavoro. La scelta del massimo ribasso, negli appalti come in tutti i livelli, è inaccettabile oltre che controproducente. E’ una scelta che simbolicamente declina la visione politica di un futuro.

Non è questo il futuro che vogliamo.

E’ l’ora del riscatto e il Sindacato Confederale deve essere il portavoce credibile di queste istanze.

O adesso o mai più.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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FERMIAMO LA GUERRA!

Il mondo fermi subito la guerra
Brindisi in piazza per la pace, accanto al popolo palestinese.
Una guerra, ingiusta come tutte le guerre, che non può essere giustificata dalle religioni. Un massacro senza fine di bambini, donne e uomini. Le associazioni, i sindacati, la società civile di Brindisi, come in ogni angolo del Paese e del mondo, chiede l’immediata fine dei bombardamenti e della violenza. E questo nell’assordante silenzio di buona parte dei mass media e a fronte di posizioni contraddittorie, equivoche e inaccettabili, quando non di assoluta indifferenza, dei governi dell’Unione europea, compreso quello italiano, e del mondo. Scartato a priori ogni sano e indispensabile tentativo di mediazione diplomatica. La comunità internazionale deve fermare questa guerra. Subito. Il movimento popolare scende ovunque in piazza sotto la bandiera dell’arcobaleno, in nome della pace. Non deve vincere la violenza sanguinaria. Nessuna prevaricazione per le annessioni. Che la vita vinca sulla morte. Per questo organizziamo per le ore 17,30 di venerdì 21 maggio un sit-in presso la piazzetta Fornaro, tra via Conserva e corso Umberto.
Associazioni, cittadine e cittadini sono invitati ad aderire e a partecipare.

ANPI Brindisi
Arci Brindisi
Libera Brindisi
Cgil Brindisi
Cisl Brindisi
Uil Brindisi

Brindisi 17 maggio 2021

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Soulmates

Questa settimana la nostra recensione tratta di una serie TV: Soulmates. Questa serie è disponibile sulla piattaforma di Amazon Prime Video. E’ composta da sei episodi della durata di circa una quarantina di minuti l’uno.

Il test dell’anima gemella ha impatto sulle vite di sei personaggi. In un futuro non lontano è stata diffusa un app in cui si propongono abbinamenti per trovare l’anima gemella attraverso la comparazione di vari dati. La app è molto pubblicizzata in tutto il pianeta. Chi inserisce i propri dati nel database della app, dopo un’attesa che può durare minuti come anni, riceverà l’avviso di un match, un abbinamento con un’altra persona considerata il/la partner ideale per un amore duraturo e felice. I risultati della app non sono mai messi in discussione e la società li accetta senza obiezioni. Dopo l’esito del match matrimoni e coppie consolidate si frantumano e si compongono nuove coppie. Le identità sessuali vengono messe in dubbio e rivoluzionate. Tendenze nascoste sono portate alla luce travolgendo la vita di molte persone. Alcuni accetteranno con fatica queste novità, altri invece prenderanno con entusiasmo la nuova strada sentimentale.

Sono sei episodi molti coinvolgenti, qualche volta un po’ disturbanti, e le storie raccontate non fanno sconti per la loro crudezza e nel mettere in evidenza i sommovimenti interiori dei protagonisti. Quello che emerge con chiarezza è che non può essere una app, o l’intelligenza artificiale o la comparazione del DNA, a determinare le storie affettive e sessuali delle persone. I rapporti sentimentali sono un equilibrio troppo complicato e delicato, fondato su sensibilità, attitudini, tendenze, legami, passioni che non possono essere banalizzati o semplificati. La app può aiutare a cercare l’anima gemella, ma la felice conclusione di una attrazione sentimentale passa attraverso alchimie complesse e dalla composizione sconosciuta e probabilmente introvabile. Esattamente come non si conosce la composizione della pozione magica in cui è caduto da bambino Obelix nelle storie indimenticabili di Asterix e Obelix di Goscinny e Uderzo. Buona visione.

Galileo Casone

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Sulla libertà di espressione

Libertà di espressione: facciamo il punto.

“È la prima volta che mi è successo di inviare un testo di un mio intervento perché doveva essere messo al vaglio per approvazione da parte della politica.” 

Inizia così l’intervento di Fedez al concertone del Primo Maggio. Secondo il rapper, presentatore dell’evento, la rai avrebbe tentato di censurare il suo monologo in cui il cantante denuncia le frasi omofobe pronunciate da alcuni esponenti del Carroccio. La TV di Stato smentisce il proprio intervento ed è allora che il rapper rende noto il contenuto di una telefonata registrata con alcuni funzionari Rai di cui riportiamo un paio di frasi.

– Non è editorialmente opportuno…

– Editorialmente? Editorialmente? Io sono un artista. Salgo sul palco e dico quello che voglio, mi assumo le responsabilità di ciò che dico.

Tutta la conversazione è disponibile in rete. Il video, come si dice, è virale. Al centro della polemica, il Disegno Di Legge Zan. In passato Fedez ha inserito frasi omofobe nelle sue canzoni frutto, per sua stessa ammissione, di ignoranza. Ora sostiene il disegno di legge contro l’omofobia firmato dal deputato PD Alessandro Zan che ha visto l’opposizione della Lega, a cominciare dal presidente della commissione giustizia del Senato Ostellari. L’attenzione si sposta presto dal DDL Zan al comportamento dei vertici Rai. Viale Mazzini sottolinea che l’organizzazione del concertone non fa capo alla Rai ma ad una società esterna. Soprattutto, a proposito del video postato da Fedez, la TV di Stato spiega che alcune dichiarazioni sono state tagliate. Fedez ha quindi dichiarato che la registrazione integrale della chiamata è a disposizione.

L’Amministratore Delegato della Rai, Salini: “Non esiste nessun sistema ma se qualcuno per conto della Rai ha usato quella parola, mi scuso. Con gli organizzatori del concerto faremo luce sulla vicenda.” 

Il presidente della commissione di vigilanza Rai, l’azzurro Barachini, ha chiesto la convocazione di urgenza del direttore di Rai 3, Franco Di Mare, per avviare un’indagine conoscitiva completa su quanto accaduto.

Il rischio che si corre in questa vicenda è, ancora una volta, di vedere sottomessa la realtà alla ricostruzione fatta dalla “Bestia” salviniana. Infatti, le forze politiche di destra hanno sapientemente distolto l’attenzione dell’opinione pubblica facendola concentrare non sul contenuto del DDL Zan ma sull’utilizzo improprio della televisione di Stato e sul fatto che ciò che era accaduto fosse un regolamento di conti nella sinistra. E’ stato più discusso il tenore di vita di Fedez anziché il livello indecente di omofobia e transofobia esistenti nel nostro paese.

Ancora una volta, purtroppo, si deve constatare la difficoltà per le forze progressiste, sindacato confederale compreso, nel portare in evidenza nella discussione generale le proprie posizioni. Invece la stampa e i social continuano ad inseguire i temi imposti dalla destra populista. Le ragioni sono tante ma fondamentalmente potremmo sintetizzarle in due questioni: la mancanza di risorse finanziarie che consentano di organizzare adeguate e costanti campagne di informazione e la mancanza di organizzazione e competenze nella comunicazione e nell’utilizzo degli strumenti che la tecnologia mette a disposizione.

In questa vicenda ciò che ci ha colpito non è il tenore di vita di Fedez ma la sua capacità di andare dritto al centro della questione, mettendo spalle al muro le falsità costruite da chi gestisce la politica e il servizio pubblico. Inoltre è incredibile veder scorrere sotto i propri occhi la campagna, anche all’interno del mondo progressista, secondo la quale la lotta per i diritti civili e sociali non è svolta dai partiti politici mentre tocca ad un cantante porre la questione. E’ evidente che non sia così perché sul palco del Concertone del 1° maggio si è parlato di un Decreto Legge scritto dalle forze progressiste presenti nel nostro paese e firmato da un parlamentare del Partito Democratico. Il mondo dell’Arte e della Cultura ha fatto propria quella battaglia e sta spingendo affinché il Decreto sia approvato in tempi stretti. Non tutti i partiti politici sono uguali in questa, come in altre vicende: il DDL Zan è stato approvato alla Camera il 20 novembre 2020. Ora è in discussione nella Commissione del Senato e il relatore Ostellari che ha tentato di sostituirne il testo con un altro DDL, che aveva l’intenzione di snaturarlo, è della Lega. Sono le forze del centrodestra che hanno l’obiettivo di far scivolare il DDL in un binario morto per evitare ancora una volta che siano fissate delle norma severe per combattere l’omofobia e la transfobia.

Quanto sopra è ovviamente un’estrema sintesi dell’accaduto in quanto riteniamo importante lasciare spazio alle opinioni. Soprattutto, ci piacerebbe esprimeste le vostre nei commenti. Potersi esprimere liberamente, a quanto pare, non è cosa così scontata. 

Noi condanniamo ogni forma di censura ma ci preme far emergere quelle più subdole. 

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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1 Maggio 2021

Il 1° maggio è la Festa delle Lavoratrici e dei Lavoratori. E’ la giornata dedicata a tutte quelle persone che attraverso il Lavoro vogliono conquistare la dignità, la crescita economica, sociale e culturale. Il Lavoro è fondamentale per la crescita di una persona e per la sua autonomia. Il Lavoro è un diritto civile e sociale.

Nel 2021 la pandemia ha colpito duramente il mondo delle Lavoratrici e dei Lavoratori. La crisi sanitaria ha avuto ripercussioni gravissime sul versante economico e sociale. Migliaia di persone hanno perso il posto di lavoro e le più penalizzate sono state, ancora una volta, le donne. La stragrande maggioranza dei posti inghiottiti dalla crisi erano svolti da donne. Una ingiustizia di una gravità assoluta, rispetto alla quale ancora una volta la risposta della politica non è stata all’altezza della scommessa in campo.

All’inizio dell’era pandemica per qualche mese si era finalmente intravista una presa di coscienza che aveva rimesso al centro delle scelte di governo la volontà di affrontare le conseguenze drammatiche delle scelte sbagliate nei decenni precedenti: il taglio forsennato alla sanità pubblica, alla scuola pubblica, al settore del trasporto pubblico, ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, all’inquinamento forsennato del pianeta.

Il Recovery Plan a questo doveva servire: a finanziare progetti innovativi e coraggiosi che riscrivessero il futuro per le nuove generazioni. Ci auguriamo che così sia ma le ricadute sulla vita delle persone hanno già causato effetti drammatici sotto tutti i punti di vista e non si può perdere più tempo. Il pianeta va difeso, va creata nuova occupazione, va superato il digital divide, va rimesso al centro il ruolo della Istruzione e della Sanità Pubblica.

In questo contesto diventa fondamentale il ruolo del credito, le competenze che le Lavoratrici e i Lavoratori del settore hanno nel finanziare i progetti economici e sociali utili al bene del paese. Ma servono però delle banche che siano capaci di ritrovare il focus della loro funzione all’interno del progetto paese. Vanno abbandonate le incomprensibili pressioni commerciali che ormai strangolano l’organizzazione del lavoro e che creano gravi problemi psicologici e di salute alle donne e agli uomini che lavorano nel credito. Bisogna recuperare al più presto obiettivi e organizzazione che mettano al centro la crescita del paese e la tutela della salute e dei diritti dei lavoratori del credito.

Il sindacato ha il ruolo di avere ben chiara la linea da seguire per tutelare la dignità e il futuro delle persone che vogliono crescere e realizzarsi con il Lavoro. Il sindacato ha il compito di lottare per difendere i diritti fin qui acquisiti con la lotta e il sangue di intere generazioni, nonché conquistare nuovi spazi che derivano dall’innovazione tecnologica, dalle variazioni che hanno interessato la società, dalle dinamiche sociali che scuotono da anni il pianeta con processi migratori sempre più diffusi e numerosi. Servono nuovi diritti, nuove modalità contrattuali, nuove conoscenze e competenza per puntare dritto verso un futuro sostenibile ed equo. Dentro questo obiettivo ci sono tante strade da percorrere. Sono strade che hanno come filo conduttore l’equità e passano attraverso la difesa del Welfare, del ruolo dei servizi pubblici, al reperimento delle risorse necessarie attraverso la lotta all’evasione fiscale e allo sviluppo di una nuova cultura sociale che metta al centro il senso di appartenenza ad una comunità.

Buon 1° Maggio!

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Pressioni Commerciali: la realtà

Immagine tratta da Fisaccgilaq

“Oggi HO una riunione online con l’area manager, CI FARANNO neri!” Notare la diversa coniugazione dei verbi…

Un cliente sta arrivando in banca per l’erogazione di finanziamento di importo modestissimo, 10.000 euro da cui detrarre, naturalmente, le commissioni. Il titolare: “la tua collega (in smart working) non è riuscita a convincere il cliente a sottoscrivere un prodotto assicurativo. Mi piacerebbe che TU portassi a casa questo risultato”.

Sai che, PER LEGGE, non posso farlo ma intanto me lo hai detto.

Ricordi a me l’importanza di raggiungere il budget, pena gravi ripercussioni sul conto economico della Filiale.

Mi chiedi di VENDERE al cliente almeno un prodotto assicurativo perché costa poco e perché presenta nuove importanti garanzie. Non è proprio così e dovresti saperlo o, se lo sai, stai mentendo. In passato, specialisti di prodotto e settoristi commerciali hanno detto che il prodotto è inutile in assenza di altra polizza, ben più costosa, di cui costituisce il naturale completamento.

“Vedo che questa campagna commerciale non l’avete neanche attenzionata!”. Affermazione FALSA, che hai anche il coraggio di mettere per iscritto, perché:

  • A inizio mese ti sei presentata con l’elenco di tutti i clienti presenti nelle varie campagne, di tutti hai voluto sapere chi sono (sono sempre gli stessi ed io, che sono in filiale da molto meno tempo di te, ogni mese professionalmente ti fornisco tutte le informazioni).
  • Ti ho spiegato che molti di quei clienti, non solo non vogliono sottoscrivere nuove polizze di protezione o prodotti di risparmio ma che ogni mese devo dissuaderli da revocare e/o disinvestire i prodotti che possiedono.
  • Sai, o dovresti sapere, che per esitare un singolo contatto all’interno dell’applicativo “programmazione commerciale” occorrono 5 minuti quando il programma gira in maniera veloce sui nostri potenti pc.
  • Mi hai chiesto di lavorare le pratiche di fido con un nuovo programma lento e malfunzionante e segnalare in assistenza gli errori.
  • Mi hai chiesto di lavorare al crash program, ovvero di metterti nero su bianco se per i clienti affidati che abbiano fatto ricorso a sospensione delle rate o richieste di nuovi finanziamenti, previsti per legge e garantiti dallo stato PER FRONTEGGIARE L’EMERGENZA COVID:
    • Non si rendano necessari ulteriori interventi;
    • Occorra allungare la durata dei finanziamenti o concederne di nuovi;
    • Occorra proporre il passaggio della pratica a maggior rischio.

Sai che non è semplice perché l’emergenza covid è tuttora in corso e molte attività sono chiuse per legge, non si sa quando e come verrà consentito loro di riaprire e dopo quanto tempo verrà imposta una nuova chiusura.

Sto facendo del mio meglio per svolgere questo lavoro, raccogliendo documentazione a supporto da clienti e commercialisti che stanno collaborando ma con tempistiche diverse da quelli cui ormai siamo abituati noi.

  • Stiamo profondendo il massimo sforzo alternandoci tra lavoro agile e lavoro in presenza per contenere i contagi e tu mi chiedi di far venire i clienti in filiale anche in zona rossa.

Io comunque l’invito glielo faccio. Qualcuno ride al telefono, qualcuno mi dice di avere il covid o di essere comunque in quarantena. Qualcuno viene, ci parlo e gli spiego tutto per bene ma non sottoscrive alcun prodotto perché è un periodo di incertezze. Per te non va bene.

Qualcun altro sottoscrive una polizza dal premio modesto o un piano d’accumulo da 50 euro al mese. Se mi va bene, con i nostri applicativi, ci impiego un’ora. Per te il risultato è modesto, siamo ancora indietro rispetto al budget.

Ma tu che lavoro fai? Non sei una dipendente della banca anche tu? Devi coordinare il lavoro, agevolarlo se serve. Non mi devi controllare, non mi devi pungolare, non mi devi chiedere conto.

Pressioni giungono anche del settorista commerciale e del deliberante credito.

Si presentano sotto forma di e-mail, tutti i giorni alla stessa ora; ci puoi regolare l’orologio.

Il primo elenca la produzione progressiva di ogni filiale del suo distretto, evidenziando la filiale best performer ed incitando le altre a contribuire.

Il secondo mostra l’elenco delle filiali con pratiche di fido da revisionare, plaudendo alle filiali ad arretrato zero.

Questi sono solo alcuni esempi di vita quotidiana sui posti di lavoro. Le Segreterie Nazionali delle Organizzazioni Sindacali hanno inviato una lettera all’ABI sull’argomento. Su questa questione abbiamo scritto molto e siamo impegnati ogni giorno sui posti di lavoro. Ma è una questione nazionale e come tale va affrontata al più presto. Perché è in gioco la salute dei lavoratori del credito e la salvaguardia dell’economia e della società civile in una epoca pandemica in cui è necessario fare da subito le scelte giuste per aiutare le persone e l’economia a rialzarsi.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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Giornata della Liberazione, tra memoria e riflessioni.

Il 25 aprile 1945 stava per concludersi la liberazione delle città dalle forze nazifasciste ed oggi onoriamo tutti coloro che sono stati perseguiti ed hanno perso la vita per la Libertà e la Democrazia.

Ricordiamo a noi stessi che mai più dovranno ripetersi gli orrori del passato e che è nostro preciso dovere combattere ogni forma di estremismo e populismo.

Dobbiamo ancora lottare per chi non è libero dalla fame, dal razzismo religioso ed etnico, dalla disparità di genere, dai regimi dittatoriali, dall’ignoranza.

Oggi come allora deve segnare l’inizio di una rinascita.

Il perdurare dell’emergenza sanitaria ci impedisce di festeggiare tutti insieme. Non possiamo affollare strade e piazze ma possiamo manifestare la nostra voglia di libertà affacciati ai balconi, cantando Bella ciao, intonando l’inno di Mameli, esponendo striscioni, la bandiera rossa della CGIL e il Tricolore.

In attesa di liberarci anche da questo maledetto virus possiamo ritrovarci in rete e condividere riflessioni e speranze.

Troviamo anche un momento per ascoltare le parole di chi quel 25 aprile di 76 anni fa l’ha vissuto in prima persona.

Oggi non sarà una giornata qualsiasi.

Viva la libertà e buon 25 aprile a tutti!

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Rosa Elettrica

“Rosa elettrica” di Giampaolo Simi, pubblicato da Sellerio Editore. 

Giampaolo Simi è uno scrittore toscano. Scrive “noir”, se proprio abbiamo bisogno di chiuderlo in una categoria letteraria. Ma gli si fa un torto. I libri dei questo autore sono intrisi della complessità del mondo contemporaneo. Certo, sono incentrati su vicende tipiche degli schemi noir ma hanno dentro una serie infinita di questioni sociali da cui fuoriescono i protagonisti e le comparse delle storie da lui raccontate. La scrittura di Simi è pulita, essenziale ma le storie sono un florilegio di situazioni, di quadri spalmati da tavolozze infinite di colori che avvinghiano il lettore dall’inizio alla fine senza mollare di un centimetro con una potenza di racconto unica nel suo genere.

Chi legge un libro di Simi, andrà subito a cercare gli altri. E non è uno scrittore seriale: ha scritto pochi libri ma tutti di grande qualità. “Rosa elettrica” è il suo primo libro, pubblicato nel 2007. Dopo molte insistenze ha deciso di riprenderlo, ammodernarlo e ripubblicarlo con la sua ormai storica casa editrice. Una casa che, come è noto, non insegue lo stile modaiolo nella struttura fisica dei suoi libri. Sono sempre gli stessi, con il solito formato piccolo e maneggevole, con il consueto colore blu scuro e con un quadro nella copertina. E’ un invito al contenuto, alla essenzialità, allo scarnificare le storie e i loro autori.

E’ questo risalta anche in questo libro, la cui protagonista è una giovane poliziotta al suo primo incarico di responsabilità. La sua sarà una responsabilità pesante: dovrà custodire e tutelare un giovane diciottenne capo-piazza dello spaccio di droga, a sua volta dipendente dalla cocaina, Cocìss. Il ragazzo ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia e questo lo ha messo in pericolo di vita. Rosa dovrà difenderlo, in una prima fase in una colorata comunità di tossicodipendenti. Ma il pericolo è dietro le colline e arriverà molto presto a mostrare la sua ferocia. Rosa dovrà presto fare i conti con se stessa, con un mondo complicato e pieno di insidie mortali, costruendo con il ragazzo un rapporto controverso e molto difficile. La storia si dipana con una serie infinita di sconvolgenti sorprese che metteranno la giovane donna in una situazione molto difficile in cui potrà contare solo su sè stessa, sulle sue capacità di donna e di poliziotta.

In tutti i libri di Giampaolo Simi la fine è sorprendente, mai banale e invita il lettore a riflettere sulle molte facce della violenza, sulle molte ragioni che la causano e invitano sempre a non giudicare nessuno per categorie o per preconcetti.

La scrittura di Simi è limpida, trasparente, ed è talmente carica di una umanità mai dolente o supina che ricorda le storie di Simenon. Sì, questo scrittore toscano può essere paragonato al grandissimo autore franco-belga, il padre della letteratura noir.

Buona lettura.

Galileo Casone

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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È accaduto e può accadere ancora.

(AP Photo)

Birmania, strage di manifestanti per la libertà.

Myanmar, ex-Birmania, 1° febbraio 2021. Blindati dell’esercito presidiano le strade della capitale. Sono passate poche ore dal colpo di stato in Myanmar con cui i militari hanno preso il potere arrestando il capo del governo di fatto Aung San Suu Kyi ed altri esponenti del suo partito, vincitori delle elezioni di novembre. Il paese è nel caos: banche chiuse, collegamenti telefonici interrotti, internet e tv private oscurate. Le forze armate hanno confermato il golpe e hanno istituito lo stato di emergenza per un anno dopo i presunti brogli delle ultime elezioni presidenziali vinte appunto dalla premio Nobel per la pace San Suu Kyi. Brogli in realtà smentiti dall’apposita commissione elettorale. Dal carcere della capitale dove è detenuta, la leader destituita ha esortato la popolazione a rispondere e a protestare con tutto il cuore contro il colpo di stato.

Aung San Suu Kyi ha passato buona parte della vita agli arresti domiciliari, reclusa per le sue idee democratiche; da decenni lotta per garantire maggiori diritti al popolo birmano oppresso dal regime militare. Fondatrice della Lega Nazionale per la Democrazia nel 1988, sarebbe dovuta diventare primo ministro nel 1990 ma l’esercito la costrinse al confino. Da allora è diventata un simbolo di resistenza. Non poteva lasciare il paese né ricevere visite di parenti. È stata liberata solo nel 2010. Ha ottenuto prima un seggio parlamentare, poi un ministero, fino al titolo di consigliere di stato. Vincitrice del premio Nobel per la pace e di numerosi altri riconoscimenti, negli ultimi anni la sua figura è stata messa in discussione dopo il genocidio dei Rohingya, la minoranza musulmana in Myanmar, contro il quale non si è schierata.

A pochi giorni dal golpe, nonostante i militari abbiano bloccato Internet, apprendiamo che in migliaia sono scesi in piazza per protestare e che la giunta militare ha scelto di rispondere con la repressione armata. È un’escalation di violenza: i militari sparano contro la folla proiettili veri, non solo di gomma; ci sono i primi morti; aumenta la rabbia e la protesta si amplifica coinvolgendo ogni angolo del paese. I manifestanti chiedono non più solo la liberazione di Aung San Suu Kyi ma la riforma della costituzione del 2008 che ha cementato il dominio dei militari in nome della cosiddetta democrazia disciplinata.

Dopo un mese, immagini per lo più intrasmissibili raccontano una carneficina premeditata: tra le vittime ci sono anche donne e bambini. “La brutalità dell’esercito birmano contro i manifestanti è immorale ed indifendibile”, dichiara il dipartimento di stato americano. Il segretario ONU Guterres ha espresso sgomento per le uccisioni, gli arresti arbitrari, le torture in carcere e chiede ai militari di consentire la visita di un inviato speciale delle Nazioni Unite come primo fondamentale passo per calmare la situazione. Ma la situazione, invece, degenera: alcuni manifestanti, pare, concentrano la propria rabbia su fabbriche cinesi e Pechino chiede di prendere le misure necessarie per garantire la sicurezza del personale cinese. La giunta ne approfitta per introdurre la legge marziale in alcuni distretti: i trasgressori, processati dai tribunali militari, vanno incontro ad ergastolo o pena di morte. I capi dell’opposizione reagiscono lanciando appelli a continuare ogni tipo di protesta mentre Aung San Suu Kyi, accusata di corruzione, continua ad essere detenuta in un luogo sconosciuto senza poter comunicare con il suo legale.

Decine di militari hanno passato il confine con l’India pur non sparare sui propri connazionali ma altri cercano le persone casa per casa, sparano nelle strade, colpiscono tutti i passanti. La popolazione resiste ormai da più di due mesi. I dimostranti intonano preghiere e slogan ma i soldati hanno l’ordine di sparare ad altezza d’uomo, terrorizzare chi ancora osa contrapporsi in nome della Libertà. Eppure, il regime ha recentemente raccolto anche l’appoggio della Russia; appoggio che più che presa di posizione sulla questione birmana sembra essere una contrapposizione all’asse Europa – Gran Bretagna – Stati Uniti.

Dal 1° febbraio più di 250 sarebbero stati i morti e 2600 gli arresti. È ragionevole pensare che in realtà le vittime siano molte di più. La giunta militare ha preso e vuol mantenere con la forza un potere ben più ampio di quello che avrebbe ottenuto vincendo il confronto elettorale. È il caso limite di ciò che troppo spesso accade in molti campi: la concentrazione del potere in una sola persona o in una casta; adducendo i pretesti più svariati, il fine ultimo è quello di accumulare ricchezza.

La libertà è uno di quei diritti che diamo per scontati invece è un bene fragile e ben ragione ha il popolo birmano di rivendicare il diritto ad agire liberamente e di condannare gli arresti e gli omicidi arbitrari.

È bene ricordare che i lavoratori e gli studenti non hanno reagito al golpe utilizzando la violenza. Hanno usato come “armi” gli scioperi e le manifestazioni e hanno subito, per tutta risposta, una sanguinosa reazione.

Lungi dal ritenere che la violenza si elimini con altra violenza, riteniamo che occorra un atteggiamento meno timido ed una condanna unanime da parte degli altri Stati. Dovremmo scioperare tutti, manifestare tutti contro ogni forma di dittatura.

Dipartimento Comunicazione Fisac/CGIL Brindisi

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