Il sistema creditizio italiano vive una crisi profonda. A parte il caso Monte dei Paschi di Siena sono molti i gruppi bancari che devono fare i conti con una forte riduzione della redditività. Sulla stampa quasi ogni giorno si leggono le ricette per far tornare produttive le banche italiane e fondamentalmente si reggono su una previsione di riduzione dei costi operativi, in soldoni con la chiusura delle filiali e con l’allontanamento dalla produzione di migliaia di lavoratori. Questo di seguito è il quadro corrente:
– UNICREDIT: aumento del Capitale Sociale per 13 miliardi di Euro. Cessioni di Pioneer, Pekao (banca polacca che portava utili rilevanti al gruppo) e dismissioni rilevanti di NPL (Not Performing Loan) per rientrare nei parametri UE per il patrimonio di vigilanza: Presentato un Piano con 6.500 esuberi, di cui 3.900 in Italia pari al 21% della forza lavoro.
– INTESA SAN PAOLO: nonostante il Gruppo abbia ottenuto utili rilevanti, l’azienda propone alle organizzazioni sindacali un Protocollo di sviluppo sostenibile del gruppo in cui le nuove assunzioni, anziché perseguire l’obiettivo di buona occupazione stabile, siano effettuate con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato part-time e con un contratto autonomo di mandato o agenzia di consulente finanziario senza nessuna garanzia di certezza salariale.
– MPS: Esuberi per 2.950 lavoratori e cessioni di circa 10 miliardi di NPL. Fallito l’aumento di Capitale Sociale destinato al mercato per 5 miliardi di Euro. Costretti alla ricapitalizzazione pubblica.
– La fusione tra BANCA POPOLARE DI VICENZA e VENETO BANCA secondo il gruppo dirigente aziendale potrebbe portare a 1.500 esuberi strutturali e a importanti dismissioni.
– CARIFERRARA: 330 esuberi dopo settimane in cui l’azienda aveva minacciato di utilizzare la Legge 223 sui Licenziamenti Collettivi.
– BANCA POPOLARE DI BARI: La Banca Popolare di Bari è sotto inchiesta per “apparenti irregolarità nella gestione poste in essere negli ultimi anni”. L’istituto di credito, secondo l’accusa, non avrebbe comunicato correttamente e tempestivamente agli organi di vigilanza, Banca d’Italia e Consob, il suo reale patrimonio. L’azienda ovviamente ha smentito, ma è comunque finita nei principali titoli della stampa.
– BNL: esuberi per 783 dipendenti per ottenere un taglio del costo del lavoro.
Sono anni che qualsiasi processo di crisi produttiva in Italia si affronta con una logica di contrazione dei costi, della rete produttiva e con un forte taglio a qualsiasi reale innovazione tecnologica. La conseguenza di queste politiche è stata la distruzione di un sistema economico e sociale, e un costante e drammatico impoverimento del paese. Ormai tutte le principali aziende sono state acquistate da gruppi stranieri e quelle che sopravvivono sono comunque costrette a fondersi alla ricerca di una dimensione più grande perché pare che solo così si possa competere sul mercato internazionale. I dati percentuali della disoccupazione mostrano con chiarezza il disastro provocato da queste scelte e il dramma di intere generazioni, tra l’altro proprio quelle più preparate e innovative, costrette ad emigrare per lavorare oppure a impoverirsi se restano in Italia.
Il sistema del credito verso la fine del secolo scorso decise di seguire la strada del “grande è bello”. Il dimensionamento fondato sulla costruzione dei grandi gruppi portò alla riduzione del sistema creditizio a soli cinque grandi gruppi: Intesa San Paolo, Unicredit, MPS, Banche Popolari e Banche di Credito Cooperativo. I lunghi processi di incorporazione e fusione si svilupparono sino al 2010 con un contemporaneo incremento folle della rete di sportelli bancari, sorti praticamente in ogni quartiere delle grandi, medie e piccole città. Un simile dimensionamento portò ad un forte incremento dei costi operativi e ad una drastica rivisitazione dei modelli organizzativi. Il paradosso è che tutti i nuovi modelli organizzativi delle banche furono progettati da un unico fornitore: la Mc Kinsey. Le banche si trasformarono rapidamente da modelli di servizio fondati sulla raccolta e sul prestito di denaro, con una forte specializzazione delle strutture ma caratterizzate da una diffusa mobilità professionale interna, in strutture di vendita di prodotti finanziari e assicurativi. In sintesi le filiali bancarie furono modellate in “luoghi di spaccio di prodotti altrui”. Sì, proprio così perché i grandi gruppi cedettero praticamente tutte le “fabbriche prodotto”, quei luoghi in cui venivano progettati i prodotti finanziari per la clientela, per limitarsi ad acquistare prodotti progettati da altre aziende tutte straniere. Il risultato finale è quello che abbiamo sotto gli occhi. Una diffusa rete di filiali in cui attraverso un meccanismo perverso di pressione, sia fisica che psicologica, si spingono i lavoratori a vendere prodotti omogenei su tutto il territorio nazionale, a prescindere dalle esigenze del territorio, e quindi delle persone che in quei posti ci vivono e lavorano. Una filiale della “banca PincoPallo” vende lo stesso prodotto sia a Bolzano che a Trapani. E le spinte furiose a vendere quel prodotto sono uguali sia a Bolzano che a Trapani, senza considerare che il tessuto economico e sociale di Bolzano è molto diverso da quello di Trapani. All’interno di questo disgustoso processo le banche hanno deciso di vendere prodotti “tossici”, ossia prodotti “scatola” che contenevano al loro interno derivati potenzialmente molto pericolosi per chi acquistava: se andava bene si guadagnava molto poco, se andava male ci si poteva rimettere l’osso del collo. L’obiettivo era ottenere utili con i ricavi da commissioni sui prodotti venduti. La banca non rischiava niente di suo e conquistava invece un introito certo e definito nell’importo per un lungo periodo di tempo. Ma la crisi finanziaria del 2008 ha creato un maremoto che ha colpito prima le banche americane e quelle europee, senza toccare molto quelle italiane. Poi, qualche anno dopo, si è scoperto che i bilanci di diverse banche italiane erano un po’ truccati e che i dati pubblicati non corrispondevano esattamente alla realtà dei fatti. Ma nel frattempo i titoli “furbi” piazzati dalle banche italiane sono arrivati a scadenza e diversi clienti si sono resi conto di avere in mano carta straccia e di aver perso molto del capitale investito. La crisi è scoppiata e l’incendio è divampato.
Oggi la discussione di chi sia la reale responsabilità di questa situazione non decolla. Perché la gran parte della stampa di settore tende a ridimensionare l’incendio rabbonendo la pubblica opinione con la formula che “l’importante è tagliare i costi” e la redditività tornerà spontaneamente. La soluzione, secondo tale stampa specializzata, è investire in tecnologia che sostituisca gli impiegati. Per cui quando le banche investiranno nelle macchine e manderanno a casa gli impiegati il problema sarà risolto.
In realtà le ragioni della crisi del credito in Italia è nelle scelte sbagliate del top management negli ultimi venticinque anni; un management che non è mai stato all’altezza delle sfide del mercato. Una politica miope, ereditata dalle crisi degli altri settori produttivi, ha preferito puntare sugli utili a breve termine anziché costruire un sistema professionalizzato e avanzato che sapesse gestire con oculatezza una crisi economica e sociale senza precedenti. Nelle filiali in questi anni servivano analisti di bilancio, progettisti di prodotti finanziari flessibili che rispondessero alle diverse esigenze territoriali, serviva una reale spinta all’innovazione tecnologica con ATM evoluti, con una rete informatica che tagliasse realmente i costi operativi, che non sono quelli umani, e intervenisse sui tempi di attesa di un cliente in uno sportello bancario. I sistemi informatici sono vecchi, consumati e preistorici e il cliente non è più al centro dei modelli organizzativi.
Non è un caso che la stampa, e quindi l’opinione pubblica, in questi ultimi mesi narri solo la vicenda della Banca Monte dei Paschi di Siena. E’ opinione diffusa che l’intervento pubblico a sostegno della banca sia sbagliato perché toglie soldi alla collettività: è preferibile darli ai terremotati piuttosto che alla banca. In via di principio questa affermazione non fa una grinza, ma per confutarla sarebbe sufficiente rammentare che se banca dovesse fallire i debitori della stessa dovrebbero, con le buone o con le cattive, restituire i soldi che la stessa banca ha prestato. Le aziende affidate si vedrebbero revocati i fidi. I mutui concessi verrebbero escussi. I prestiti concessi alle famiglie revocati, così come i fidi di cassa. Una intera economia verrebbe colpita in modo molto duro perché una banca è costruita con una rete di rapporti e di relazioni. E la Banca Monte dei Paschi, piaccia a no, è il terzo gruppo bancario in Italia.
Piuttosto sarebbe interessante chiedersi come mai nessun organo di controllo ha realmente vigilato su quello che stava accadendo nei mercati. Chi è che ha manipolato l’andamento del titolo della banca negli ultimi due anni riducendolo ad un valore infinitesimale? Chi è che ha manovrato nel mercato delle obbligazioni subordinate nel momento in cui si avvicinava l’operazione di conversione delle stesse in azioni per partecipare all’aumento del capitale sociale privato poi fallito in un modo che richiederebbe maggiore attenzione? Perché l’aumento del Capitale è stato legato in un modo assolutamente strano all’esito del Referendum sulla Riforma Costituzionale elaborata dal Governo Renzi? Cosa c’entrava la Costituzione con la Banca MPS? Le stesse domande possono essere rivolte sull’andamento dei titoli dei principali gruppi bancari che si sono fortemente deprezzati negli ultimi mesi.
Sono tutte domande importanti che richiedono riflessioni e analisi. Sono tutte domande a cui l’opinione pubblica deve fare attenzione. Questa volta non si può tentare di declinare tutto semplicemente con la vecchia ricetta dei licenziamenti collettivi e della chiusura delle filiali. Il cambiamento parte dall’alto: la sostituzione di un management incapace e arraffone, la verifica da parte degli organi di controllo di quali siano i poteri finanziari a cui risponde il management e di quali interessi speculativi faccia il gioco, la modifica drastica dell’organizzazione del lavoro, il superamento delle politiche commerciali basate sui budget e sulle pressioni indebite nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori bancari. E se siete capaci, voi che guidate le banche, di parlare di innovazione, beh incominciate a dotare i dipendenti di strumenti tecnologici veri e moderni piuttosto che vecchi cassoni di oltre vent’anni fa.
La Redazione
FONTI:
1)http://www.repubblica.it/economia/2016/12/13/news/unicredit_aumento_di_capitale_da_13_miliardi_altri_6500_esuberi_entro_il_2019-154000143/
2) http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-12-13/unicredit-svela-piano-2019-aumento-13-miliardi-14mila-uscite-e-maxi-accantonamenti-npl-082342.shtml?uuid=ADf53tCC
3) http://www.fisac-cgil.it/58859/isp-protocollo-per-lo-sviluppo-sostenibile-del-gruppo-prosegue-il-confronto
4) http://www.fisac-cgil.it/59122/trattativa-intesa-sanpaolo-ecco-i-punti-della-fisac-cgil
5) http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-10-25/mps-nuovo-piano-industriale-utili-11-mld-e-2600-esuberi–071640.shtml?uuid=ADcuXmiB
6) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-10-26/banca-popolare-vicenza-mion-fino-1500-esuberi-strutturali-134106.shtml?uuid=ADXHInjB
7) http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2017-01-02/accordo-esuberi-carife-161403.shtml?uuid=AD1h3hOC
8)http://bari.repubblica.it/cronaca/2016/12/18/news/inchiesta_popolare_bari_cosi_gli_imprenditori_si_autofinanziavano-154358440/
9) http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2016-12-22/bnl-via-libera-sindacato-piano-ristrutturazione-escono-783-bancari-123107.shtml?uuid=ADhu9lIC