Pensavamo fosse un accordo, invece era un “pacco”

Il 29 giugno il Governo e le parti sociali hanno firmato un accordo sullo sblocco dei licenziamenti selettivo, atto di superamento del blocco dei licenziamenti in seguito alla crisi derivante dalla pandemia Covid 19. Solo alcune categorie, quelle che hanno particolarmente risentito degli effetti della crisi, tra cui tessile e moda, hanno avuto la conferma del blocco dei licenziamenti. Le altre categorie invece hanno ottenuto lo sblocco con un avviso da parte del Governo di licenziare solo dopo aver utilizzato tutte le possibili forme e modalità di ammortizzatori sociali esistenti, a partire dalle 13 settimane previste di Cassa Integrazione. E’ stato costituito inoltre un osservatorio, definito tavolo permanente, per monitorare l’utilizzo degli ammortizzatori in questa fase di ripresa.

Nella notte del 3 luglio 2021 la Gianetti Fad Wheels ha inviato, alla fine del turno del sabato, una mail in cui ha comunicato il licenziamento dei 152 dipendenti e la chiusura dello stabilimento di Ceriano Laghetto, in provincia di Monza. Lo stabilimento era attivo da oltre cento anni.

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 2021 la GKN Driveline ha inviato un messaggio Whatsapp ai 422 dipendenti avvisandoli del loro licenziamento e della chiusura dello stabilimento.

Il 14 luglio 2021 la Whirpool, multinazionale nel settore degli elettrodomestici, avvia la procedura di licenziamento dei 442 dipendenti dello stabilimento di Napoli.

Sono tutti settori che rientrano nelle casistiche dell’accordo nazionale di cui sopra. Quindi, in punta di diritto, prima di procedere ai licenziamenti erano obbligate a percorrere la via dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali.

Invece, nel leggere le motivazioni delle imprese, si capisce chiaramente che le ragioni delle chiusure sono tutte nella scelta di delocalizzare gli stabilimenti in paesi in cui produrre costa di meno. La logica di fondo è quindi puramente capitalista e nulla di più. Le imprese non si riconoscono alcuna funzione sociale; a loro non interessa mitigare i catastrofici effetti di questa scelta sui dipendenti e sulle loro famiglie, soprattutto in un’epoca di pandemia. No, a loro interessa semplicemente ricercare il profitto e il pagamento dei dividendi agli azionisti. La tutela delle persone che gli consentono il raggiungimento di quei profitti e la qualità del prodotto finito mediante le loro competenze a loro non interessa minimamente.

Ci dispiace ancora una volta dover constatare che la firma di un accordo, importante nei contenuti e nelle prospettive politiche di tutela del Lavoro si trasformi nel giro di qualche giorno in carta straccia senza alcun valore per le imprese rappresentate dalle loro organizzazioni sociali.

Ancora una volta in Italia gli interessi del capitale e delle imprese hanno la meglio su tutto: sul diritto, sulle scelte politiche, sul ruolo delle organizzazioni sindacali. E questo non va bene. La pandemia da coronavirus, dispiace doverlo ricordare ancora una volta, è stata combattuta grazie al ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno rischiato il corpo e la vita per continuare a garantire la produzione di beni e di servizi indispensabili per la sopravvivenza di una intera società.

Ora che il rischio si sta attenuando, sono proprio loro a pagare ancora una volta per la tutela degli interessi imprenditoriali e del raggiungimento di un profitto finanziario. Decine di migliaia di persone rischiano il licenziamento e l’andamento cronologico di quel che sta accadendo purtroppo lo dimostra inequivocabilmente.

Purtroppo la firma di questi accordi non è più sufficiente. Servono strumenti realmente esigibili per tutelare il futuro del Lavoro e delle persone che lo incarnano. Non è più ammissibile subordinare la difesa degli interessi delle persone a quelle del Capitale e del profitto. Servono anche strumenti che consentano di individuare le reali responsabilità manageriali nella gestione delle imprese. Non è più accettabile assistere ai licenziamenti in presenza di bonus milionari a manager che hanno affossato le imprese. E’ necessario costruire un punto di equilibrio più alto ed è necessario che le Lavoratrici e i Lavoratori siano parte attiva di questo cambiamento attraverso le loro Organizzazioni Sindacali che, forse, dovrebbero ricominciare a rifiutare la firma di alcuni accordi per costruirne democraticamente di nuovi e più avanzati negli strumenti e negli obiettivi.

Dipartimento Fisac/CGIL Brindisi

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