Uno dei primi atti formali compiuti dal neo Presidente USA Trump è stato la cancellazione della Legge Dodd- Frank, fortemente voluta nel 2010 dall’allora Presidente Obama.
Nel corso del 2007 negli USA si scatenò la più grave crisi finanziaria di tutti i tempi. Una crisi nata dalla folle scelta di Clinton, negli anni ‘90, di cancellare la legge che separava nettamente l’attività delle banche commerciali da quelle d’affari. L’eliminazione di quella legge spinse rapidamente il sistema creditizio e finanziario americano, e più diffusamente occidentale, su politiche smaccatamente neoliberiste, privilegiando gli utili a breve attraverso la pura speculazione finanziaria rispetto al classico ruolo creditizio di intermediazione. Un effetto tardivo di quella crisi è stata la depressione dell’economia europea e la radicale modifica dell’organizzazione del lavoro e della patrimonializzazione nelle banche europee e quindi anche in quelle italiane.
La legge voluta da Obama, che si rivelò comunque un pannicello caldo sul cancro della speculazione finanziaria, aveva il compito di ripristinare un minimo di regole chiare sul sistema finanziario e bancario americano.
L’obiettivo del Dodd Frank Act è sempre stato quello di promuovere una migliore regolamentazione della finanza e una maggiore tutela del consumatore e del sistema economico.
Uno degli obiettivi della Dodd Frank Act era quello di assoggettare le banche ad una serie di norme che potevano tuttavia essere disattese nel momento in cui queste erano considerate troppo grandi per fallire (too big to fail). Per perseguire tale obiettivo il Dodd Frank Act ha creato il Financial Stability Oversight Council (FSOC) con lo scopo di vigilare sui rischi che pesano sull’intero sistema. In virtù della riforma finanziaria le banche devono possedere delle procedure di emergenza per fronteggiare i pericoli di insolvenza. (fonte Forexinfo.it)
In realtà la Legge è stata sempre profondamente avversata dalla destra americana e ne sono stati fortemente ridimensionati gli effetti. Adesso è facile prevedere che la cancellazione di qualsiasi forma di controllo sul sistema finanziario e bancario americano provocherà delle ripercussioni anche sul sistema europeo. Un simile scenario crea un forte allarme in chi, come noi, ha sempre lottato per il ripristino di una netta separazione tra banche di affari e banche commerciali. Una separazione indispensabile affinché il credito torni a svolgere un ruolo sociale e di volano propulsivo per l’economia e la società del nostro paese. Anche se la base del nostro ragionamento si fonda sulla considerazione che Trump e Obama sono due facce della stessa medaglia, ossia il volto cattivo e quello più presentabile di un sistema economico neoliberista che ha schiavizzato il lavoro a favore di un mercato finanziario sempre più ingordo. E lo spostamento immenso della ricchezza dal popolo a favore di pochi eletti ne è la lampante dimostrazione.
In questo contesto così delicato in Italia ha provocato un notevole scalpore la doppia firma di due importanti accordi sindacali nell’Unicredit Group e in Banca Intesa. Due accordi profondamente diversi tra di loro perché mentre il primo si inserisce all’interno delle norme del CCNL di categoria, il secondo definisce delle nuove forme contrattuali, sia pure cosiddette “sperimentali”, che sconfinano dalle norme vigenti ed esulano anche dai “perimetri” che alcune organizzazioni Sindacali, come la Fisac/CGIL, avevano definito all’intero dei loro organismi dirigenti nazionali. Infatti nel “Protocollo per lo sviluppo sostenibile”, firmato il 1 febbraio 2017, si introduce una nuova tipologia contrattuale per le nuove assunzioni. I neoassunti sottoscriveranno un doppio contratto: un contratto a tempo indeterminato part-time per 15 o 22,50 ore settimanali e un contratto di lavoro autonomo con partita IVA. In sintesi saranno dei consulenti finanziari con un contratto base, riferito al CCNL di categoria, e un contratto autonomo a provvigione. Si inserisce in questo modo una figura concorrenziale rispetto ai consulenti finanziari dipendenti della Banca, Infatti i nuovi lavoratori, pur svolgendo la stessa attività dei loro colleghi, per ricevere un adeguato stipendio dovranno lavorare autonomamente e la quota rilevante di salario variabile anziché essere definite secondo le norme del CCNL e del CIA dipenderà esclusivamente dalle provvigioni, ossia dai prodotti venduti, probabilmente a quegli stessi clienti che incontreranno la mattina durante l’orario di lavoro in filiale applicando il contratto di lavoro subordinato.
Questa forma contrattuale è un ibrido che riteniamo pericoloso perché introduce e certifica un ulteriore grave precarizzazione del lavoro bancario. Inoltre è un ulteriore elemento di pericolo perché di fatto risolve qualsiasi scrupolo etico nella vendita dei prodotti superando le logiche di pressione commerciale. Il lavoratore autonomo ovviamente ha la necessità di vendere per ottenere le provvigioni e in prospettiva la conferma dell’incarico di agenzia.
Legare il salario variabile ad un contratto individuale, basato su una partita IVA, mette il singolo lavoratore direttamente in concorrenza con i suoi colleghi di filiale e con l’intera organizzazione del lavoro. Dall’altro lato il neoassunto si troverà in una gravissima situazione di dipendenza contrattuale, e quindi anche psicologica, dal suo datore di lavoro.
Una pseudo “innovazione” che smantellerà pezzo dopo pezzo quel poco di visione collettiva nell’organizzazione del lavoro nel sistema del credito e corre il rischio di avere effetti estremamente negativi nei confronti dell’utenza che ancor di più diventerà una “preda” da braccare eliminando qualsiasi forma di funzione sociale del credito e delle banche.
Questo accordo inserisce, infine, uno scenario di presunta “innovazione” nella prospettiva della vicina scadenza del CCNL di categoria. Ma sarà una innovazione schiacciata sulle logiche aziendali, ossia di un sistema creditizio che ha perpetrato scelte sbagliate negli ultimi quindici anni privilegiando obiettivi di profitto a breve termine, anziché investire nell’economia e nella società del paese. Questo è un sistema e un management che andrebbe semplicemente allontanato per ripristinare un corretto rapporto con i territori e ricostruire un filo di fiducia con la clientela e il mercato. Per fare questo serve il ripristino di adeguate professionalità nei lavoratori, una reale formazione, dei forti investimenti nella tecnologia che aiuti concretamente a ridurre i costi e non il personale.
Per queste ragioni siamo perplessi sui contenuti di quell’accordo e molto preoccupati per gli scenari futuri. Per queste ragioni è indispensabile che un simile accordo sia sottoposto al più presto al voto dei lavoratori.
La Redazione